La natura e il suo corso di Ernesto Galli Della Loggia
E così alla fine il governo è intervenuto in prima persona con un provvedimento d’urgenza nella vicenda di Eluana Englaro. È giusto comprenderne le indubbie motivazioni di carattere umanitario, ma non per questo si può passare sotto silenzio il vulnus che il governo stesso, se questa sua decisione avesse avuto corso, avrebbe inferto alle regole dello Stato costituzionale di diritto. Un cui principio fondamentale, come fin dall’inizio ha giustamente ricordato il presidente Napolitano, è che l’esecutivo non può emanare decreti con lo scopo di modificare o rendere nullo quanto deciso in via definitiva da un tribunale. E se Napolitano ha mantenuto questa sua opposizione fino al punto di rifiutarsi di controfirmare il decreto uscito dal Consiglio dei ministri, non si può che apprezzare la coerenza e la fermezza del capo dello Stato.
Il che non vuole affatto dire però, si badi bene, che ciò che in questo caso i giudici hanno stabilito non lasci nell’opinione pubblica (e certamente, e fortunatamente, non solo in quella cattolica) profonde e giustificatissime perplessità. Le quali, data la materia di cui si tratta, possono arrivare talvolta a prendere perfino la forma di un vero sentimento di rivolta morale.
A suscitare forti dubbi è proprio il fondamento stesso della decisione finale presa dalla magistratura e cioè l’asserita volontà (ricostruita ex post su base totalmente indiziaria; ripeto: totalmente indiziaria) di Eluana; la quale, si sostiene, piuttosto che vivere nelle condizioni in cui da diciotto anni le è toccato di vivere, avrebbe certamente preferito morire. L’altissima opinabilità di questa ricostruzione è dimostrata dal semplice fatto che in precedenza per ben due volte (Tribunale di Lecco nel 2005, Corte d’appello di Milano nel 2006) le conclusioni dei giudici erano andate in direzione opposta a quella successiva: allora, infatti, essi sostennero che non esistevano prove vere e affidabili per stabilire la reale volontà della ragazza, intesa come «personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa». Poi la sentenza terremoto della Corte di cassazione; prove simili non furono più ritenute necessarie: per decidere della vita e della morte di Eluana, stabiliscono i giudici, basta adesso tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche» (si sta parlando, lo si ricordi sempre, di una persona che all’età dell’incidente aveva diciotto anni). Ed è precisamente sulla base di questa direttiva emanata dai giudici supremi che la Corte d’appello di Milano cambia nel 2008 il proprio orientamento e quelli che prima erano indizi generici si tramutano in prove della personalità di Eluana «caratterizzata da un forte senso d’indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni». Dunque si proceda pure alla sua eliminazione. Mi sembra appropriato il commento di un giurista di vaglia, Lorenzo D’Avack, sull’Avvenire di giovedì: «Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale ».
C’è o non c’è, mi chiedo, motivo di qualche perplessità? Tanto più che contemporaneamente, come fa notare sempre d’Avack, la stessa Cassazione, in un caso di rifiuto delle cure da parte di un Testimone di Geova, stabilisce, invece, che a tale rifiuto i medici devono sì ottemperare, ma solo se esso è contenuto «in una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà». Ma guarda un po’! Torno a chiedermi: c’è o non c’è motivo di qualche perplessità, forse anzi più d’una? Detto ciò della ricostruzione della volontà di Eluana – che pure, non lo si dimentichi, allo stato attuale è premessa assolutamente dirimente per qualunque decisione da prendere – resta un’ultima questione, quella del «lasciar fare alla natura il suo corso», come si dice da parte di chi pensa che si possa tranquillamente far morire la giovane. Un’ultima questione, cioè un’ultima domanda: davvero l’espressione «lasciar fare alla natura il suo corso» può arrivare a significare il divieto di idratazione e di alimentazione di un corpo umano? Davvero «far fare alla natura il suo corso» può voler dire far spegnere una persona per mancanza d’acqua? La coscienza di ognuno di noi risponda come può e come sa.
Ma per tutto questo tempo, in realtà, il corpo di Eluana Englaro non ha ricevuto solo liquidi e alimenti; esso è stato anche costantemente sottoposto ad una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo. È proprio da qui si potrebbe forse partire per immaginare quale soluzione dare in futuro ad altri casi analoghi. Una soluzione, questa volta legislativa, che proprio il decreto di ieri del governo mette in modo ultimativo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, e che potrebbe fondarsi sul concetto di divieto di accanimento terapeutico, ormai pacificamente accolto nelle nostre leggi.
Tale divieto, com’è noto, si sostanzia in un obbligo di non fare, di non procedere alla somministrazioni di cure allorché è ragionevole pensare che esse non possano in alcun modo servire alla guarigione o a qualche miglioramento significativo delle condizioni del paziente; limitando in questi casi l’opera del medico solo al sollievo dal dolore.
Si tratta peraltro – ed è questo un aspetto decisivo – di un obbligo/divieto che per valere non ha bisogno di essere convalidato da alcuna decisione particolare del malato, dal momento che fa parte del codice deontologico di tutti coloro che esercitano la professione medica. Ebbene, non riesco a vedere una ragione valida per cui nel divieto di accanimento ora detto non possa essere fatto rientrare la non somministrazione di farmaci a chi, come è il caso di Eluana Englaro, si trova da tempo in condizioni di stato vegetativo persistente al quale quelle medicine stesse non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurarne l’indefinita prosecuzione.
