Archivio per Opinioni

Endorsement?

L’endorsement, un nuovo tipo di endorsement all’italiana, come è ovvio. Ci riprovano. Questa volta però non parte dal direttore – già pubblicamente pentitosi, dopo che spostatosi ad altro importante incarico più volte dichiarante che nel nostro Paese, causa arretratezza, la cosa non sarebbe stata più fattibile e ripetibile in quelle forme, tra parentesi, non è che c’entrava qualcosina anche che da allora dalle parti di via Solferino cercano disperatamente di recuperare le copie perse e mai più recuperate? – e non dichiarano pubblicamente una propensione di voto. Sorprendentemente la penna è lasciata ad un editorialista di solito molto cauto ed equilibrato. Che si “schiera” anche lui, dopo che all’unisono (tale da far supporre qualche maligno sospetto?) sia il direttorissimo politologo della Fondazione Fare Futuro (chissà se ogni tanto prima e dopo parla al telefono con l’attuale Presidente della Camera) che la montezemoliana Italia Futura - prima con l’editoriale E se gli italiani smettessero di comprare il biglietto? poi ampiamente commentato e rilanciato da tutte le agenzie e dallo stesso Corriere: Italia Futura rivaluta l’astensione: è un impulso al rinnovamento – ci avevano spiegato “che forse il qualunquismo peggiore è votare”, a conferma (?!?) dei boatos che circolano da tempo che vorrebbero da un lato l’ex Paolo Mieli dietro molti momenti della crescita culturale e politica di Gianfranco Fini e che ipotizzano dall’altro la possibilità, anche questa futura, di un’allenza Fini-Casini-Montezemolo. I timori di uno smantellamento del bipolarismo vengono manifestati anche qui dai politologi di riferimento. Il grido comunque, al di là del retroscenismo e dei boatos, è uno solo ed è comune a tutti questi soggetti: astensione. Questa volta non c’è altro da fare. Quale diritto al voto, quale democratica scelta, quale, al limite, turarsi il naso di montanelliana memoria: questa volta bisogna proprio rinunciare. Somiglia pericolosamente all’andate al mare del Craxi del 1991? Forse, ma non si può fare altro. Utilizzano e scelgono persino lo stesso verbo. Per Campi “sarebbe un atto di civile protesta che nessuno potrebbe biasimare, per Romano e Calenda, “in questo caso sarebbe difficile biasimare gli astenuti, nei quali si potrebbe persino riconoscere, vista la qualità della crisi che abbiamo davanti, un sovrappiù di dignità civile”. Una borrelliana metafora sale alta: astensione, astensione, astensione. E astensionismo s’ha da fare. Per Romano:

Dicono di parlare a cittadini democratici e consapevoli, ma non chiedono un voto: chiedono un atto di fede. Anche le astensioni, in questo caso, avranno un significato.

Piazze piene e idee vuote – Corriere della Sera.

L’esperimento rivoluzionario di convincere la gente a non votare, arriva dopo che un altro dei “terzisti” storici della corazzata, da sempre accusato dai “salotti buoni” dell’intellighentia nostrana – da quelli del «servo dei servi di Berlusconi» o da quelli de il terzismo del corriere della serva – di essere troppo tenero con il centrodestra, con contorno fino ad ora di accuse di essere direttamente o indirettamente al soldo del berlusconismo, è stato protagonista del “misterioso” editoriale che tanto ha fatto discutere  – pubblicato-non-pubblicato, concordato-non-concordato, lo sapevo-non-lo-sapevo, avevo-il-telefono-staccato (Il fantasma di un partito), con scuse finali e pubbliche del direttore FdB – si era “schierato” chiaramente anche lui, abbandonando definitivamente il “terzismo” e rendendo vani per l’occasione “gli sforzi del terzismo a ogni costo, che hanno avuto secondo qualcuno in passato, talvolta, esiti spassosi”. Riuscendo, estremo schiaffo, anche a paragonare nella sua replica (Comunisti involontari) alla lettera di risposta scritta dai coordinatori del Pdl l’attuale partito berlusconiano disorganizzato e caotico al centralista, organizzato e strutturato Pci di un tempo (i poveri Togliatti e perfino Berlinguer si rivoltano nella tomba) e salvando – nel marasma generale, che secondo lui si sarebbe ormai irrimediabilmente creato nel centrodestra – solo il Presidente Fini e la sua fondazione. Recente posizione, quella del prof. Galli della Loggia, che lo aveva condotto ad una clamorosa “conversione” e “sconfessione” di quanto non molto tempo prima scriveva e dichiarava senza possibilità alcuna di essere male interpretato:

