Archivio per Cronaca

Case e cisterne

Case in stile eoliano

L’architettura tipica Eoliana è tuttora ben viva nel modo di edificare delle Isole Eolie, ma nasce da esigenze strettamente funzionali dettate dalle condizioni particolari in cui gli abitanti dell’arcipelago si trovarono a vivere. La forma delle case a piccoli cubi, i tetti piatti e le pareti che presentano lievi arrotondamenti consentivano di incanalare l’acqua nelle cisterne. La tecnica costruttiva era molto semplice, visto che erano gli isolani stessi a costruire le proprie case e i materiali utilizzati erano calce idrata mischiata alla sabbia.

I muri esterni erano spessi e costruiti a secco con delle pietre locali ciò permetteva di intrattenere il calore in inverno e mantenere fresco l’abitato nel periodo estivo. Caratteristiche sono le travi di legno che reggevano il soffitto, poste a 40 cm l’uno dall’altro con stuoie di canne e sopra venivano messe pietre, malta di calce e sabbia battuta facendo divenire il soffitto duro e compatto. Questa tecnica faceva sì che la costruzione fosse antisismica poiche le fondamenta e le basi erano fatte con pietre pesanti, mentre i solai con pietre leggere e friabili. I rifasci delle porte e delle finestre venivano ingentiliti con bordi colorati e tipiche sono le sculture poste sul tetto. All’interno della camera principale, che era la cucina, vi era un soppalco utilizzato per conservare i cibi. La cucina, costituita da una fornacella a due o tre fuochi aveva due forni: uno grande per il pane e uno piccolo per i dolci. Il bagno, piccolissimo, era fuori dalla casa per motivi di igiene.

All’esterno della casa vi era il terrazzo, con i “bisuoli” (sedili in muratura) e i “pulera” (tipiche colonne Eoliane) che sostenevano un pergolato a vite. La bocca della cisterna si trovava nel terrazzo. C’erano due tipi di magazzini: la “pinnata” (dove venivano posti gli attrezzi da lavoro, e il “palmento” (dove si pestava il vino).

Questa è la tecnica millenaria che veniva utilizzata dagli eoliani per costruire le loro case. Tutte, o quasi, le case della Eolie hanno una cisterna. La “cisterna” serviva a:

attingere l’acqua piovana che veniva raccolta per caduta dai tetti; la bocca della cisterna era sempre di lato al lavatoio e questo, essendo posto all’esterno, consentiva il recupero dell’acqua utilizzata per lavare per innaffiare l’orto antistante il terrazzo.

Ogni parte della costruzione era strettamente funzionale all’economia abitativa; così, ad esempio, il cosiddetto “astrico“, ovvero il tetto a terrazzo, veniva utilizzato per raccogliere l’acqua piovana in sottostanti cisterne interrate a forma di uovo.

Questa è invece la “rassegnata ironia” con cui ieri l’onorevole Luca Barbareschi ha risposto all’Ansa sulla questione della “presunta piscina abusiva” costruita nella sua casa di Filicudi nelle Eolie.

“E’ vero, dal 1964 esiste una cisterna d’acqua, un manufatto di 40 mq, di due metri x 60 x 3,20 cm d’altezza. Compro quando sono qua 2 camion di acqua per essere autonomo a questo punto posso o innaffiarci il mio giardino di ulivi o berli tutti. Recentemente per tre metri ho fatto anche un muretto a secco con le pietre. Non ho mai ricevuto alcuna denuncia, dunque mai fatto ricorso al Tar. Ora dopo queste indiscrezioni che smentisco verranno a controllare. Se riceverò denuncia ricorrerò al Tar”, aggiunge il finiano Barbareschi gustando una granita ad Alicudi e spiegando di non volersi ”rovinare i 20 giorni di vacanza l’anno con questa vicenda che guardacaso mi riguarda in questi giorni”. ”Sono sereno – conclude – vicende così sono nel conto della politica attuale. L’assurdo è che esiste un hotel a Filicudi con piscina olimpionica e che si parli di questa cisterna che c’è da sempre in una paese dove la cementificazione selvaggia e gli ecomostri non importano a nessuno”.

