Archivio per Economia

Lunga tradizione

Guido Tabellini su economia, pensiero liberale, etica nella tradizione liberale e in quella cattolica. Passando per Adam Smith e l’Enciclica papale Caritas in veritate.

[...] La questione dei rapporti tra etica ed economia ha una lunga tradizione, lunga almeno tanto quanto la storia delle idee in campo economico. Adam Smith, il fondatore del pensiero economico moderno, vedeva nell’empatia tra esseri umani, prima ancora che nella massimizzazione del benessere materiale, la principale motivazione delle azioni individuali. Più in generale, l’idea che il buon funzionamento di un’economia di mercato e di uno stato di diritto si regge anche su precisi presupposti morali è parte integrante di un’antica tradizione di pensiero liberale in economia. Il rispetto per i diritti di proprietà, il mantenimento della parola data e degli impegni presi, il rispetto delle aspettative e delle intenzioni tra le parti contraenti devono discendere anche da un comune sistema di valori, non solo dagli incentivi economici o dal timore di essere sanzionati dalla legge.

Senza questi presupposti, un sistema basato sul libero scambio difficilmente potrebbe funzionare. Inoltre, e indipendentemente da incentivi e sanzioni, chi svolge determinate professioni ha obblighi e responsabilità anche morali nei confronti della società: il medico nei confronti dei pazienti, l’avvocato verso i clienti o, per ricordare un esempio recente in cui questo principio era evidentemente venuto meno, l’auditor verso i risparmiatori.

Infine, senza un diffuso senso civico e un generalizzato rispetto per le istituzioni e per il bene pubblico, la convivenza politica e sociale sarebbe gravemente compromessa e la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche sarebbe a rischio.

Tuttavia la tradizione liberale si ferma qui. Essa sottolinea l’importanza di condividere un particolare insieme di regole di comportamento che facilitano le interazioni sociali. Ma si guarda bene dal chiedere che vengano condivisi anche i fini, se non nel senso che gli individui devono sempre essere riconosciuti come fini e mai usati come mezzi per raggiungere un altro fine.

Al contrario, nel pensiero liberale l’economia di mercato in uno stato di diritto è molto di più di un mezzo per produrre ricchezza e allocare con efficienza risorse scarse. Essa è anche e soprattutto un sistema che consente a ogni individuo di perseguire il suo fine, i suoi obiettivi personali, di autodeterminarsi in linea con il suo particolare sistema di valori.

La tradizione cattolica, e in particolare la recente enciclica papale, Caritas in veritate, condivide alcuni presupposti della visione liberale, ma si spinge oltre. Essa parla di “persona”, più che di individuo, e attribuisce alla persona un particolare contenuto di valori e di fini ultimi. E il bene comune è visto come principio guida dell’azione individuale anche in campo economico, e non solo con riferimento alla politica.

Nel libro Il buono dell’economia. Etica e mercato oltre i luoghi comuni scritto da Gianpaolo Salvini e Luigi Zingales con Salvatore Carrubba, un economista liberale e un filosofo gesuita discutono tra loro di questi argomenti, prendendo lo spunto dai recenti sconvolgimenti dell’economia mondiale, per affrontare alcuni dei più spinosi interrogativi che ci stanno davanti. La più grande crisi economica del dopoguerra è anche una crisi di valori, o le sue cause sono prevalentemente tecniche ed economiche? Quali saranno le conseguenze politiche della crisi, e in che misura i nuovi equilibri politici interni ai paesi occidentali porteranno a una trasformazione del capitalismo moderno? Dobbiamo davvero ripensare ai confini tra economia e politica, come suggerisce il pontefice nella sua enciclica? E come dovremmo rivedere i contenuti di ciò che viene insegnato nelle università, per indurre a prestare più attenzione ai fondamenti etici delle interazioni economiche? Queste sono alcune delle questioni discusse da due tra i più profondi e lucidi osservatori dell’economia e della società moderne, sotto la magistrale regia di un grande giornalista economico.

