Da John Wayne a John Kerry

E’ tutto un susseguirsi di chiarezze. Passaggi salienti. Dopo le elezioni nel Lazio è chiaro che chiunque vinca «nulla sarà più come prima» (*). Processo breve? «Giulia Bongiorno, la presidente della commissione giustizia, ha previsto audizioni fino a fine giugno. Poi arriverà l’estate… mi sembra chiara l’indicazione di marcia». E sull’immunità? «personalmente non credo sia più possibile tornare a uno scudo come quello che c’era prima del ‘93. Vedremo, anche l’immunità ci sono molti modi di graduarla». Ipotetico problema Lega con un ipotetico “scuotimento dell’albero” messo in campo a sorpresa, anche se contemporaneamente poi nega che la Lega abbia intenzioni del genere, perché lui «comunque Bossi lo conosce bene». Altra cosa chiarissima. Più sincero e preoccupato (o interessato?) sembre essere il suo “rammarico” per i problemi che affliggono il Pd, «Ho visto molte difficoltà e scontri interni per le primarie. C’è la Puglia, l’Umbria… me ne rammarico», perché è chiaro che potrebbero portare a «ripercussioni su tutto il sistema, compreso il Pdl». E per concludere il Pier Ferdinando Casini che ha reso «chiare le sue scelte agli elettori, facendo valere un principio semplice». Altro che fallimento della politica dei due forni, altro che ricerca del centro di gravità permanente pericolosa per il bipolarismo. Altro che paradossi. Altro che «Casini – deve scegliere da che parte stare e deve farlo in sintonia con quanto il suo gruppo ha fatto nel contesto europeo laddove partecipa allo stesse gruppo che è ovunque alternativa di governo alle forze socialiste. Sia chiaro che nel Pdl condividiamo tutti l’analisi sul bipolarismo che sconfessa la politica del doppio forno», dichiarazioni che solo qualche settimana fa Urso aveva rilasciato per sgombrare il campo da ogni dietrologia. Contrordine. In questo caso non c’è solo chiarezza, ma anche semplicità. Apprendiamo, in modo illuminante, dal co-leader, che, dopo le scelte difficili che ha dovuto affrontare alle politiche, ora sì che Pier Ferdi fa valere principi “semplici” a costo di rinunciare (addirittura) anche alle poltrone che gli vengono offerte, così da rendere la sua «scelta chiara agli elettori». Da New York con l’inviato di Repubblica e prima che l’airbus dell’aeronautica militare stia quasi per atterrare.

Parla il presidente della Camera Fini “Processo breve sul binario morto. Ora pensiamo alle riformedi Francesco Bei

«Il ricordo più bello che conserverò di questo viaggio negli Stati Uniti è forse quello dell’incontro con John Kerry. Si è operato all’anca e il vecchio Ted Kennedy, prima di morire, gli ha prestato il bastone con il pomo d’argento che appartenne al patriarca Joseph Kennedy. Era lo stesso bastone che poi passò a JFK e quindi a Ted: mostrandomelo, Kerry si è commosso». Sull’aereo di Stato che lo riporta a Roma – dopo due giorni di visita ufficiale negli Usa – Gianfranco Fini torna a immergersi nella politica di casa.

Con Berlusconi il rapporto attraversa una fase di tregua, tanto che i due hanno avuto modo di parlarsi a lungo per telefono mentre il premier era in Israele e il presidente della Camera negli States (dove incontrava la triade “democrat” Biden, Pelosi, Kerry). Proprio quando a Montecitorio infuriava lo scontro sul legittimo impedimento. Da lì dunque parte il ragionamento. Per Fini quella legge è un «prezzo giusto» da pagare per evitare uno scontro cieco tra istituzioni. «E un provvedimento necessario per staccare la spina dalle fibrillazioni e provare ad andare avanti. Adesso ci sarà ancora un mese e mezzo di campagna elettorale in cui i toni resteranno accesi, ma dopo il voto di marzo si aprirà una finestra di opportunità eccezionale: da qui al 2013 non ci saranno più elezioni e può davvero partire qualcosa di positivo». E il processo breve? Per Fini sembra finito su un binario morto: «Giulia Bongiorno, la presidente della commissione giustizia, ha previsto audizioni fino a fine giugno. Poi arriverà l’estate… mi sembra chiara l’indicazione di marcia». Allora cosa fare? «Il legittimo impedimento è una legge-ponte, bisogna vedere questo “ponte” verso quale sponda porterà. Potrebbe essere l’immunità, ma personalmente non credo sia più possibile tornare a uno scudo come quello che c’era prima del ‘93. Vedremo, anche l’immunità ci sono molti modi di graduarla». Quello che a Fini preme è che non venga sciupata l’occasione di ripartire con il piede giusto: «Si può davvero tornare allo spirito che c’era all’inizio della legislatura. Almeno sulle questioni su cui siamo tutti d’accordo, penso al Senato federale e alla riduzione del numero dei parlamentari, sarebbe incomprensibile se non si andasse avanti».