Questa è la foto della “cisterna” in questione, esistente secondo Barbareschi dal 1964, e qui ci sono le altre foto che il Notiziario delle Eolie ha pubblicato, riconfermando la notizia dell’accertamente eseguito nella villa dell’attore a Filicudi.

oltre alla piscina di 40 metri quadri costruita al posto di un terrapieno destinato a giardino e confinante con la strada pubblica, come anticipato, è stato anche realizzato un vano tecnico con due finestre non previste in progetto, una diversa destinazione del vano scala munito di finestra e una porta che permetteva l’accesso sulla strada comunale. Il tutto senza concessione edilizia del Comune di Lipari, senza i pareri della Sopritendenza, del Genio Civile (zona sismica), mentre i movimenti di terra con scavo sono stati eseguiti senza il parere della Forestale in un’area sottoposta a vincolo idrogeologico. Per gli abusi edilizi, una denuncia è stata inviata alla procura della Repubblica di Barcellona, mentre dal Comune sta per partire l’ordinanza di demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi.

Dei manufatti dell’on. Barbareschi non ce ne può fregare di meno e ci dispiace molto che qualcuno abbia tentato di rovinare le sue meritate vacanza, ma è proprio con la stessa “rassegnata ironia” che gli facciamo sapere che il tentativo di prendere per il culo il mondo intero a un limite. Soprattutto in Sicilia.

p.s.: Ah e del direttore del Notiziario Bartolino Leone tutto si può dire tranne che è un pericoloso strumento nelle mani del Cav. e dei servizi segreti italiani per condurre battaglie politiche. Sarebbe ora che la smettessero di ripetere tutti sempre e comunque la stessa musica. Esiste anche altra bella musica.

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Presunte smentite e presunti silenzi

E anche le fatture riescono a diventare nei titoli “presunte”. Non l’interpretazione che se ne farebbe come sarebbe logico, ma in questo caso, proprio le fotocopie delle fatture pubblicate. La «Guerra dei mobili tra Fini e «Il Giornale»: pubblicate le presunte fatture. In prima pagina le presunte ricevute d’acquisto di una cucina per la casa a Montecarlo. E intanto però – scrivono – c’è da aggiungere la smentita del mobilificio in cui sarebbe avvenuto il presunto acquisto. Recita infatti una nota dell’esercizio commerciale:

«La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell’interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell’onorevole Fini»

Tanto presunte fatture non sembrerebbero neanche per il “presunto” mobilificio. Scrivono poi qui anche i giornali liberal e liberi, che:

«Effettivamente le gole profonde che hanno spifferato la storia ai giornali però non hanno mai detto che la spedizione è stata effettuata da “Castellucci”»

Quelli che, dopo aver perso la preziosa collaborazione (sempre fermo a quel fine luglio, non ha avuto tempo evidentemente nel frattempo di parlare con il suo popolo, troppo impegnato con le interviste quotidiane ai grandi giornali), oggi ripetono con lei la parola chiave che «la politologa e mente di Fare Futuro» – chiamata in causa ironicamente dal Riformista – utilizza spesso per rintracciare con loro «il codice genetico della politica contemporanea». Con ampio utilizzo del consueto plurale maiestatis. «Se e quando… commenteremo» come le si addice. O dovremmo intuire che parla anche a nome loro, gli scopritori delle diuturne invenzioni?

Mentre qui, sempre il Corriere con il suo esperto quirinalista, fa parlare ampiamente, anche in questo caso virgolettandolo ripetutamente, chi rientrato al Quirinale, evita di «commentare i commenti».

