C’era una volta
L’attesa spasmodica – con il Secolo che ogni giorno ripubblicava l’invito dell’imminente intervento di Fini, intervistato da Stefano Folli e Luigi Amicone sulla “nuova politica. Quali sono i nuovi temi della politica italiana e come la nuova destra si rapporta ad essi” – è finalmente finita. Certo l’affaire Bertolaso gli ha tolto un po’ di visibilità mediatica, ma finalmente sappiamo. Dobbiamo “riconfigurarci“. Sta tutto lì il problema. E poi dobbiamo “guardare oltre le vecchie dicotomie” perché «La politica non si può fare con lo specchietto retrovisore». Ed è giunto il momento di comprendere, ha aggiunto Fini, “come le porte di oggi siano girevoli” chiarendo, quindi, come sia assurdo pensare “che ci siano ortodossia ed eresia“. E mi raccomando: Il Pdl non sia subalterno alla Lega (Lodovico Festa ci fa l’elenco delle subalternità di Fini).
Promesse e provocazioni tante, proposte politiche “operative” nessuna. Neanche l’ombra, a meno che qualcuno non arrivi a sostenermi che attraverso una polemica strategica piccola piccola, senza alcun respiro “alto” contro gli alleati di governo (anche questa volta in piena campagna elettorale, come per le Europee e dopo l’intesa sbandierata e gestita personalmente) si costruisca occultamente il progetto politico per arrivare ad una destra moderna ed europea. Rivendicazioni e parole tante: è da mesi (ormai quasi un anno) che le sentiamo: sempre le stesse. Dal “sofferto” congresso quando, elaborando il nuovo Pantheon (poi ulteriormente rielaborato dal gemello omozigote), hanno iniziato a spiegare cosa si sarebbe dovuto fare:
“Liberarsi dalla cultura di un partito e di una tradizione politica, prendere ciò che di buono viene dalla propria area di riferimento e impossessarsi, senza pudore, dei contributi e delle riflessioni che, solo per esigenze di scuderia, venivano percepiti come ‘altri’”.
E cosa tutti dovrebbero fare, pena l’inclusione automatica tra i ”cattivi”, tra chi, “in politica ma non solo, ha terribilmente paura di fare quel maledetto passo in avanti”, tra chi vuole “rimanere inesorabilmente indietro, anzi, molto indietro” e l’esclusione, anche quella immediata, dalla destra trendy dallo stile sobrio di cui tutti sono tanto invidiosi.
Tremendamente tautologico, scriveva lui. E poi la solita tiritera: Non vogliamo fare nessuna rottura, vogliamo solo “fare” discussione, vogliamo elaborare autonomamente, non abbiamo nessuna intenzione di tradire nessuno. Vogliamo, vogliamo, vogliamo. Ok ci crediamo! Andiamo avanti? Possiamo finalmente “andare oltre” avrebbe detto Tatarella? Possiamo sentire, finalmente come immaginate di costruire questo partito a parte le provocazioni e le eresie? O sta tutta qui la progettualità? Nelle polemiche infinite su tutto? Nello sparare a zero, contrapponendosi costantemente per diversificarsi? Come se il “valore” da ricercare spasmodicamente fosse solo ed unicamente la “differenziazione” a tutti i costi? Nel continuare a rivendicare quegli “spazi” che nessuno, mi pare di poter dire senza tema di smentita, gli ha finora negato? Parlano lui e la sua officina su tutto e di tutto su qualsiasi organo di stampa con piena libertà di azione e di “movimento” in piena “autonomia” politica (sicilia e candidature “imposte” e “calate” secondo quote, e con gli stessi criteri che in altre regioni si criticano, alla regionali docet). Qui Granata dopo aver garantito personalmente che, per tanti anni, quando lui è stato in “giunta con Cuffaro, nell’azione concreta di governo, Cuffaro non ha mai proposto un atto che oggettivamente fosse di confine rispetto a interessi mafiosi” (sarebbe diventato pericoloso e contiguo alla mafia solo dopo che lui è uscito dalla giunta?) si esprime liberamente contro il processo breve e favorevolmente ad un metterlo “definitivamente in stand-by”. Poi chiama a raccolta “Micciché, Lombardo, i finiani e Lumia, lanciando l’idea degli Stati generali dell’autonomia” (quella degli stati generali sta diventando un pallino, altra indizione questa volta escludendo il suo partito dall’appello). Conducono costantemente una guerra di movimento (rifacendosi alle storiche tattiche radicali) che niente ha a che fare con le prospettive di un partito maggioritario e di governo e con il dibattito costruttivo che si dovrebbe sviluppare al suo interno per arrivare ad una sintesi delle posizioni, senza che nessuno glielo impedisca, mi pare. Siamo riusciti anche a vedere in questa legislatura un caso più unico che raro di un vicecapogruppo che interviene alla Camera dicendo una cosa e poi vota contro la cosa pochi minuti prima sostenuta. O la progettualità sta in quel mischiare sempre, “furbescamente” insieme, quelle che dovrebbero essere (sono?) le posizioni istituzionali e super partes, assolutamente condivisibili e ovvie, anzi che dovrebbero servire da stimolo per tutti, che prevedono accordi bipartisan con le opposizioni per fare le riforme e il parlar di politica da co-fondatore di un partito?