[...]: “Ma dov’è la novità?” Possibile? Il politologo Ernesto Galli della Loggia, da buon storico di professione, inorridisce solo all’idea:

“Il modernismo nella storia della chiesa è stato tutt’altro, e non vedo cosa possa avere a che fare Fini con quella storia”.

Ma al di là della filologia, Galli della Loggia non è convinto né di Fini, né della sua conversione:

Ripete peggio, con meno cultura, le cose che Bobbio o Zagrebelsky dicevano più di dieci anni fa. Quali sarebbero i contenuti nuovi? L’unica novità è che queste banalità di sinistra le dice uno di destra, ma il risultato non cambia. La sua esposizione mediatica può spaventare un po’ la chiesa, che scopre di avere un nuovo nemico, ma non mi pare che possa essere qui il punto di incontro di un nuovo rapporto tra religione, politica e stato”.

Qui sempre un “superato”, dalla svolta odierna, Galli della Loggia: IL TEMPO DEL POPULISMO CHE NON VA DEMONIZZATO.

Infine un’ampia rassegna stampa esplicativa del Secolo d’Italia, per chi si volesse fare una cultura politica futurista e per quelli come me che non hanno alcuna possibilità di leggerlo (se non sulla Rassegna Stampa della Camera che ne fa ampia e quotidiana sintesi) e di acquistarlo dato che a Messina e provincia non viene distribuito in alcuna edicola, libreria o chiosco che dir si voglia. Nonostante le “sacrosante” battaglie democratiche e liberal-bipartisan contro i “furbetti” dei giornali che “vedono le edicole si e no una volta all’anno” della direttora attualmente troppo impegnata a “costruire il partito” a suon di dichiarazioni “amiche” sull’Unità.

Si parte da una importante intervista a Francesco Storace, si quello stesso su cui Fini pose il veto assoluto per qualsiasi accordo con lui alle politiche, quello uscito da An urlando alla mancanza di democrazia, quello che sempre lo stesso Presidente Fini estromise personalmente dalla segreteria tramite comunicato stampa, per non avere più con lui il necessario rapporto fiduciario, ora alleato insieme all’Udc nel Lazio della Polverini che ci spiega:

Perché in questo frangente “storico” il medesimo “trattamento” riservato fino ad ieri al duo Storace-Santanché, viene incredibilmente riservato solo alla “traditrice” Santanché, rimasta unica responsabile di tutti i mali del mondo. Storace è stato invece improvvisamente “lavato e rilavato” alla Calimero – il mitico pulcino nero dell’ava come lava – da tutte le colpe passate.

Poi Benedetto Della Vedova, altro spiegatore ufficiale del Secolo:

Mentre viene lasciato ad un viceministro in carica, Adolfo Urso, il compito di elaborare e rispiegare la strategia (se ne parlava qui). Progetto che a quanto pare si realizzerà attraverso lo slogan immediato e di forte impatto, strizzando sì l’occhio all’evoliano “cavalcare la tigre“, ma nella sua traduzione futuristica del “cavalchiamo la modernità“.

Ancora due ex radicali e attuali riformatori liberali. Prima uno dei protoganisti del caso politico-editoriale dell’anno, voluto da Benedetto della Vedova (chissà come mai il Premiolino 2010 è andato ingiustamente alla redazione di Fare Futuro), che porta il nome di Libertiamo, reduci dal successo, certificato da tutta la stampa nazionale, della loro recente tre giorni, con ulteriori spiegazioni: QUEL DOPING IDENTITARIO DELLA POLITICA, per finire con un altro “clamoroso” endorsement, questa volta ci sta tutto, libertar-polveriniano: LA SCELTA DI LUIGI DE MARCHI: “I RADICALI NON LI RICONOSCO PIU’, DA LIBERTARIO VOTERO’ POLVERINI”.

