La sindrome della tribù
Continua la discussione partita dal pezzo di Riotta. Per chi nel tempo abbia avuto modo (e la pazienza) di leggere questo blog, ritroverà nelle opinioni espresse da Romano, molte delle cose ripetutamente scritte e vanamente anticipate anche qui. Probabilmente. Purtroppo ora la “distesa di piccoli accampamenti ben fortificati, con pochi e stretti sentieri di collegamento e uno scarsissimo flusso in entrata e in uscita da ogni recinto”, sembra aver occupato, ad imitationem, anche ampi spazi della c.d. discussione all’interno del centrodestra. Non male come effetto “costruzione” di una destra plurale e moderna.
Il rischio: non cercare lo scambio ma far gruppo tra simili …
La sindrome della tribù che può uccidere il web di Andrea Romano
[...] Eppure c’è qualcosa nelle modalità con cui la discussione pubblica italiana si è intrecciata con internet che rimanda ad una particolarità della nostra storia recente. Le molte contumelie che ogni giorno ci capita di leggere su internet ovunque si discuta di politica non hanno niente a che fare con la nostra buona o cattiva educazione, ma descrivono i confini di un’opinione pubblica che sulla rete si è organizzata secondo una struttura tribale.
Dove ci si ritrova attorno al focolare di un’opinione della quale si è già ampiamente convinti, cercando conforto nello specchio virtuale di un’identità che sentiamo già nostra e dunque maledicendo chiunque si affacci in quello spazio per metterla in discussione. Quella che vediamo sulla rete politica italiana somiglia ad una distesa di piccoli accampamenti ben fortificati, con pochi e stretti sentieri di collegamento e uno scarsissimo flusso in entrata e in uscita da ogni recinto. Tutto il contrario di un’agorà tecnologica, perché lo scambio di informazioni non è funzionale all’eventuale cambio di opinione ma serve solo a cercare conferma a convinzioni già marmorizzate.
Se proprio volessimo cercare un colpevole non lo troveremmo certo in Grillo né in un qualsiasi altro tra i molti capi-tribù del nostro dibattito virtuale, che semmai hanno avuto l’acume di comprendere meglio di altri le caratteristiche di un fenomeno che appare molto peculiarmente italiano. Le ragioni sono forse da ricondurre ai modi nei quali si è organizzato – ben lontano da internet – un confronto politico che da circa quindici anni ripropone le stesse linee di divisione interna. Anche qui con rare modifiche e con scarsissimi flussi in entrata e in uscita, ma con l’articolazione di blocchi elettorali e di opinione pubblica che appaiono sorretti da convinzioni identitarie ben poco permeabili al flusso di informazioni.
Quei blocchi hanno conosciuto esperienze di innovazione nella comunicazione e nei linguaggi politici anche molto rilevanti, che tuttavia fino ad oggi non hanno avuto bisogno di attingere alla rete come strumento di creatività o di partecipazione. Si pensi all’esperienza berlusconiana, che dal primo discorso del 1994 (“L’Italia è il paese che amo…”) fino al contratto elettorale e poi alla diffusione del pamphlet di immagini “Una storia italiana” si è rivelata assai più innovativa di quanto sia stato tentato dal centrosinistra. È di questi giorni, ad esempio, la campagna di manifesti di Bersani in cui il suo bel volto viene associato ad uno slogan (“Per l’alternativa”) che appare letteralmente teletrasportato dalla fine degli anni Settanta. Eppure né l’innovativo Berlusconi né il più rassicurante centrosinistra sono ancora riusciti a cogliere le potenzialità partecipative della rete, come negli ultimi anni è stato fatto non solo dal solito Obama ma anche dal più vicino Sarkozy. Finendo per ignorare un luogo come internet che, in mancanza di nuove offerta politica, ha finito per essere dominato dal tribalismo e dalle sue liturgie.
update: La Rete? Spazio in cerca di utenti di Alberto Mingardi


















Rita scrive
22 gennaio 2010 @ 17:34
Ma quando tocca leggere “dobbiamo fare gruppo”, Ma credo che non ci sia piu’ speranza se, andando in un sito di liberali-libertari, leggi un appello sifatto: “dobbiamo fare gruppo” ?! Che e’ lo stesso che dire dobbiamo fare massa. D’altronde su internet o fai gruppo e tribu’ oppure non esisti.
