Serve soprattutto un po’ di silenzio

Una commedia all’italiana di Sergio Romano

Dopo la commedia dell’arte e il melodramma l’Italia sembra avere inventato, per la gioia dei suoi osservatori più malevoli, un terzo genere teatrale: quello tragico e farsesco del processo all’italiana. l due ultimi spettacoli sono andati in scena a Perugia e a Torino con grande successo e ci hanno garantito per alcuni giorni un posto fisso sulle prime pagine della stampa internazionale. Il primo ha suscitato l’indignazione di molti americani, ma ha soddisfatto gli inglesi e ha esteso a molti altri Paesi il gioco della contrapposizione morbosa fra innocentisti e colpevolisti. Il secondo è stato visto e letto come il copione d’uno straordinario dramma sui rapporti fra mafia e politica.

Non tutti gli osservatori stranieri conoscono i meccanismi delle nostre procedure giudiziarie, e gli americani, in particolare, si sono accorti con sorpresa che il nostro processo, guarda caso, è molto diverso dal loro. Poiché nulla è tanto assurdo quanto ciò che non si riesce a capire, Perugia e Torino hanno contribuito a diffondere nel mondo l’immagine di una giustizia confusa e pasticciona.Nel caso del secondo, in particolare, il coro stonato delle reazioni politiche, a cominciare da quelle del presidente del Consiglio, ha dato a molti spettatori la sensazione di un Paese litigioso, pieno di pagine oscure e incapace di fare giustizia.

Esistono tuttavia voci più equilibrate. In un’intervista al New York Times sul processo di Perugia, un noto avvocato e professore americano, Alan Dershowitz, ha osservato che Amanda Knox potrebbe essere favorita in ultima analisi dall’esistenza in Italia di un processo di seconda istanza alquanto diverso dall’appello americano. E’ un processo ex novo in cui ogni prova viene nuovamente scrutata e pesata con esami più approfonditi. Ne abbiamo avuto la dimostrazione ieri a Palermo quando abbiamo constatato che la testimonianza di Gaspare Spatuzza era soltanto il passaggio necessario di una procedura soggetta a confronti e verifiche. E’ probabile che le discordanti testimonianze di Spatuzza e Filippo Graviano scatenino il gioco delle ipotesi sulle strategie della mafia. Ma ciò che conta, dal punto di vista processuale, è che il primo è stato smentito dal secondo. A questo punto tutti, incluso il presidente del Consiglio, farebbero bene a ricordare che i processi non sono partite di calcio in cui ogni gol suscita speranze di vittoria o timori di sconfitta. Sono percorsi logici in cui ogni ipotesi viene sottoposta a un esame della verità. Pensare che una testimonianza basti da sola a pregiudicarne l’esito e che da essa si possano trarre analisi politiche è sbagliato. Ai giudici non serve in queste occasioni una tumultuante giuria popolare. Serve soprattutto un po’ di silenzio. E poiché i migliori esempi vengono dall’alto, un Berlusconi più distaccato e paziente potrebbe aiutarci a convincere il mondo che l’Italia è meglio della sua attuale immagine.

Dato che il prof. Romano dice cose sagge e apparentemente “equilibrate”, citando il Presidente del Consiglio, io mi permetto per dare il quadro completo di linkare le reazioni “silenziose” e rispettose del processo, della divisione dei poteri e dell’immagine del Paese nel resto del mondo, di due autorevolissimi rappresentanti dell’opposizione Antonio Di Pietro e Massimo D’Alema (ex Presidente del Consiglio e varie volte ministro della Repubblica), che si sono distinti nel far capire a tutti come “i processi non sono partite di calcio in cui ogni gol suscita speranze di vittoria o timori di sconfitta”. Nell’evitare che il gioco della contrapposizione morbosa fra innocentisti e colpevolisti dilagasse e nel NON “pensare che una testimonianza basti da sola a pregiudicarne l’esito e che da essa si possano trarre analisi politiche”. E che soprattutto – presentando e facendo votare mozioni a raffica nel Parlamento europeo e affittando intere pagine di quotidiani stranieri o definendo il Presidente del Consiglio mafioso e dittatore nelle aule del nostro parlamento – hanno fattivamente contribuito a diffondere nel mondo un’immagine, dannatamente positiva, del nostro paese.

Che nessuna lezioncina si sono visti impartire né dal Presidente della Camera (Mai, come mai ha ritenuto di fare in questo anno e mezzo di Presidenza super partes. Lui che si sta spendendo così tanto nel spiegarci le differenze tra “nemici” e “avversari” in politica), né questa volta ha ritenuto di dover intervenire in modo equilibrato (come in passato indiscutibilmente è stato l’unico a fare) il Presidente della Repubblica.

Altro che po’ di silenzio.

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