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Altro che fare siluro

Altro che “fare siluro” come diceva Andrea Marcenaro su “Panorama”:

Gianfranco Fini è un uomo sincero. Più che sincero. E al di là delle sue opinioni, che sono tutte legittime, qualche volta perfino interessanti, ha un altro grande pregio: il senso dei tempi. È tempestivo. Da questo punto di vista, Fini è un vero innovatore.

Se una consunta tradizione di malintesa solidarietà, e non chiamiamolo per carità cameratismo, pretendeva di mostrare affinità, o quantomeno di non esibire inimicizia, ai compagni di strada che si trovassero in un momento di intralcio e di complicazione, egli ha rovesciato questa discutibile consuetudine: menare gli amici, esattamente in quel momento, sembra a lui la scelta migliore. In pieno marasma elettorale con il caso Polverini, ha infatti menato duro sul Pdl: «Questo partito proprio non mi piace».

In futuro chissà, ma non adesso. Ciò che ha procurato indubbio sollievo ai suoi compagni smarriti.
Esistono altri esempi. Innumerevoli, infiniti esempi. Il suo compagno di strada Silvio Berlusconi è attaccato come capo mafioso da un pentito rivelatosi alquanto ciarlatano? E Fini entra in campo: «Sono accuse gravi, altroché».

Intercettano a raffica, sputtanando sul niente e per niente, perfino la seconda cugina di una cognata di un lontano parente dell’aiuto utista di Sandro Bondi? E Fini: «Le intercettazioni sono uno strumento decisivo». Gli viene dal cuore, è la sua idea di squadra. Utile per costruire il domani. Solo per questo ha costituito una fondazione culturale dall’impegnativo nome di «Fare futuro». Nell’attesa del quale s’impegna oggi allo spasimo (soprattutto contro i suoi) a «Fare siluro».

via Panorama – E Fini gioca contro la sua squadra.

Secondo il Foglio Un Cav. tosto apre la campagna elettorale e fa tirare il fiato al Pdl, “Il fatto è che il Cav. ci metterà la faccia, girerà e farà comizi – così dicono – dedicandosi particolarmente al Lazio” e loro che fanno? Ora fanno futuro non “biasimando l’astensionismo”. Prima dice Alessandro Campi sul Riformista, che sarebbe stato meglio rinviarle le elezioni, così come proposto dal “saggio e responsabile” Pannella:

“Da qui la proposta di Pannella di rinviare le elezioni di un mese. Un proponimento saggio e responsabile che proprio per questo c’è da scommetterci non sarà seguito”

per poi sentenziare:

non c’è da meravigliarsi se il 28 marzo un buon numero di italiani deciderà di starsene a casa. Non votare, a questo punto, sarebbe un atto di civile protesta che nessuno potrebbe biasimare.

update: Politica deludente? Caro Campi ma tu dov’eri?

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Ancora su forma e sostanza

“La prima commissione del Csm, ha approvato all’unanimità una relazione del suo vice presidente Ugo Bergamo (ndr Csm: le denigrazioni del premier mettono a rischio la democrazia), con la quale si censurano aspramente i condizionamenti che la politica vorrebbe imporre alla magistratura. Da che pulpito viene la predica!”. Così commenta in una nota il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi. “Il vice Presidente Bergamo, mentre era già membro del Csm si è presentato candidato nel 2008 al Senato per l’Udc, nel 2009 è stato il dominus dell’Udc che ha stipulato gli accordi per gli assessorati nella provincia di Venezia, attualmente – sottolinea – è fervido e pubblico sostenitore con l’Udc della candidatura di Orsoni a sindaco di Venezia. Mi chiedo quale credibilità possa avere un Csm nel quale i suoi componenti, entrano ed escono come in una porta girevole dividendosi fra finta imparzialità e militanza partitica”.

via Berlusconi/ Giovanardi: Csm? Da che pulpito viene la predica – Politica – Virgilio Notizie.