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Idee chiare e schiena dritta

La prima Repubblica ha avuto grandi pregi, e i difetti che ne hanno provocato la morte non sono quelli agitati dal moralismo fascistoide e giustizialista. Ma è finita, indietro non si torna. Non è possibile, perché sono disperse le famiglie politiche risorgimentali (si rifletta su questo, in vista del centocinquantenario) ed è dissolta, fortunatamente, la guerra fredda. Allora si deve andare avanti, conformando le istituzioni non al bipolarismo, che non c’è e non ci sarà mai, ma al bisogno di rendere forte il potere degli elettori e, poi, forte quello del governo. La nostra Costituzione prevede il contrario.

Se si pensa di convocare le elezioni anticipate solo per regolare i rapporti di forza fra formazioni politiche ridotte ad essere agglomerati di persone e interessi, si sta perdendo tempo. La sinistra non le vincerebbe, ma ove ciò accadesse saprebbe rispaccarsi nel giro di qualche settimana. Un terzo polo composto da Casini, Fini e Rutelli è politicamente evanescente, ma ove prendesse corpo e ove coagulasse voti riuscirebbe a ridividersi prima ancora che la conta sia finita. E anche se rivincesse Berlusconi, come oggi sembra probabile, cosa credete che accadrebbe? Una classe parlamentare sempre più ruminante, nella speranza che non si faccia contaminare dalla politica, con il risultato che sarebbe, come è, subito infettata dagli interessi e dalle lotte di palazzo. Quindi nuove spaccature e nuova ingovernabilità.

Alle urne conviene andare, e conviene farlo in fretta, prima che lo stallo divenga giudizio diffuso fra gli investitori nel debito pubblico. Ma ci si deve giungere consapevoli che la posta non è la cresta del galletto più rumoroso, ma la riscrittura delle regole costituzionali. C’è, da una parte e dall’altra, chi ha interesse a due cose: a. non ridurre tutta la vita collettiva alla tribale divisione fra berlusconiani e antiberlusconiani; b. non restare, conseguentemente, prigionieri delle minoranze estremiste e chiassose. In tutti questi anni Berlusconi è stato oscillante, perché la contrapposizione estremizzata gli giova elettoralmente, salvo poi rendergli impossibile raccoglierne i frutti (vi rendete conto che, dopo sedici anni, è ancora lì a combattere accuse penali?!). E’ sconcertante, invece, l’incapacità, prima di tutto culturale, della sinistra, che non si sottrae alla trappola. I Massimo D’Alema, i Pier Luigi Bersani, ma anche gli Enrico Letta e i Franco Marini si sono massacrati nel condurre una guerra che non era la loro. Qualche volta si sono sentiti furbi, quando le urne sorridevano, ma subito dopo hanno fatto la figura dei fessi, che non solo non governano, ma portano voti ai Di Pietro e ai Vendola.

Se, da una parte e dall’altra, si tornasse a far politica si scoprirebbe che l’Italia ha le forze e le carte in regola per uscire da questa coazione alla conservazione dell’inutile. Per far politica, però, occorrono non solo gli esibizionisti della propaganda, ma anche persone con le idee chiare e la schiena dritta. Non cercatele fra i protagonisti di oggi.

via Il Legno storto, quotidiano online – Politica, Attualità, Cultura – Il morbo.

Prima il commento di Davide Giacalone sulla situazione politica, sempre abbastanza lucido e chiaro. Poi la cronaca. La giornata ci racconta che è stata bocciata alla Camera la sfiducia a Caliendo, con l’astensione compatta dell’Area di responsabilità. Tra le altre cose, di particolare rilievo l’esordio in diretta televisiva da vicecapogruppo vicario per Benedetto Della Vedova, il vice di Bocchino nel Fli, con un brillante e liberal intervento (qui il video: Della Vedova: guarda) che si merita la prima pagina del Corriere online (i vicini di banco non sembravano al settimo cielo). Rissa sfiorata in Aula poi tra il deputato del Pdl Marco Martinelli e il futurista per la libertà Aldo Di Biagio, il primo degli eletti alla Camera nella ripartizione Europea alle elezioni del 2008.