Le discussioni dai diversi punti di vista sono illuminanti, così come lo sono i molti punti in comune. Due idee in particolare meritano di essere sottolineate. Primo: come ci ricorda Luigi Zingales, sarebbe un errore cercare solo nell’etica e in una supposta degenerazione del capitalismo le cause principati della crisi finanziaria. La crisi è riconducibile a ben identificabili distorsioni nella gestione del rischio all’interno delle banche, e a un’errata impostazione della regolamentazione e della supervisione. Questi errori possono e devono essere corretti, e incolpare solo l’etica e i valori senza correggere le distorsioni di fondo non ci aiuterebbe a evitare la prossima crisi. continua qui

Il testo è la prefazione al libro «Il buono dell’economia. Etica e mercato oltre i luoghi comuni» di Gianpaolo Salvini e Luigi Zingales con Salvatore Carrubba (Bocconi Editore)

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Funziona la stretta?

Crollano le domande di pensione per invalidità civile

Funziona la stretta sull’invalidità civile: nei primi due mesi del 2010 le domande di pensione per invalidità civile presentate all’Inps sono state 150mila con un calo del 58% rispetto alle 350mila presentate nello stesso periodo del 2009. Lo annuncia il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ricordando che la riforma ha previsto dall’inizio dell’anno la presentazione delle domande all’Inps per via telematica piuttosto che alle Asl.

[...] «Sapremo solo nei prossimi mesi se il trend sarà confermato – ha spiegato Mastrapasqua – ad oggi c’è una riduzione del 58% delle domande presentate all’Istituto. Siamo già presenti nel 55% delle commissioni mediche delle Asl e in parte del 45% delle commissioni nelle quali non siamo presenti abbiamo riscontrato atteggiamenti poco collaborativi. A breve invieremo una lettera per invitare le Asl a comportarsi così come prevede la nuova normativa».

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E’ un punto di partenza importante

Da “IL RIFORMISTA” di martedì 9 marzo 2010

Fannulloni e nullafacenti per noi pari non sono di Pietro Ichino e Renato Brunetta

Al di là della definizione che ne danno i dizionari, i termini “fannullone” e “nullafacente” non sono affatto tra loro sinonimi.

“Fannullone” è chi non ha voglia di far niente e fa tutto il possibile per sottrarsi al proprio dovere; “nullafacente” indica invece un concetto assai più ampio, che comprende anche tutti coloro che nulla fanno, non necessariamente perché non ne hanno voglia, ma anche, talvolta, perché non sono posti in condizione di fare. In altre parole, non tutti i nullafacenti sono fannulloni. In riferimento specifico a questo libro, potremmo aggiungere un altro corollario: i cento bravi dipendenti pubblici che ne animano le pagine facendo orgogliosamente valere il risultato del proprio lavoro hanno avuto la fortuna di trovarsi inseriti in strutture che hanno saputo valorizzare il loro impegno; ma il loro successo, per lo più, è dipeso anche dalla qualità dell’organizzazione in cui sono stati inseriti.

La differenza di significato tra i due termini “fannullone” e “nullafacente” corrisponde dunque al contrasto tradizionale fra l’idea tradizionalmente sostenuta “da destra”, secondo cui l’efficienza di una struttura dipende essenzialmente dalla diligenza di chi vi è addetto, e l’idea tradizionalmente sostenuta “da sinistra” e molto legata al modello di produzione fordista, secondo cui invece l’efficienza di una struttura dipende essenzialmente dalla qualità dell`organizzazione. Nel primo ordine di idee, se in una amministrazione pubblica le cose non funzionano è sempre colpa dei fannulloni; nel secondo ordine di idee, è sempre colpa del management o del vertice politico, essendo i singoli dipendenti costretti alla nullafacenza dal difetto delle necessarie dotazioni strumentali e/o dall’incapacità dei dirigenti.

Entrambe le idee colgono un aspetto della realtà: l’effiicienza di una struttura amministrativa è funzione, al tempo stesso, della qualità dell’organizzazione e dell`impegno di chi vi è addetto. Per migliorarla occorre agire al tempo stesso su entrambi i fronti. E il solo modo per farlo è istituire gli incentivi giusti perché la dirigenza pubblica si riappropri delle proprie prerogative fondamentali – il potere organizzativo e il potere direttivo – e le eserciti fino in fondo, valorizzando l’impegno dei singoli dipendenti e sanzionando i loro comportamenti negligenti, i difetti di impegno individuale. Per i dirigenti delle aziende private è, in genere, il mercato a generare l’incentivo, con la minaccia di emarginazione dell’impresa inefficiente; per i dirigenti pubblici e i vertici politici da cui essi dipendono l’incentivo, quando non può essere il mercato ad attivarlo, deve nascere dal giudizio dell’opinione pubblica, ovvero degli elettori. E perché gli elettori possano giudicare sono indispensabili la trasparenza totale delle amministrazioni, la disponibilità di valutazioni credibili del loro operato e la possibilità di confrontare tra loro le performance delle amministrazioni tra loro simili: il cosiddetto benchmarking.