Il Presidente è poi ritornato ci dicono “ironicamente”, negando decisamente, sull’ipotesi che qualcuno gli attribuirebbe e che lo vorrebbe ispiratore occulto. Derubricandola per l’occasione a “nascita di una corrente”, dopo mesi di schieramenti di truppe, minacce varie e conteggi infiniti, accreditate da infinite dichiarazioni del suo laboratorio:
«C’era An che aveva il 12 per cento … “Vi pare che tutto quello che stiamo cercando di fare sia finalizzato a far nascere una corrente? … Dando vita al Pdl noi abbiamo chiuso una pagina del Novecento, una pagina di storia repubblicana, prima con il Msi e poi con Alleanza nazionale, che aveva il 12%.»
«Abbiamo sciolto An – dice in conclusione Fini – con un congresso anche sofferto (?!? *) per far nascere il Pdl. E ora dicono che vorrei fare una corrente? Se fosse così dovrei farmi ricoverare. Vogliamo dare solo un contributo di idee senza che nessuno sia autorizzato a immaginare gruppi di congiurati che lavorano per disturbare il manovratore».
Si è dimenticato di dire che, dopo, quando ha deciso di confluire nel Pdl ha dichiarato di apprestarsi a scriverne un’altra pagina di storia. E che per il momento dovrebbe essere impegnato a “scrivere” quella. Il caso ci mette lo zampino e al premier, nelle stesse ore, si racconta qui, scappava una dichiarazione che sembrava confezionata su misura per la terza carica dello Stato: «Non ho timore che la Lega possa rafforzarsi, anche perchè credo che la coalizione di governo sia assolutamente solida».
Mentre Bersani si preoccupa di “un altro aspetto che complica la selezione di nuova classe dirigente. Finora ci siamo occupati più di meccanismi competitivi e selettivi che non di produrre meccanismi coesivi. Credo proprio sia necessario aggiustare il tiro”, il co-founder si è prodigato finora a “mettere del sale nel dibattito della politica“, preoccupandosi di “esaltare” e spesso creando ex novo, quei “meccanismi competitivi e selettivi che non producono meccanismi coesivi”. E La Stampa intanto titola: tensione nel governo. Io continuo a domandarmi, ma quando smetteranno di lamentare “il senso di precarietà e di incompiutezza, di provvisorio ed evanescente che segna il progetto del centrodestra” per finalmente mostrarcene uno che, per esempio, coinvolga i nodi centrali della governabilità, della struttura di partito o dell’identificazione dei criteri di selezioni della classe dirigente ?