Lo stesso Martinelli che è stato ammonito dal Presidente della Camera e invitato a non disturbare (esortato da Fini a tacere o ad uscire dall’aula) è proprio quel “signor Martinelli” di cui parlava qui Claudio Tito su Repubblica, Fini licenzia i colonnelli. Azzerati i vertici del partito: revocati gli incarichi. Al loro posto “il signor Martinelli. Quello stesso giovane di cui poteva fidarsi e che Fini ha voluto al suo fianco, nominandolo responsabile dell’organizzazione quando l’allora Presidente di An azzerò i vertici del suo partito e revocò tutti gli incarichi ai vicepresidenti, ai componenti l’ufficio di presidenza e a tutti i coordinatori regionali che avevano perso la sua fiducia. “Così capiranno chi comanda… Ora  al mio fianco giovani di cui posso fidarmi”. Così il Secolo d’Italia annunciava “le nuove nomine” e così commentava: Il Presidente del Partito revoca tutti gli incarichi fiduciari. Si chiamavono “determinazioni del Presidente del partito”, allora.

Revoca degli incarichi fiduciari ai vice presidenti, ai componenti dell’ufficio di presidenza e ai coordinatori regionali. Nomina di Marco Martinelli a responsabile del dipartimento organizzazione. Sono i provvedimenti contenuti nelle “determinazioni del presidente del partito” rese note nella mattinata di ieri.

MartineIli è ben noto a chi conosce il partito. Quarantadue anni, romano, membro dell’assemblea nazionale, Marco Martinelli è figlio di Vittorio, un nome storico della militanza di destra. Dirigente nazionale dal 1987, Martinelli non è parlamentare ma ha una lunga esperienza nel dipartimento organizzativo del partito, dove ha ricoperto, tra gli altri incarichi, quello di dirigente dell’ufficio tesseramento. Era vice coordinatore dell’organizzazione di An.

E sempre sul Secolo degli odierni futuristi per la libertà la decisione di Fini veniva salutata “come una pietra tombale sul metodo di condizionamento delle correnti” e veniva molto apprezzato “lo scossone” decisionista. Certo erano altri tempi. Ma com’è strana a volte la vita.

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Movimenti siciliani

I finiani del Pdl Sicilia, attraverso il deputato Pippo Scalia, componente del gruppo Futuro e Libertà Per l’Italia alla Camera, anticipano le intenzioni e annunciano: “Presto un nuovo partito“.

“In Sicilia noi finiani rimarremo nel gruppo del Pdl Sicilia, formato all’Assemblea regionale dalla scissione del gruppo Pdl. Siamo stati noi a crearlo più di un anno fa, ovviamente siamo fuori dal Pdl e ci avviamo a costituire un nuovo partito”.

Mentre l’alleato siciliano dei finiani, insieme hanno formato il Pdl Sicilia e insieme appoggiano il governo Lombardo, prende le distanze e scrive sul suo blog:

“E’ il momento in cui ogni scelta può essere quella definitiva. Io scelgo in modo inequivocabile di stare insieme a chi, con lealtà, fiducia e intelligenza, intende portare avanti veri processi di riforma e modernizzazione della propria terra. In Italia è Berlusconi”

A rischio anche il governo Lombardo?

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Pratiche spartitorie e trame inquietanti

update: Il rigore contro le trame “inquietanti” che Napolitano avrebbe richiesto, secondo Alessandra Arachi, stamattina le abbiamo viste stampate in bella vista a tutta pagina anche sulla versione cartacea del Corriere della Sera.

Si è svolta, questa mattina al Palazzo del Quirinale, la cerimonia di commiato dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura uscente, con gli interventi del Vice Presidente, Nicola Mancino e del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e di presentazione dei nuovi componenti. Hanno partecipato alla cerimonia i Vice Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, sen. Emma Bonino e on. Rocco Buttiglione, il Ministro della Giustizia, on. Angelino Alfano, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dott. Gianni Letta, il Primo Presidente ed il Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione, dott. Ernesto Lupo e dott. Vitaliano Esposito.

Questo tutto l’intervento del Presidente della Repubblica Napolitano, dato che mi è sembrato che qui non ci fosse neanche l’ombra o una lontana traccia di alcune delle cose dette dal Presidente.