Su diverse altre questioni inerenti al miglioramento del funzionamento delle amministrazioni pubbliche oggi maggioranza e opposizione divergono, ma su questi tre punti fondamentali – trasparenza totale, valutazione indipendente e benchmarking – esse concordano: è un punto di partenza importante per un’azione bipartisan di lungo periodo, il cui orizzonte non sarà limitato a una legislatura perché la sua continuità non dipenderà dal colore politico del Governo.

Prefazione al libro di Vito Tenore (Magistrato della Corte dei conti. Professore presso la Scuola Superiore dell’economia e delle finanze) “Non siamo fannulloni”.

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Una cosa mi pare assai probabile

L’aveva detto anche a caldo intervistando a radio24 Stefano Parisi e lo ridice chiaro, senza giraci intorno Oscar Giannino, nella sua lunga disamina su Chicago Blog: “Mi assumo la responsabilità di far arrabbiare il lettore. Ma, a me, l’inchiesta su Fastweb e Telecom Italia Sparkle ha fatto venire i brividi. Però, non come ai più. Me li suscitati anzi in senso molto diverso. La dirò nella maniera più piatta, senza girarci intorno.

Bene: a me ha provocato disgusto e orrore, la piena omologazione tra responsabilità delle società telefoniche con i banditi delle società carosello all’estero, con la rete malavitosa di Mokbel e la cosca Arena che avrebbe eletto il senatore Di Girolamo. Si tratta di due mondi assolutamente separati. Separate sono le responsabilità penali. Se i corpi dello Stato che hanno indagato su filoni d’indagine diversi e distinti per poi riunirli nelle mani gli inquirenti, e se poi la magistratura al seguito hanno fatto un unico calderone, non voglio apparire troppo semplificatore e dietrologo ma una cosa mi pare assai probabile: si è mirato alto e sparato a pallettoni perché lo sdegno emotivo fosse massimo, e di conseguenza si determinassero immediatamente una serie di conseguenze.

Telecom Italia, Fastweb e l’indagine bomba

L’indagine che ha investito Telecom Italia attraverso la sua controllata Sparkle e Fastweb ha avuto l’effetto di una bomba dirompente. Su di essa, dopo giorni di riflessione ho maturato un pensiero strutturato. Diverso da quello che si limita all’indignazione. Molto diverso. Non so quanti saranno d’accordo con me, ma questo blog è per discutere apertamente. Si colpisce duramente il concorrente dell’incumbent, rispetto alle attenzioni riservate a quest’ultimo. Si azzera l’agenda che era sul tavolo d amesi. Si aiuta il manager di TI rispetto alle richieste dei suoi soci, e alla mancanza di strategia che sin qui ha contraddistinto la sua gestione. Voi direte: nulla di ciò deve interessare ai magistrati. Siete sicuri, che nulla di ciò interessi davvero? Io no. Proprio no. Prosegui la lettura…

via CHICAGO BLOG.

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L’altra versione

Parla il grande accusato dal gruppo Espresso
La versione di Mario Resca, fuori da “cricche” e società per “fare affari”

Il direttore generale alla Valorizzazione dei Beni culturali risponde agli attacchi e li smonta numero per numero.

Non si sente uno della “cricca”, Mario Resca, direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale che il gruppo Espresso ha descritto – alludendo a presunti conflitti d’interesse, compensi d’oro, uffici principeschi – come un “uomo del fare affari” che, per dirla con Repubblica, “può gestire le gare come vuole con la società controllata Ales… una sorta di Iri della Cultura” e come un affiliato alla losca (per Repubblica) “Beni culturali spa”, “tutta protesa alla prateria di appalti che si apre per la valorizzazione del patrimonio storico e monumentale”.

[...] “Avrei potuto benissimo fare altro, potrei fare altro, potrei anche guadagnare più dei centosessantamila euro di stipendio che percepisco come direttore generale – questa è la cifra, non i proventi d’oro di cui favoleggia il gruppo Espresso”. continua qui

Qui Repubblica parlava del suo stipendio d’oro da 2,5 milioni di euro. Qui una breve raccolta dei pezzi di Repubblica.