A Giovanardi è sfuggito che l’ex Senatore Bergamo è stato, inoltre, candidato anche alle Europee del 2009 nella Circoscrizione Italia Nord Orientale (Trentino – Alto Adige – Veneto – Friuli V.G. – Emilia R.) e alla Presidenza della Provincia di Venezia, sempre da membro indipendente ed imparziale del Csm. E’ componente, in qualità di membro Laico di nomina parlamentare, del Consiglio Superiore della Magistratura infatti dal 2005.

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Sono in gioco entrambi

Peppino Calderisi su “Il Tempo” di martedì 9 marzo 2010

Quel decreto fa rispettare la legge e non il formalismo

Caro Direttore, la vicenda delle liste elettorali è davvero preoccupante per lo stato della nostra democrazia. Un’informazione distorta è riuscita a ribaltare completamente la realtà dei fatti, con gravissimo danno per l’opinione pubblica e per la formazione della volontà popolare. Sia a Milano che a Roma gli uffici elettorali hanno compiuto due diverse violazioni della legge e delle regole elettorali, rispettivamente a danno della lista Formigoni e di quella del Pdl.

Il decreto legge si è reso necessario proprio per ripristinare la legalità; esso è volto a ribadire cosa già dicono le regole vigenti, non a mutarle, ed è pertanto pienamente legittimo. Esattamente il contrario di quanto la propaganda del centrosinistra e tanta parte della stampa hanno rappresentato. A Milano, la lista Formigoni era stata ammessa dall’ufficio elettorale. Poi i radicali hanno presentato un ricorso contro la sua ammissione, laddove là legge prevede solo ricorsi contro l’esclusione di una lista o di un candidato. Ammettendo il ricorso, l’ufficio elettorale ha pertanto violato la legge. Non solo: nel merito ha accolto alcune contestazioni attinenti ad elementi non essenziali per l’autenticazione delle firme (ad esempio: mancanza del timbro tondo del Comune, pur in presenza del timbro rettangolare dell’autenticatore). Al riguardo, le istruzioni per gli uffici elettorali e la giurisprudenza in materia sono chiari, eppure l’applicazione non è uniforme da parte dei diversi uffici elettorali. Ecco la ragione e la legittimità del decreto interpretativo, volto a dettare una volte per tutte criteri certi e univoci.

A Roma è stata compiuta una violazione delle regole vigenti ancora più grave: la mancata verbalizzazione della lista del Pdl, laddove le istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature del Ministero dell’interno prescrivono, da sempre, che “il cancelliere non può rifiutarsi di ricevere le liste dei candidati, neppure se le ritenga irregolari o presentate tardivamente“. I delegati della lista del Pdl erano entrati nel Tribunale tempestivamente, giungendo davanti alla stanza dove avveniva il deposito delle liste mezz’ora prima della scadenza. Solo la carenza di personale dell’ufficio elettorale li ha costretti a fare la fila, solo la grave e colpevole negligenza da parte dei responsabili dell’ufficio li ha lasciati fuori dalla stanza, senza essere identificati come delegati e senza essere forniti di un preciso numero d’ordine, esposti invece al caos di un corridoio dove sostavano persone del tutto estranee al deposito delle liste.

Il delegato della lista del Pdl aveva anche alzato la mano, insieme ad altri tre, quando – alle 12,20 – un componente dell’ufficio si è affacciato nel corridoio per chiedere quanti altri delegati dovevano depositare le loro liste. Allora, può essere qualche metro di distanza dalla porta della stanza a determinare l’esclusione della lista Pdl e, comunque, la sua mancata verbalizzazione? Altro che applicazione delle regole, qui siamo di fronte alla loro patente violazione. La forma è sostanza, sbaglia chi lo nega. Ma la forma non può divenire formalismo irragionevole che nega la sostanza e la finalità della legge (le sottoscrizioni come requisito minimo di rappresentatività di una forza politica); meno che mai può divenire cavillo e pretesto per compiere operazioni politiche di tutt’altra natura.