Non produrre la morte di alcuno negandogli l’idratazione e l’alimentazione. Togliere invece ogni medicamento. Questo sì mi sembrerebbe un vero «lasciar fare alla natura il suo corso»: rimettendosi al caso o ai disegni imperscrutabili da cui dipendono le nostre vite.
Dal corriere.it
Sul perché qui si è scelto il silenzio rispettoso sulla famiglia e si cerca di evitare di abbracciare a priori uno dei due fondamentalismi che si contrappongono, usando i medesimi atteggiamenti che si rimproverano all’altro e senza usare un filo di “tollerenza”, come ieri diceva Emanuele Severino a Ottoemezzo (laici o laicisti siamo/sono messi male): “Non è più laicismo se si interpreta e propone la sua verità come una verità non meno assoluta di quella del Cristianesimo e in concorrenza con questa per il primato. In tal caso, esso affronta la fede religiosa e i suoi “valori forti” ad armi pari, ma con ciò addio tolleranza”, che sosteneva anche ieri in tv:
“[...] Io credo che… è una vicenda di carattere politico. Nessuno ha in mano oggi la verità intorno alla tesi pro e alla tesi contro e in una situazione di questo genere si tratta di uno scontro tra due opposte forme di violenza… non essendo la nostra cultura in grado di esibire delle verità assolute…allora rimangono le fedi contrapposte, che possono essere anche scientifiche, rimangono le fedi contrapposte e le fedi sono violenze, perché la fede è volere che un mondo abbia un senso piuttosto che un altro… è inevitabile che vinca la fede più forte e in un regime democratico la fede più forte è quella che riscuote un consenso parlamentare politico più forte… sarà l’autorità delle forze politiche, quelle che prevarranno, a stabilire la legge a proposito di questo tremendo caso umano”
In studio c’erano anche la neurologa Rita Formisano, primario dell’Unità Post-Coma della Fondazione Irccs Santa Lucia di Roma, che ha dichiarato, ripetutamente, di voler fare chiarezza davanti alla disinformazione di questi giorni, il prof. Maurizio Muscaritoli, presidente della SINPE (Società Italiana di Nutrizione Artificiale e Metabolismo) che ha chiarito diverse cose dal punto di vista scientifico e Massimo Franco del Corriere della Sera.
Qui come ha trattato la vicenda Repubblica nella sua diretta, la lettera del Presidente Napolitano e un pezzo dalla Stampa. Infine Beati voi che siete sicuri!
Altre riflessioni. «L’umanità della tecnica è la morte dell’Uomo» e dal Corriere della Sera del 6/2/08 Il rapporto tra ragione e fede. Solo la filosofia può essere laica. Il vero senso della frase: «A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio».
p.s.: Sul dubitare e sul dubbio: Io non sono affatto sicura che sospendere l’idratazione e l’alimentazione, sia la cosa “buona e giusta”. E “informando” che su questo post non pubblicherò commenti che, a mio parere, sono infarciti di intolleranza e di contrapposizione “fideistica”. Non è una guerra politica. Non abbiamo bisogno di una gara a chi la spara più grossa.
Abbiamo bisogno di fare silenzio e di riaprire il confronto sulle questioni di fine vita, sia in sede politica che in sede culturale. Usiamo i valori comuni per parlare di inizio e fine vita.




«In verità tutte le vestigia del Santo Impero sono oggi liquidate: siamo definitivamente usciti dall’età sacrale e da quella barocca; dopo sedici secoli, che sarebbe vergognoso calunniare o pretendere di ripudiare. Ecco compiuto il grande rovesciamento in virtù del quale non sono più le cose umane che s’incaricano di difendere le cose divine, bensì queste che si offrono a difendere le cose umane (se queste non rifiutano l’aiuto offerto)»(J.Maritain)
Passo troppo raramente di qui. Sono contento che ci siano ancora luoghi dove si può coltivare il dubbio.
con stima
asa
Non so se il Circo Barnum dell’informazione possa interrompere la stucchevole e strumentale dialettica che ha condotto le Istituzioni a banalizzare una vicenda dai risvolti drammatici e dalle conseguenze epocali. Ritengo che le parole di Galli della Loggia abbiano, anche in questo caso, provato a mettere un pò di chiarezza al dibattito in corso: il giurissta D’Avack, richiamato nell’editoriale dell’intellettuale laico, dice bene di non lasciare solo agli “affetti” la responsabilità di simili e draconiane scelte di vita, ma Galli conclude ancora meglio quando sollecita la cultura politica a dare risposte imparziali disquisendo sui fatti della diatriba e non riducendo ad ideologia il confronto tra laicisti e gnostici. Ho l’impressione, come dice Emilio Gentile, che ogni concetto, se viene “sacralizzato” (come sta avvenedno in questo caso) perde la sua portata reale e rischia di divenire un “totem” di inafferrabile natura. Attenzione.
@Asa
thx. La stima è reciproca.