Mentre il “mi riferisco a fenomeni di corruzione e a trame inquinanti che turbano e allarmano” pronunciato dal presidente è diventato a tempo di record il virgolettato: «Rigore contro trame inquietanti».

Signori rappresentanti del Parlamento e del governo, Signor Presidente della Corte Costituzionale, Autorità, Signore e Signori, rivolgo innanzitutto un cordiale benvenuto ai nuovi componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, presenti alla cerimonia di commiato dei Consiglieri uscenti, ai quali è in particolare dedicato questo incontro. Ringrazio il Vice Presidente, Senatore Avvocato Nicola Mancino, per le calorose espressioni di stima che mi ha rivolto e per lo specifico apprezzamento che ha voluto manifestare dell’impegno da me esplicato in questi anni come Presidente del CSM. Con lui ho condiviso una non lieve responsabilità dal 2006 ad oggi, operando – tra momenti di ricorrente tensione politico-istituzionale – per assolvere al meglio il ruolo assegnatoci dalla Carta Costituzionale.

[...] Si è nello stesso tempo innovato – come è stato giusto qui ricordare – sia nell’esercizio di uno strumento affermatosi nella prassi del Consiglio, come quello delle pratiche a tutela, ancorandolo alle condizioni e ai limiti di cui ci ha detto il Sen. Mancino, sia nell’espressione di pareri su disegni di legge presentati in Parlamento per le ricadute che essi possono avere sullo svolgimento delle funzioni giudiziarie. Ho a questo proposito rilevato, rispetto a possibili distorsioni, come i pareri del CSM non possano sfociare in un improprio vaglio di costituzionalità e non possano interferire nel confronto parlamentare già in atto sui contenuti del provvedimento. Sono più che mai persuaso che si tratti di due limiti da osservare rigorosamente. E si è, infine, da parte del CSM, dato un impulso nuovo, in termini di accresciuta prontezza nell’intervenire e severità nel giudicare, all’azione disciplinare.

Se insisto sulla novità e concretezza di diversi filoni d’impegno del Consiglio uscente, è perché penso che se ne sia tenuto poco conto, quasi annegando quella novità e quella concretezza nella disputa generale tra opposte posizioni sul tema complessivo del rapporto tra politica e giustizia e anche sul tema del ruolo del CSM. E’ bene liberarsi da queste distorsioni, da queste astratte contrapposizioni polemiche. Sappiamo naturalmente che su alcuni dei punti che sono stati affrontati negli ultimi quattro anni e che ho ripreso dal discorso del Vice Presidente Mancino, il Consiglio appena eletto avrà da ritornare e che non poche questioni, specifiche e di fondo, gli vengono rimesse ancora aperte.

Così le questioni dell’assetto e del funzionamento dello stesso CSM, dell’articolazione dei suoi organi interni, e in particolare delle competenze del Comitato di Presidenza. Così la questione degli uffici scoperti e in special modo delle sedi disagiate, cui è stata dedicata una legge però non ancora pienamente attuata dal CSM.

Così l’insieme delle questioni di fondo del funzionamento gravemente insoddisfacente dell’amministrazione della giustizia (di cui è ancora segno macroscopico l’abnorme durata dei processi): ed è ormai chiaro che vi si deve far fronte con efficaci innovazioni sul piano normativo ma anche con la diffusione di buone pratiche, nel segno di una nuova cultura dell’organizzazione di cui ha dato e si appresta a dare esempio la Suprema Corte.

Infine, nessuno è più di me consapevole dell’importanza decisiva – per aprire nuove prospettive al sistema giustizia e alla magistratura, tali da riguadagnare prestigio e consenso tra i cittadini – dell’affermazione e del consolidamento di rigorose regole deontologiche per i magistrati e per gli stessi componenti del Consiglio. A ciò si potrà dedicare con la necessaria ponderazione il nuovo CSM, anche alla luce di vicende recenti, di ampia risonanza nell’opinione pubblica, e di indagini giudiziarie in corso, e mi riferisco a fenomeni di corruzione e a trame inquinanti che turbano e allarmano, apparendo, tra l’altro, legati all’operare, come ho di recente detto, di “squallide consorterie”, delle quali tuttavia spetterà alla magistratura accertare l’effettiva fisionomia e rilevanza penale.