Rispetto della legge e democrazia non sono in contrapposizione. Sono in gioco entrambi in questa incredibile vicenda.

Invece Repubblica continua  nella sua opera indefessa che mira a dare un’informazione plurale e corretta. Operando con alacrità e, ancora, indefessa determinazione.

Qui Pessimo formalismo giudiziario e Gli imbarazzi democratici.

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La perdita di un comune linguaggio

Un articolo che esprime un’opinione che coincide con quanto provato a dire in questi giorni qui. Quanto vale la solitudine di un Presidente di Paolo Pombeni

La vicenda del cosiddetto decreto salvaliste più che il presunto attacco alla democrazia che è stato sbandierato con opposte ragioni dagli opposti versanti politici ha messo a nudo la perdita di un comune linguaggio costituzionale e di una cultura condivisa, con l’aggravante di aver tentato un coinvolgimento senza senso del Capo dello Stato in questa diatriba opaca. Tale tentativo è tanto più censurabile se valutato dopo il verdetto del Tar che ha escluso la lista del Pdl dalla con petizione elettorale nel Lazio, potendo esercitare in piena autonomia il potere-dovere della magistratura competente di esprimere l’ultima parola sulla vicenda.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza in questa nebbia pesante. Primo rilievo: è sbagliato continuare a parlare del Presidente della Repubblica come di un “arbitro“. La politica non è una disfida a duello o una gara di qualche genere, per cui le regole servono per avere un “gioco cavalleresco“, il famoso fair play. La politica è un complesso di azioni che servono per far funzionare la gestione della cosa pubblica nel miglior modo possibile, e questo, nel costituzionalismo occidentale, è dato dal suo fondarsi sulla rappresentanza popolare.

Proprio perché non esiste alcun duello, non esiste alcun arbitro, ma invece un garante e custode della Costituzione, poiché quel che si deve salvaguardare sopra ogni cosa non sono le regole dello scontro, ma le finalità della Costituzione. In termini tecnici questo si esprime nella dialettica che sempre esiste nei sistemi politici fra legalità e legittimità. Legalità è il rispetto del modo di produzione del comando e del suo contenuto con il limite che questo non deve ordinare cose in contrasto con ta costituzione medesima (e, al limite col diritto naturale). Legittimità è il sentimento che porta alla obbedienza delle leggi non perché queste vengono fatte rispettare con la forza, ma perché le si ritiene “giuste“, cioè coerenti coi fini che la Costituzione stessa prescrive. In conseguenza legalità e legittimità in un sistema sano devono andare sempre in coppia.

Questi elementari principi sembrano sconosciuti a troppi protagonisti della vicenda politica attuale.

Cosa è infatti successo? Che nel caso in questione il rispetto della legalità (cioè il far pagare il conto della rottura di alcune regole elettorali) avrebbe comportato un vulnus alla legittimità (cioè avrebbe fatto venir meno il fondamento del potere politico nelle regioni su una radice compiutamente rappresentativa), ma al tempo stesso il ripristino della legittimità (consentire a tutti di orientare la propria delega scegliendo fra tutte le forze largamente rappresentative in campo) avrebbe comportato un vulnus alla legalità (perché si tendeva a dire che in fondo le regole sono un orpello poco significativo).

Il dilemma atroce, ci si consenta la parola; di fronte a cui si è trovato il presidente Napolitano sta tutto qui: come salvare insieme legalità e legittimità, che il garante della Costituzione (e, ci si permetta di aggiungere, un uomo politico saggio) non può consentire vengano separate.

C’era una soluzione migliore del decreto “interpretativo“? Ovviamente sì, ed era quella che lo stesso Capo dello Stato aveva in qualche modo fatta filtrare: una intesa fra maggioranza e opposizione per una leggina rapida che sanasse la situazione facendo vedere che sulla salvaguardia di uno dei fini supremi della Costituzione, cioè l’inclusione di tutti nei meccanismi rappresentativi, c’era un consenso generale. Ciò non è stato possibile per varie ragioni, ma la principale è che il confronto politico è arrivato in questo Paese a livelli di ferocia tali da impedire qualsiasi comunicazione ragionevole.