Ora tuttavia incombe la campagna elettorale e Fini, da “co-leader” del Pdl, tiene molto alla candidatura di Renata Polverini nel Lazio. «Renata deve recuperare un gap di notorietà, mentre Emma (Bonino, Fini le chiama entrambe per nome di battesimo. Ndr) è conosciuta da tutti. Ma la nostra coalizione è più avanti e penso che, alla fine, Renata recupererà il distacco. In ogni caso mi sembra che entrambe siano partite bene, c’è molto fair play. È la prima volta che in Italia si scontrano due donne in un’elezione così importante e, se riusciranno a non trasformarla in un’ordalia come facciamo noi maschi, sarà un esempio per tutto il sistema politico. Chiunque vinca, nulla sarà più come prima». Quanto all’apertura della Polverini sulle coppie di fatto, che ha causato molte polemiche nel Pdl, Fini sostiene che «Renata quelle cose le ha sempre pensate. Le hanno fatto una domanda e ha risposto, che doveva fare? E comunque anche l’elettorato cattolico, su questi temi “sensibili”, è molto più avanti di quanto non si creda, lo dimostrano tutti i sondaggi».

Al Nord invece il problema è la Lega e il rapporto con il Pdl. «Un loro successo in Lombardia e Veneto è scontato, semmai si tratta di vedere se Roberto Cota riuscirà a far breccia nella borghesia di Torino, che è ancora legata ai valori e alla tradizione risorgimentale. Perché le elezioni in Piemonte si vincono a Torino. Comunque io Bossi lo conosco bene, in questa legislatura ha un solo interesse strategico: portare a casa i decreti attuativi del federalismo fiscale. Sono cose complesse, che hanno bisogno del massimo di stabilità politica. Sono certo che, anche nel caso stravinca, non abbia interesse a “scuotere l’albero”. Gli serve che la legislatura prosegua tranquilla». Anche per questo, rivela Fini, la Lega spingeva per assegnare la presidenza della “bicameralina” sul federalismo fiscale a un esponente del Pd: «Era una bella idea. Eravamo già d’accordo sul nome, Schifani e io avremmo indicato Linda Lanzillotta. Ma lei è passata all’Api di Rutelli e l’operazione è saltata». La presidenza è poi stata data a Enrico La Loggia del Pdl e il Pd ha annunciato le dimissioni in massa dalla commissione. Ecco, il Partito democratico. Fini ne osserva con una certa preoccupazione le lacerazioni interne, teme che possa venir meno uno dei pilastri su cui si regge il bipolarismo. «Ho visto molte difficoltà e scontri interni per le primarie. C’è la Puglia, l’Umbria… me ne rammarico, perché se il progetto del Pd va in crisi è chiaro che ripercussioni potrebbero esserci su tutto il sistema. Compreso il Pdl».

Se si parla di una possibile crisi del bipolarismo, il discorso finisce inevitabilmente su Pier Ferdinando Casini, che su quella scommessa ha investito tutto il suo capitale politico. «Per lui ragiona Fini – la scelta più difficile è stata andare da solo alle Politiche, mentre alle Regionali ha fatto valere un principio semplice: niente alleanze al Nord con la Lega, niente alleanze al Sud dove c’è la sinistra estrema. Al prezzo della perdita di un assessorato in Lombardia e uno in Puglia, ha reso chiara la sua scelta agli elettori».

Il bipolarismo si difende anche con una legge elettorale diversa, che magari restituisca agli elettori il potere di scegliere la rappresentanza parlamentare. Fini al momento è prudente: «Certo, ce ne sarebbe bisogno. Ma la riforma elettorale è una tipica materia da fine legislatura anche perché, una volta che è stata approvata, le Camere vengono sciolte». L’airbus dell’aeronautica militare sta quasi per atterrare. Fini si aggiusta con orgoglio i gemelli con l’aquila presidenziale, regalo del vice di Obama, Joe Biden. E, prima di eclissarsi nella zona Vip dell’aereo, torna ancora una volta su John Kerry: «A lui piace molto il kitesurf e mi ha chiesto delle immersioni subacquee. Gli ho raccontato di quanto sono andato con il ministro Fazio e mio fratello a Lampedusa. Io mi sono fermato a sessanta metri, ma quei due matti sono scesi fino a ottanta».

Da “LA REPUBBLICA” di sabato 6 febbraio 2010

* Messaggio subliminale? Anche qui secondo l’anonimo l’autore, “dopo il 29 marzo nulla sarà più come prima“.

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