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Sta per sbloccare?

Una delle più grandi frodi di tutta la storia“. Riciclaggio, chiesto l’arresto di Scaglia e di un senatore Pdl. Pioggia di arresti. Il gip: «Una frode colossale». Tlc e ‘ndrangheta, riciclaggio da 2 mld.

Nel giorno del terremoto giudiziario che ha colpito Fastweb, Telecom Sparkle e gran parte del management, con la richiesta formale da parte della Procura di Roma di commissariare tutte e due le società – e con il crollo in Borsa delle società indagate – arrivano ovattate anche altre notizie. In arrivo 1,4 miliardi per la banda larga.

Il Cipe sta per sbloccare 1,4 miliardi per la banda larga. Si tratta degli 800 milioni del piano Romani, a cui si sono aggiunti, in corso d’opera, altri 600 milioni, provenienti anche dagli enti locali. Lo ha detto il presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera, Mario Valducci, a margine di un convegno sul Futuro della rete, organizzato in partnership con Baia (Business Association Italy America).

Sarà la volta buona? Qui un’intervista doppia di Claudio Tucci su Banda larga e digital divide. Quale futuro in Italia?

Iva agevolata per le connessioni in rete e una Tremonti-ter per rendere più appetibile alle aziende il mercato di internet. Attenzione anche alla sicurezza telematica e, soprattutto, a ridurre il digital divide ancora esistente nel Paese: oggi 8 italiani su 10 sono senza banda larga e circa 30 milioni non utilizzano internet. Quale futuro attende quindi la rete? Lo abbiamo chiesto a Mario Valducci (Pdl), presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni, e a Sandro Gozi (Pd), membro della commissione Politiche europee, a margine di un convegno alla Camera su accesso universale e reti intelligenti, organizzato in partnership con Baia (Business Association Italy America).

Rispondono Valducci (Pdl) e Gozi (Pd).

Franco Bernabè (prima che le notizie dell’inchiesta fossero diffuse in giornata), dopo che il Sole stamattina (Il progetto di fusione Telecom-Telefonica si fa più lontano) allontanava l’ipotesi fusione (“La fusione tra Telefonica e Telecom Italia sarebbe già finita sul binario morto, anche se in Mediobanca il tema non è stato ancora archiviato.”), continuava a  difendere gli investimenti e la rete di Telecom, come si può leggere sul quotidiano economico: “Approfittando della presentazione della prima relazione annuale dell’organo di vigilanza sugli impegni di Telecom sulla rete di accesso del gruppo, l’amministratore delegato Franco Bernabè è tornato ad attaccare i competitor che rimproverano al gruppo il limiti della rete”.

«Le scelte di investimento non possono e non devono in alcun modo essere influenzate da soggetti che non partecipano all’investimento»

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Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale

Dell’eco delle liti, vere o presunte, tutti saranno sicuramente a conoscenza. La stampa si è molto soffermata sull’ennesimo scontro tra Tremonti e Brunetta in Consiglio dei Ministri. Alla fine, però, è arrivato il via libera dallo stesso Consiglio dei ministri al nuovo Codice dell’amministrazione digitale. Il nuovo Cad. Il decreto legislativo che istituisce «il nuovo Codice dell’Amministrazione digitale per passare dalla carta all’elettronica» è stato definito «importantissimo» dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta per passare dalla «carta all’elettronica», una rivoluzione che «investirà tutti i cittadini».

Lo schema di decreto legislativo presentato in Consiglio dei Ministri, integra e modifica il vigente Codice dell’amministrazione digitale, emanato nel 2005, alla luce della rapidissima evoluzione delle tecnologie informatiche che ha reso obsolete alcune definizioni e previsioni normative in esso contenute. Sul testo verrà sentito il Garante per la protezione dei dati personali e saranno acquisiti i pareri della Conferenza unificata e delle Commissioni parlamentari di merito.