Non si puo’ essere individualisti estremi come la sottoscritta, la rete si sarebbe sfilacciata da subito.
Forse cio’ che fa pensare e’ il tribalismo inconsapevole di coloro che creano tribu’ fidelizzate, inaccessibili ai non allineati, e, ciononostante, si sentono dei veri liberali.
Ciao Destralab!
Rita
DestraLab scrive
23 gennaio 2010 @ 01:26
D’altronde su internet o fai gruppo e tribu’ oppure non esisti…
Io non condivido
p.s.: Preferisco di gran lunga non fare gruppo o tribù, se quelle sono le tribù e i gruppi. A tal proposito, cerco disperatamente e “vanamente” da circa un anno di farmi cancellare da Tqv, ma a quanto pare un’iscrizione per loro vale vita natural durante, dato che continuo a risultare tra i cittadini, nonostante li abbia pregati infinite volte di depennarmi.
Ciao
knulp scrive
23 gennaio 2010 @ 11:04
Secondo me, si tende a mettere troppa enfasi su Internet e Web 2.0 come fenomeni sociali e politici.
In un numero dell’Espresso di qualche settimana fa c’era un’interessante intervista a Zygmunt Bauman che dice:
“La delusione per la politica istituzionale è sempre più diffusa e intensa. Molti si pongono la seguente domanda: forse sarebbe più sensato costruire un rifugio sicuro, o un’armeria, partendo dal basso, dalle fondamenta? dalla Rete? è una reazione comprensibile, ma non è realistica. I legami costruiti su Facebook o con Twitter hanno un difetto intrinseco. Come tutto quello che viene creato dal mondo della modernità liquida, questi legami fanno parte di un tempo frammentario, racchiuso tra un episodio e l’altro, tra una sensazione e l’altra. Sono legami fragili, occasionali, privi di ogni altro fondamento che non sia l’attenzione di chi tenta di tesserne la tela. Peggio ancora: le comunità e la politica in Rete guadagnano popolarità e attirano le speranze non nonostante questi difetti, ma grazie ad essi. Sono comunità che è facile creare velocemente, ed è altrettanto facile smantellare rapidamente. La politica fatta attraverso queste comunità non richiede né obblighi senza scadenza, né giuramenti di lealtà”.
Beh, io sono perfettamente d’accordo con lui! La politica non sfrutterà mai le “potenzialità della Rete”, a meno che non si trasformi interamente in un fenomeno di puro marketing (come in parte sta succedendo). Ovvero, può andare bene Internet come mezzo di comunicazione efficace, ma non come fenomeno di aggregazione politica.
Rita scrive
23 gennaio 2010 @ 12:48
Il mio precedente commento é quasi incomprensibile, me ne scuso.
Per quel poco di esperienza che ho di internet non penso che siano gli aggregatori a determinare la sindrome della tribù, in fondo sono semplici vetrine più o meno efficaci e più o meno ben gestite.
Sono i blog e i social network i veri luoghi virtuali che condizionano i comportamenti delle persone, offrendo forme spicce di socializzazione impensabili nella vita reale.
Certo é che nella virtualità del web noi trasferiamo le stesse ossessioni e le stesse leggerezze di spirito che condizionano la nostra vita relazionale, fuori dalla connessione in rete.
Grazie dell’ospitalità.
DestraLab scrive
23 gennaio 2010 @ 14:25
@ knulp
per adesso condivido in parte anch’io. Ma Bauman il giudizio che dà, lo fa rientrare non nello specifico della rete ma in un’analisi più complessiva che fa da tempo sulla società contemporanea. A discesa anche internet e il web 2.0 ci rientrano.