Farlo avrebbe significato per il centrodestra ammettere che aveva gravi responsabilità in quel che era successo e che chiedeva un aiuto all’opposizione, mentre per il centrosinistra significava ammettere che l’avversario era appunto un avversario e non il demonio, per cui era naturale agire perché rimanesse in campo.

Dopo mesi in cui abbiamo visto alzarsi in continuazione il livello dello scontro e con le lotte interne sempre più aspre dentro le coalizioni e dentro i due maggiori partiti che le governano una soluzione di quel genere non è stata possibile. È per questo che alla fine il Presidente della Repubblica è stato costretto, essendosi duramente opposto all’idea che si potesse compromettere molto il principio di legalità, ad accettare la soluzione della “interpretazione per via legislativa” che almeno provava a tenere insieme legalità e legittimità.

Al momento la soluzione non sembra affatto avere risolto il problema di fondo, che non era solo la restaurazione di un confronto elettorale “legittimo” fra maggioranza e opposizione (lasciando agli elettori di punire, eventualmente, coloro che avevano usato le regole in maniera disinvolta), ma quello di restaurare un clima politico in cui i temi del confronto fossero le cose da fare e non lo scambio di insulti e di accuse più o meno fantasiose.

Il presidente Napolitano ha compiuto sino ìn fondo il suo dovere e lo ha fatto al prezzo di quella solitudine pesante, che è spesso il compagno di strada della decisione politica quando è degna di questo nome. La speranza è che il Paese capisca il senso profondo di questa assunzione di responsabilità e che riscopra i valori della nostra Carta Costituzionale, che vediamo sempre più ridotta da molti ad una versione casereccia di quello che fu il “libretto di Mao” nella poco gloriosa rivoluzione culturale cinese.

Anche Anna Chimenti sul Riformista affronta la questione. Il Capo dello Stato non è arbitro.

Nella Costituzione italiana il presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale… è figura di garanzia.

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Precisazioni

Dopo che il Ministro degli Interni Maroni aveva precisato oggi:

che “se il Tar decide che una lista è fuori rimane tale, nonostante il nostro decreto. Avremmo potuto riaprire i termini invece abbiamo deciso di conservarli e abbiamo detto ai giudici: voi decidete sulla base non di nuove leggi, ma dell’interpretazione data dal governo. Non sappiamo se saranno ammesse, mi auguro che tra pochissimi giorni il quadro sia completo in modo da poter svolgere quel che resta di campagna elettorale serenamente da chi ha il diritto di svolgerla”.

via Maroni sollecita i giudici – Maroni, elezioni, regionali – Libero-News.it.

Arriva ora dal Tar del Lazio la decisione di respingere la richiesta avanzata dal Pdl di sospendere il provvedimento della Corte d’Appello di Roma con il quale era stata esclusa la lista per la Provincia di Roma dalle prossime elezioni regionali, spiegando in un’ordinanza che la documentazione non era stata presentata nei tempi utili perché “non c’è certezza né prova che il delegato del Pdl all’atto della presentazione della lista avesse con sé tutta la documentazione”. I giudici (la seconda sezione Bis del Tribunale, presieduta da Edoardo Pugliese), hanno fissato la discussione nel merito del ricorso al 6 maggio 2010, spiegando che l’eventuale rinvio alla Corte costituzionale sulla legittimità del decreto cosiddetto “salva-liste”, sarà deciso in quella sede.

A quanto pare le “regole”, le leggi e i giudizi continuano ad esserci in Italia e i Tribunali Amministrativi anche, non li hanno eliminati. Nonostante i ragionamenti. Continuano autonomamente a decidere.

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Lunga vita

Il Presidente Napolitano risponde alle lettere di 2 cittadini (una a favore e l’altra contro una soluzione del problema) per spiegare le motivazioni che lo hanno spinto a firmare il Decreto Legge interpretativo (Decreto Legge 5 marzo 2010, n. 29 o decreto salva-liste come è stato rapidamente ribattezzato) e la risposta viene pubblicata sul sito ufficiale della Presidenza della Repubblica:

Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano. Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di “beni” egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico. (….)