Le principali novità riguardano la:

  • riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni attraverso l’istituzione di un ufficio unico responsabile delle attività ICT, la razionalizzazione organizzativa e informatica dei procedimenti, l’introduzione del protocollo informatico e del fascicolo elettronico;
  • semplificazione dei rapporti con i cittadini e con le imprese attraverso l’introduzione di forme di pagamenti informatici, lo scambio di dati tra imprese e PA, la diffusione e l’uso della PEC, l’accesso ai servizi in rete, l’utilizzo della firma digitale, la dematerializzazione dei documenti e l’arricchimento dei contenuti dei siti istituzionali in termini di trasparenza;
  • sicurezza e lo scambio dei dati attraverso la predisposizione, in caso di eventi disastrosi, di piani di emergenza per garantire la continuità operativa nella fornitura di servizi e lo scambio di dati tra PA e cittadini.

Secondo il Ministro:

Entro tre mesi, la Pa utilizzerà soltanto la pec per tutte le comunicazioni che richiedono una ricevuta di consegna a chi ha dichiarato il proprio indirizzo. Entro sei mesi i bandi di concorso saranno pubblicati sui siti istituzionali ed entro 12 mesi saranno emanate le regole tecniche per dare piena validità alle copie cartacee e digitali dei documenti informatici. La Pa non potrà richiedere l’uso di moduli e formulari che non siano stati pubblicati sui propri siti e il cittadino fornirà una sola volta i propri dati. Entro 15 mesi le pubbliche amministrazioni predisporranno appositi piani di emergenza idonei ad assicurare, in caso di eventi disastrosi, la continuità delle operazioni indispensabili a fornire servizi e il ritorno alla normale operatività.

Una volta completato l’iter di approvazione, il decreto legislativo avvierà un processo che consentirà di avere entro i prossimi 3 anni (in coerenza quindi con il Piano e-Gov 2012) un’amministrazione nuova, digitale e sburocratizzata.

Qui la Conferenza stampa del Ministro Brunetta. Qui una presentazione in ppt, a cura del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione, del nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale.

Se ne parla anche qui, sul Sole. L’ufficio pubblico va in digitale. Il percorso a tappe. In tre mesi le email certificate. Entro un anno i «nuovi documenti».

Il nuovo Codice per l’aministrazione digitale (Cad), versione aggiornata e rafforzata da un corredo di sanzioni e obiettivi certi rispetto al testo varato cinque anni fa da Lucio Stanca, prende la via dell’approvazione definitiva. [...] Il nuovo Cad è concepito dal ministro come il «secondo pilastro» del suo disegno più complessivo di modernizzazione della Pa, dopo il varo della riforma dei rapporti di lavoro nel pubblico impiego con le norme sulla trasparenza, la valutazione delle performance e i nuovi meccanismi di premio dei risultati.[...] La transizione prevede che in ogni amministrazione venga istituito un ufficio unico responsabile della attività Ict (senza incremento degli organici), la razionalizzazione di tutte le procedure e l’introduzione del protocollo informatico e del fascicolo elettronico. L’implementazione del Cad passerà anche attraverso una serie di semplificazioni procedurali e di diffusione delle soluzioni tecnologiche e organizzative che sono risultate migliori in termini di produttività; a vigilare su questi processi sarà DigitPa (ex Cnipa, ndr qui il decreto di riordino). Forte anche l’impegno previsto sul fronte sicurezza e dello scambio di dati tra amministrazioni, con l’obbligo tra l’altro di attivare piani di continuità operativa dei servizi in caso di calamità.

[...] «La Pa digitale – ha concluso Brunetta – rappresenta uno dei punti qualificanti del programma di governo e siamo convinti che produrrà effetti importanti anche e soprattutto in termini di crescita economica. Ma visto che le cronache di questi giorni sono affollate di episodi di corruzione – ha poi aggiunto – mi piace sottolineare che una Pubblica amministrazione più efficiente e trasparente riesce a marginalizzare meglio i fenomeni corruttivi».

Da leggere l’editoriale di Carlo Mochi Sismondi: “Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale? Io l’ho letto”, con quello che gli piace, quello che non gli piace e quello che avrebbe voluto ci fosse e non c’è. Per saperne di più il dossier sul sito del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione.

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Opere incompiute

[...] Certo le denunce della corruzione aumentano, ha detto Ristuccia, ma uno dei capitoli che maggiormente pesa nell’attività della Corte è quello delle “opere incompiute”, cioè “progettate e non appaltate, ovvero non completate o inutilizzabili per scorretta esecuzione”. Un fenomeno, ha osservato Ristuccia, che “determina un ingente spreco di risorse pubbliche”.