Già nella risoluzione adottata dal CSM il 20 gennaio di quest’anno si è mostrata consapevolezza della percezione, da parte dell’opinione pubblica, che “alcune scelte consiliari siano in qualche misura condizionate da logiche diverse”, che possano talvolta affermarsi “pratiche spartitorie“, rispondenti “ad interessi lobbistici, logiche trasversali, rapporti amicali o simpatie e collegamenti politici”. Bisogna alzare la guardia nei confronti di simili deviazioni e di altre che finiscono comunque per colpire fatalmente quel bene prezioso che è costituito dalla credibilità morale e dalla imparzialità e terzietà del magistrato.

Regolare in modo per varii aspetti nuovo e di certo più restrittivo l’impiego del magistrato in funzioni diverse da quelle sue proprie e il suo transitare all’attività politica così come il rientrarne nella carriera giudiziaria; contrastare decisamente oscure collusioni di potere ed egualmente esposizioni e strumentalizzazioni mediatiche, a fini politici di parte o a scopo di “autopromozione” personale – questi giù appaiono riferimenti obbligati per le discussioni e deliberazioni che potranno aver luogo nel CSM neoeletto. Si tratta di aspetti su cui sono intervenuto più volte prendendo la parola nel Consiglio uscente: e perciò mi ritrovo facilmente in riflessioni e richiami che hanno avuto spazio anche sulla stampa in queste settimane, ricordandosi in particolare la lezione di Adolfo Beria d’Argentine sulla presa di coscienza, da parte del magistrato, della complessità sociale, sulla necessità che egli sappia “conservare la testa fredda nei momenti caldi della società” (e della politica), sul suo impegno ad “amministrare la giustizia” senza attribuirsi missioni fuorvianti, sulla sua riservatezza a garanzia della sua “terzietà”.

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Li vedo e li piango

Il Mieli che non ti aspetti, scrivono qui. A tutto campo e che “non le manda certo a dire” dal palco di CortinaIncontra:

“Non vorrei che la congiura di questi giorni contro Berlusconi si risolvesse in un quarto d’ora d’euforia, con tutti gli avversari che brindano a champagne (o spumante), cui fa seguito o un lungo periodo di caos o addirittura una nuova, prepotente vittoria elettorale del Cavaliere. Berlusconi quando è al governo mostra tutte le sue difficoltà, ma se lo mandi alle urne come vittima di un gioco di Palazzo, se li mangia tutti in un boccone. Questi congiurati li vedo e li piango. E a loro dico: rimboccatevi le maniche e lavorate col vostro elettorato”.

“Se Berlusconi fosse mandato a casa da una congiura di Palazzo ma conservasse l’agibilità politica per ripresentarsi alle elezioni, riotterrebbe un consenso strepitoso, perché la sua vera arma è stata sempre lottare contro qualcosa che è in grado di dipingere come un’angheria ai suoi danni trovando anche argomenti convincenti”.

“Fini è un tipo tosto, tiene botta a Berlusconi, e se Berlusca liquida Fini torna al suo punto di partenza, s’indebolisce, non fosse altro perché la novità politica portata dal Cavaliere nel novembre del ’93 fu proprio lo sdoganamento dell’allora impresentabile leader post-fascista. Ma alla fine i voti ce li ha sempre lui, il premier”.

Così commenta l’ipotesi governo tecnico o di transizione che dir si voglia:

“Un governo tecnico? Ma dove può mai andare un’alleanza che pretenda di tener insieme un pezzo di Msi, dissidenti leghisti, Di Pietro, il Pd… sarebbe una cosa estemporanea, non prevederei nulla di buono”.

E dice la sua anche sulla P3.