E i tempi si erano a tal punto ristretti – dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano – che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.

Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri.

Qui si commenta così e così:

Lunga vita al compagno presidente Giorgio Napolitano, il solo uomo di sinistra rimasto in questo paese con la testa sulle spalle (e con un cervello nella testa).

via Il decreto interpretativo, il Quirinale, le opposizioni — The Frontpage.

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Impeachment per il Colle

Dopo la firma del decreto “interpretativo” (qui il testo) da parte di Napolitano e dopo aver letto i giornali stamattina Di Pietro chiede: “Impeachment per il Colle” e lo scrive in una nota.

«[...] stamattina, dalla lettura dei giornali ho appreso che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo. Se così fosse sarebbe correo visto che, invece di fare l’arbitro, avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta» afferma in una nota il presidente dell’Italia dei Valori, che aggiunge: «Allora, c’è la necessità di capire bene il ruolo di Napolitano in questa sporca faccenda onde valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l’impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni».

Dopo che ieri aveva così salutato la notizia: «È un abuso, andrebbero fermati con le forze armate». Di «decreto eversivo» aveva parlato il radicale Marco Cappato, secondo cui è in atto «un tentativo di porre il potere al di sopra e contro la legge» e secondo cui le elezioni a questo punto andrebbero annullate e riconvocate. Mentre per Emma Bonino, candidato tra l’altro nel Lazio, si stava assistendo ad: «una delle pagine più vergognose della storia del Paese dal punto di vista giuridico. Non ci sono parole. Non ci sono situazioni che possono autorizzare un governo a emettere norme palesemente illegali». Sinistra e Libertà, con Fabio Mussi, definiva invece il tentativo di reinserire le liste del centrodestra come veri e propri «brogli di Stato». Per Pier Luigi Bersani, infine, aveva dichiarato: «non si sa se c’è da piangere o da ridere».

Oggi anche il Pd cerca di difendere il Capo dello Stato e attacca Di Pietro, mentre annuncia, contemporaneamente, una grande manifestazione di tutto il centrosinistra per sabato 13 marzo. Massimo D’Alema spiega che il Presidente «poteva opporre un problema di costituzionalità per una norma sostanziale», ma questo non poteva avvenire per «una forma interpretativa». «La responsabilità politica è del governo», attacca il presidente Copasir: «C’è una casta pasticciona che si autoassolve, siamo di fronte a un atto d’arroganza». L’inaccettabile fino ad ieri inviato verso l’ipotesi decreto o rinvio da Bersani e Franceschini, il vicecapogruppo al Senato del Pd, Nicola Latorre, lo spedisce anche a Di Pietro. La posizione di Di Pietro sull’impeachment al Capo dello Stato «è assolutamente inaccettabile».

«Napolitano continua ad operare con grande equilibrio – ha aggiunto – e garanzia per tutto il Paese».

Io continuo a pensare che le due situazione erano e sono completamente diverse. Il decreto, a mio parere, non avrebbe dovuto riguardare Roma e la lista Pdl, dove le “incapacità” sono state manifeste e dove alla fine sarebbe stato escluso 1 partito. Cosa molto diversa invece è avvenuta in Lombardia, dove nessuno si sarebbe “scandalizzato” ad una riammissione del listino e dove le “anomalie” sono state (tante) della Corte di Appello e si sarebbe esclusa non 1 lista, ma decine e decine di liste, impedendo davvero a milioni di cittadini incolpevoli di esercitare il loro diritti.

Al di là quindi delle responsabilità, solo per avere un’idea è come dire che per motivi formali e burocratici (o per errori manifesti di qualcuno), gli elettori del centrosinistra di Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Basilicata, tutti insieme, si fossero trovati non solo senza Pd, ma senza alcuna possibilità di votare chiunque se non Lega e Pdl. Sarebbe stato il male minore o no?

I pareri dei costituzionalisti sull’intervento: Il confine sottile tra la modifica e l’interpretazione.

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La successione

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