D’accordo in parte perché sono convinta che in futuro sarà necessariamente diverso. Non credo che la politica non sfrutterà mai “le potenzialità” della rete. Come lo farà però, sicuramente, ancora non possiamo, credo, neanche saperlo o immaginarlo. Discorso diverso merita la deriva di marketing politico e di sindrome della tribù che in Italia mano a mano si è vieppiù manifestata, raggiungendo oggi, un’apparente predominio o egemonia che dir si voglia, che pochissimo, per il momento incide sulla realtà politica (e non solo) del paese. Sia nei suoi aspetti positivi che in quelli negativi. Nessuna reale voce in capitolo o capacità di rappresentanza neanche minima delle “comunità” e delle voci virtuose o delle parti più evolute (anche perché forse sono pochissimi quelli che lo hanno come obiettivo, molto più facile denunciare e criticare che collaborare con chiccessia per cambiare le cose). Fatta solo da un miscuglio di potere economico (che si ripropone sul web avvantaggiato dalla conoscenza) e dalle tante cattive abitudini che si sono, come tante volte, abbiamo detto, stratificate e che hanno solo riproposto pedissequamente sul web i pessimi esempi della realtà della carta stampata e dello scadente dibattito politico (in queste classifiche “esisti” solo se chi si linka e rilinka in modo infinito su qualsiasi sciocchezza si “degna” di farlo su qualcosa. Entri nelle classifiche, in quelle che poi vengono fatte conoscere al mondo come l’internet italiana, tramite i rapporti perversi e spesso di chi ha ruoli duplicati con la carta stampata e la tv (e poi “lottano” contro i conflitti d’interesse degli altri), solo se questo qualcuno ti fa “esistere”). Non c’è nessuna possibilità di misurare la qualità, l’autonomia e l’originalità di nulla. Ma questo è un fenomeno soprattutto italiano. Con il risultato, oggi visibile a tutti, credo, di una impossibilità reale di cercare un percorso nuovo ed alternativo rispetto all’esistente. Speriamo solo per il momento.
DestraLab scrive
23 gennaio 2010 @ 21:11
@Rita
ritrovato il commento, era andato in spam. Recuperato
La mia non era una critica allo strumento che ha infiniti pregi e potenzialità, ma all’uso che se ne fa. Sia da parte di gruppi più o meno organizzati, che di singoli. Poi, certo, condivido assolutamente, è indiscutibile che in rete, come in qualsiasi altra cosa che si fa, molto spesso, per non dire sempre, si trasferiscono le proprie caratteristiche e le proprie peculiarità. E forse il problema sta tutto lì.
Rita scrive
24 gennaio 2010 @ 00:33
John Doe scrive
24 gennaio 2010 @ 00:55
Io condivido quanto dice Rita. Dalle gens romane, passando per i comuni rinascimentali e arrivando alle correnti politiche moderne (ora sono di moda le fondazioni, ma è solo un gioco lessicale) non è mai cambiato nulla. L’italia è sempre stata tribale, in alcuni luoghi alcune famiglie hanno interessi comuni, e diventano cosche….ma il principio è questo.
La rete riflette e basta, e non sarà danneggiata dal tribalismo italiota. E chi ha voglia di discutere ha sempre discusso, dalla antica Atene dove si faceva per strada a questo blog civile ed amichevole, gli strumenti non mancheranno mai.
Come sempre ci vuole solo la gente giusta, e le occasioni si creano da sole
knulp scrive
25 gennaio 2010 @ 20:28
Non sono un sociologo, ma fammi fare una piccola replica sulla “tribalità”.
Un certo grado di tribalità è innato nei meccanismi della rete: basta andare su un qualunque forum e assistere a uno dei famosi “flame”. In campo tecnico siamo molto abituati a certe scene da lungo tempo: fan di apple contro fan di windows contro fan di Linux.
[parentesi: ci sono dei flame epici fra sviluppatori sulla mailing list di Linux, con gruppi che parteggiano per l'uno o per l'altro, finché non arriva il capo (Linus) e tutti si accodano come pecoroni.]
La formazione di questi fenomeni sulla rete è in parte una peculiarità del mezzo. Scrivere post o mail è molto ma molto diverso dal discutere vis-a-vis, ed anche molto diverso da quando si scrivevano lettere cartacee. Molti attriti e incomprensioni sono dovuti al fatto che come esseri umani non siamo abituati ad interagire con questi mezzi, ci dobbiamo abituare alla velocità, e quindi equivochiamo facilmente l’atteggiamento altrui. Post apparentemente aggressivi sono a volte dettati da una scelta poco meditata di alcuni aggettivi. Quando discuti faccia a faccia, puoi interpretare i segni del viso, il tono delle parole, le pause, etc., per aggiungere informazioni fondamentali al discorso. Via web, tutto ciò è molto difficile, servirebbero ben altro che gli emoticon.
Tali fenomeni sono universali, non specificamente italiani.
A tali difficoltà, però noi italiani aggiungiamo il nostro carattere e la situazione politica contingente, molto litigiosa. Inoltre, Internet è per ora uno specchio fedele dei tipici comportamenti sociali (gente che si linka e rilinka a vicenda, gruppetti sociali più o meno chiusi, etc.).
Cambierà tutto questo nel futuro? Quien sabe?