“La P2 era una loggia massonica, con un capo massone, con una lista di iscritti che fu trovata a Castiglion Fibocchi. C’era un apparato organizzativo e scenico, c’era un piano operativo, tutte cose che avevano una loro evidenza. La P3 invece è, per ora, un gruppo di 6-10 persone che facevano delle conversazioni, senza dubbio facevano anche qualcosa ai confini con l’illecito, e probabilmente hanno anche superato questo confine, ma tutto l’apparato massonico che ci fu 30 anni fa oggi ancora non si palesa ai nostri occhi. Anche se i comportamenti si assomigliano. Parecchie invece sono le analogie tra la situazione del 1992-93 e quella attuale: in entrambi i casi, infatti, regnava e regna una gran confusione. Allora il tutto si concluse con la caduta della Prima Repubblica, a vantaggio di una situazione che ancora non si sa bene cosa sia”.

Mentre il Presidente della Camera fa il suo pronunciamentos (conferenza stampa senza possibilità per i giornalisti di fare domande) tra la sua folla plaudente e sorridente (che si immortala simultaneamente per la storia).

Foto dal sito del Corriere.it

L'on. Barbareschi in versione fotografo con sorriso smagliante

Qui il testo integrale dell’intervento di Fini, dopo che ieri aveva avvisato tutti i suoi uomini: «D’ora in avanti se qualcuno dice una parola di troppo, lo caccio».

L'on. Granata in versione fotografo con accanto lo smagliante on. Bocchino

Qui invece il documento approvato dall’Ufficio di presidenza del Pdl.

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Eletti gli otto membri laici del Csm

Nel frattempo il parlamento in seduta comune ha eletto ieri gli 8 membri del Csm.

Tutti i candidati presentati dal Pdl, Pd, Udc e Lega per andare al Csm risultano eletti. Andranno così a Palazzo dei Marescialli Annibale Marini, Filiberto Palumbo, Niccolò Zanon, Bartolomeo Romano, Michele Vietti, Matteo Brigandì, Guido Calvi e Glauco Giostra.

Il Pd vota Calvi, Giostra e Vietti. Il Pdl ha votato l’ex presidente della Consulta Annibale Marini, l’avvocato Filiberto Palumbo, il costituzionalista Nicolò  Zanon e il professor Bartolomeo Romano. La Lega l’avv. Matteo Brigandì. Prende sempre più quota l’ipotesi bipartisan di Michele Vietti al posto di Nicola Mancino.

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Siamo stanchi: vada a farsi un giro fuori

Alemanno: Granata vada a farsi un giro fuori.

“Ho sentito quanto ha detto Granata contro Mantovano, un membro della nostra comunità. Io credo che siano necessarie due cose: primo che Fini e tutti coloro che hanno intenti costruttivi prendano le distanze da Granata ma credo anche, e mi duole dirlo, che sia tempo che Granata vada a farsi un giro fuori“. “Credo che sia il tempo – prosegue il primo cittadino della Capitale – che, salvo ripensamenti drastici dell’ultima ora, Granata si vada a fare un giro fuori dal nostro ambiente. Siamo stanchi – conclude – di dove parlare di niente, di illazioni, vogliamo parlare dei problemi degli italiani”.

Sulla legalità decide il partito“.

“Troppo spesso partono processi mediatici molto prima che arrivino gli avvisi di garanzia o i rinvii a giudizio. Di fronte a questo un partito forte e responsabile come il Pdl deve avere una grande capacità e una lucidità al proprio interno di distinguere quando parte un attacco, saper difendere fino in fondo chi viene attaccato ingiustamente o saper dire con fermezza che chi non ha le carte in regola deve fare un passo indietro”.

Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno parla alla platea della fondazione Nuova Italia.

“Il Popolo della Libertà è un progetto politico troppo importante – aggiunge – per farsi condizionare dai Granata o dai giornalisti di turno”.