Ma chi frena? E come fare per accelerare le opere? Chi volesse avere risposte ponderate, quindi non troppo divulgative, può ricorrere a un libro appena uscito per Il Mulino. Titolo: “E’ possibile realizzare le infrastrutture in Italia?”. All’interrogativo provano a rispondere ricercatori ed esperti del settore, coordinati dall’economista Alfredo Macchiati e da Giulio Napolitano, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università Roma Tre. “Lo sviluppo delle infrastrutture è indice dello stato di salute di un paese e della sua capacità di governo”, dice Napolitano in una conversazione con il Foglio. E l’Italia, adesso, non è al meglio della sua forma: la costruzione delle prime ferrovie coincise in maniera significativa con l’Unità del paese; e, per restare a epoche più recenti, gli anni del miracolo economico furono gli stessi del primato in Europa in termini di infrastrutture stradali.

E oggi? “L’Italia si è praticamente fermata”, osserva Napolitano, “tanto che secondo alcune ricerche internazionali, il nostro paese si colloca, in quanto a qualità infrastrutturale, nel gruppo di coda dell’Europa a 15, prima soltanto di Portogallo e Grecia. E questo è un serio ostacolo all’attrattività degli investimenti esteri nel nostro paese”.

Napolitano indica due fattori per spiegare lo stallo: da una parte “il progressivo aumento del decentramento istituzionale, non accompagnato da una chiara definizione delle responsabilità tra amministrazione centrale ed enti territoriali”; dall’altra “il contenimento dei finanziamenti pubblici, non sostituiti da un quadro regolatorio capace di attrarre investimenti privati”. Leggi il resto »

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Vi entrava con un tasso di crescita basso, ai minimi europei

Secondo qualche nostro grande quotidiano che titola «Crescita ai minimi A rischio i consumi e il Pil» il Governatore avrebbe detto tra le cose da sottolineare: «Stiamo ora uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei».

Questa è la parte finale dell’intervento (qui il testo integrale) di Draghi al Forex:

Poco più di un anno fa l’Italia entrava nel pieno della crisi che, dopo il fallimento di Lehman Brothers, diveniva globale. Vi entrava con un tasso di crescita basso, ai minimi europei.

Sul versante finanziario la nostra economia resisteva all’impatto della crisi meglio di molte altre: la solidità e la prudenza delle banche non rendevano da noi necessari interventi di sostegno della portata di quelli che hanno gravemente pesato sui bilanci pubblici di altri paesi. Ma la perdita di produzione e di reddito è ingente. La rete di protezione sociale, pur non riformata organicamente, è stata opportunamente estesa così da arginare disoccupazione e abbandono sociale.

Stiamo ora uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei.

Una crescita economica sostenuta è base di benessere; è presupposto della stabilità finanziaria per un paese ad alto debito pubblico come l’Italia; è futuro per i giovani, dignità per gli anziani; il nostro Mezzogiorno ne trarrebbe forza, può esserne traino. Ne sono condizione le riforme strutturali, la cui mancanza ha segnato la perdita di competitività del Paese, che dura da un quindicennio. Non è un problema solo italiano, è comune ad altri paesi europei; è all’origine delle attuali fragilità. L’integrazione europea ha portato stabilità dei prezzi e, fino alla crisi, efficace controllo sui deficit pubblici. Dieci anni fa, all’avvio della moneta unica, si levarono voci a richiedere anche un più forte governo economico dell’Unione; furono sovrastate dai cori entusiasti che celebravano la meta raggiunta insieme all’impegno a resistere a ogni ulteriore integrazione.

L’euro è saldo. Chiaramente, una crisi che produce instabilità finanziaria mondiale colpisce le economie dell’area con intensità diversa a seconda delle strutture su cui poggiano. Occorre che nell’Unione si formi la volontà comune di estendere alle strutture economiche, e alle riforme di cui necessitano, la stessa attenta verifica, lo stesso energico impulso che sono stati esercitati negli anni sui bilanci pubblici.

A me sembra cosa diversa dire queste cose e dire vi entrava e ora ne stiamo uscendo. Scollegare le frasi a volte serve a fare un’operazione discutibile. Forse. Come sembra importante questo: Draghi chiede un più forte governo economico dell’Ue. Ma naturalmente non sono un’economista, né una giornalista.

update: Bersani commenta dopo aver letto le agenzie.

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