O quando queste cose che elaborano continuamente iniziano a metterle in pratica loro, nel loro piccolo, in modo da dare l’esempio? La faccio io una provocazione. Che ne so, come mai non ho letto da nessuna parte che abbiano chiesto, proposto, indetto le primarie per decidere le candidature nel Lazio (dove gestiscono il partito in modo maggioritario), così da farlo diventare un laboratorio? Ok noi rivendichiamo la candidatura in Lazio e vi mostriamo cosa siamo capaci di fare. Esperimento primarie (quelle che tanto hanno invidiato, come abbiamo abbondantemente letto, quando a farle era il Pd) e cu è chiu beddu si marita (diremmo noi in sicilia). Anche “dimostrativo”. Altro che riconfigurazione e sale nel dibattito. Idem in Sicilia. Non si condivide la politica del Pdl nella regione? Ok, normale, consentibilissimo. Anzi giusto in teoria. Andate a chiedere cosa pensa “il territorio”, inventatevi un sistema, venite a spiegarlo, colmate le lacune. Misuratevi con i problemi, proponete soluzioni diverse. Mostrate che c’è ancora chi – e potrebbe essere in maggioranza – crede che la politica sia confronto con il territorio. Calare dall’alto gli assessori, fare accordi sottobanco con l’opposizione e rivendicare “spazi” (equivalenti a posti) è la stessa cosa che si critica negli altri. Identica, anzi peggiore, in questo caso, perché la si camuffa di “nuovo”. Si è ancora qui ad attenderla la “nuova politica” e il “nuovo” modo di rapportarsi con essa. “Anzi di una politica che recuperi la sua naturale voglia di affrontare le questioni aperte”. Un piccolo segnale tangibile, non si pretende troppo, anche piccolo piccolo. Che nel Pdl si ritorni a parlare e a fare politica dipende in realtà da tutti noi, non solo dai laboratori. Leggere come bisognerebbe farla dalla raffica di dichiarazioni rilasciate alla stampa da Granata, Campi, Bdv e company e dagli editoriali del Secolo d’Italia è lontano milioni di km da quel partito “partecipato”, “plurale” e non “liquido” che a parole si rivendica voler costruire. Se no come dice Fini: «Tra la copia e l’originale, si acquista l’originale e non ci si può lamentare». Il Secolo, che tra l’altro (e a proposito di esempi e coerenza) è quel giornale nel Pdl che vende 3000 copie e riceve milioni dallo Stato e che ha recentemente “riaperto” quella grande “battaglia” liberale, libertaria e bipartisan a favore dell’editoria sussidiata. Ironia della sorte dobbiamo andarle a leggere da chi si firma Kuliscioff le riflessioni sulla Stampa libera da sovvenzioni statali.
E perché se si continua di questo passo, si rischia davvero, dopo aver appreso già da tempo “come e perché la destra debba essere libertaria, multiculturalista, laica, anticlericale, progressista, dialogante, moderata” di avere ulteriori e definitive conferme di come “questa destra ideale, utopica, onirica, futuribile” abbia sempre meno in comune con la destra reale. Con quella destra che non si vede ma esiste.
E forse sarebbe utile che dalle parti di Montecitorio qualcuno ricevesse il compito di seguire - su quel web italiano così a rischio censura preventiva - e poi riferisse ad intervalli regolari in alto loco, dell’esistenza di qualche altro tipo di “maledetto“ sondaggio, che da qualche tempo circola, rispetto a questo. Dopo aver deciso di consentire alla plebe di commentare sul magazine online, chissà che ci esca anche qualche confronto. Non sarebbe male. Bisogna tenere presente anche il dissenso no? O mentre proteggono “il web dal rischio di essere imbrigliato e privato della sua peculiare forza dirompente in grado di collegare persone, idee e realtà molto diverse tra loro” dalle volonta liberticide del governo pensano che lo “scambio libero di idee e opinioni” sia contemporaneamente da evitare dalle loro parti?
C’era una volta… tra l’altro, mi pare di ricordare che così iniziano le favole. O iniziavano una volta.
* Qui l’unica voce diversa di allora, in un congresso, più volte rinviato e finalmente svolto a 3 giorni dalla confluenza, che è servito a ratificare decisioni politiche presa da Fini (qui spiega la svolta storica) pochi giorni dopo aver dichiarato che si era alle “comiche finali“, così si capisce meglio cosa intenda Fini per “sofferenza” e dibattito sulle idee.

