Al termine del convegno dei circoli e della fondazione Nuova Italia a Orvieto, Gianni Alemanno rispondendo a chi gli chiedeva un commento all’ipotesi lanciata da La Russa al presidente della Camera Gianfranco Fini di lasciare la Camera ed entrare nel governo, ha detto: “è sicuramente positiva nello spirito, da La Russa è un gesto di disponibilità verso Fini ma non credo sia praticabile e utile, nella sostanza, a chiarire le posizioni”.

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Qualunque cosa una esclusione non intenzionale possa essere

La premessa è questa.

Martedì mattina, nell’aula Leonardo da Vinci dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si è laureata con 110 e lode Barbara Berlusconi, figlia del premier e di Veronica Lario, con una tesi su Il concetto di benessere libertà e giustizia nel pensiero di Amartya Sen. Durante la proclamazione, il rettore don Luigi Verzé ha chiesto alla neodottoressa se, secondo lei, può nascere una facoltà di Economia del San Raffaele basata sul pensiero di Sen, invitandola a proseguire gli studi e diventarne un giorno docente.

In aula era presente Roberta De Monticelli, professore ordinario di Filosofia della persona, nella commissione giudicante delle altre quattro tesi discusse quella mattina. La docente ha trovato inopportune le parole del rettore alla figlia del premier e ha scritto una lettera, pubblicata da Repubblica, nella quale si è dissociata «apertamente e pubblicamente».

Ieri sul Corriere della Sera l’insegnante ha ribadito la sua posizione dicendo che «ogni parola è pietra, è posizione, è contributo alla chiarezza e all’onestà» e va calibrata «in base a ruolo e contesto». [...] Il relatore della tesi di Barbara Berlusconi, Roberto Mordacci, l’ha accusata di «gettar fango sul lavoro svolto finora dall’Università».

via Barbara Berlusconi e la laurea Cacciari difende i professori – Corriere della Sera.

Alla “dissociazione” della prof. De Monticelli hanno risposto anche il preside della facoltà di Filosofia Michele Di Francesco e il prorettore vicario Massimo Cacciari.

Milano – Visto il perdurare delle polemiche di stampa relative alla recente laurea della signora Barbara Berlusconi presso l’Ateneo Vita-Salute San Raffaele, desideriamo precisare quanto segue.

Non c’è stata alcuna “esclusione” intenzionale o non intenzionale (qualunque cosa una esclusione non intenzionale possa essere) della professoressa De Monticelli dalla commissione di laurea della signora Barbara Berlusconi, ma solo la nomina di una commissione della quale la professoressa De Monticelli non faceva parte, come non ne facevano parte altri nove colleghi di ruolo della facoltà (a partire da Massimo Cacciari, Matteo Motterlini, Andrea Tagliapietra, Massimo Donà, ecc.).

La signora Barbara Berlusconi si è presentata alla sessione di laurea con una media di 108,37/110 (corrispondente al 29,55/30) e dieci lodi. Con un curriculum di questo tipo la sorpresa sarebbe stata se non si fosse laureata a pieni voti e non il contrario.

L’idea che una battuta paterna del Rettore Don Verzé, peraltro ripetuta in passate occasioni nei confronti di altri studenti, possa essere interpretata come la proposta formale nei confronti della signora Barbara Berlusconi di far parte del corpo docente del San Raffaele sfida ogni ragionevolezza e ogni criterio di buon senso. Al San Raffaele, come in ogni università italiana l’accesso alla docenza è regolato dalle leggi dello Stato che governano i concorsi universitari.

Nel rigettare quindi con forza le affermazioni e le insinuazioni lesive della professionalità dei colleghi della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, vorremmo infine invitare chi desidera avere una visione meno parziale e fuorviante della Facoltà, del suo spirito e della sua missione, a visitarne il sito web, in modo di farsi un’idea del valore innovativo della sua offerta didattica, del prestigio e della qualità dei suoi docenti e della loro produzione scientifica (riportata in un apposito report in omaggio a un modello di trasparenza piuttosto rara nel nostro Paese). Su questo, e non sul gossip, le illazioni, il nulla, va giudicata un’istituzione volta all’insegnamento e alla ricerca.

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