Nel cuore della città e dei cittadini

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Comiciamo da qua. La protezione civile ha eseguito un monitoraggio sugli edifici pubblici in Sicilia. Il primo risultato è disarmante: la maggior parte di essi non resisterebbe ad un forte terremoto.  Gli edifici pubblici siciliani a rischio. I test del Dipartimento regionale della Protezione civile ci dicono che 9 Padiglioni di uno degli Ospedali cittadini sono a rischio. Stiamo parlando dell’Ospedale Piemonte di Messina, purtroppo non il solo edificio pubblico a rischio terremoto nella provincia e nell’isola.

La foto di sopra ce lo mostra com’era nel 1910 (circa), questa come è ora, a parte il bianco e nero e una recente ristrutturazione che evidentemente ha coinvolto, per molti padiglioni solo la brillantezza dei colori della facciata, l’edificio è sempre assolutamente uguale. Così viene presentato sul sito: “L’Ospedale Piemonte si trova in pieno centro ed è per i messinesi un elemento fondamentale per la memoria storica, anche se recente, del proprio passato e delle proprie radici. Si può a questo proposito dire, senza ombra di retorica, che l’Ospedale Piemonte è nel cuore della città e dei cittadini.”

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L'Ospedale Piemonte oggi

Questo l’ampio ventaglio di reazioni politico-sindacali:

”Appare del tutto immotivata l’ipotesi ventilata di chiudere l’ospedale Piemonte per presunti rischi di sicurezza sismica”. L’ha detto il vicepresidente dell’Ars, Santi Formica (Pdl).

“La chiusura dell’ospedale Piemonte disposta dall’assessorato alla Sanità mette a repentaglio la salute pubblica e mette in ridicolo il settore di pertinenza messinese e siciliano”. Così l’on. Scilipoti di IdV commenta la vicenda. “L’ospedale non deve essere chiuso – afferma il parlamentare di IdV – questa è l’unica certezza”.

Prosegue anche la mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati. Dopo le circa quattromila firme raccolte per la salvaguardia del presidio ospedaliero di viale Europa, da oggi pomeriggio verrà allestito un banchetto per la raccolta di firme anche a piazza Cairoli. Per lunedì prossima è stata indetta una manifestazione cittadina proposta da Cgil, Cisl e Uil per tutelare il presidio sanitario che opera nel cuore della città. Sinistra e Libertà sarà presente alla manifestazione indetta dai sindacati a difesa dell’ospedale Piemonte e soprattutto della sanità pubblica di Messina. Il partito democratico scende in campo per scongiurare la chiusura dell’ospedale di viale Europa. E Rao annuncia: “Saremo in piazza accanto ai lavoratori”.

Per quel che concerne la querelle che da giorni ha come protagonista l’ospedale Piemonte, l’Assessore alla sanità Russo, durante l’incontro-dibattito organizzato dall’Ordine dei medici di Messina e svoltosi al “Royal Palace Hotel”, aveva riassunto così la vicenda:

La Protezione civile – ha osservato l’Ass. Russo – ha segnalato la possibilità di crolli di alcuni padiglioni del nosocomio in caso di evento sismico; dopo averne preso atto, stiamo cercando di reperire i finanziamenti per la ristrutturazione e la riconversione della struttura sanitaria con l’obiettivo di offrire al cittadino servizi migliori anche nell’ottica dell’accorpamento annunciato con l’ospedale Papardo“.

Ottimizzare le risorse – ha concluso – non significa depotenziare il servizio sanitario bensì renderlo funzionale ai bisogni del territorio; un esempio del nuovo trend può essere rappresentato dalla dismissione di numerosi posti letto inutilizzati (circa il 30% del totale) che fino adesso avevano pesato notevolmente sul bilancio della regione”.

Qua si parla di “agghiaccianti” ultime notizie relative alla possibile smobilitazione dell’Ospedale Piemonte per potenziali rischi sismici. E qui d’accordo con la posizione assunta dal sindaco Giuseppe Buzzanca, che considera un enorme disagio per l’intera città l’eventuale spostamento dei reparti dalla parte opposta della città (Papardo), il consigliere PD della Terza circoscrizione Libero Gioveni, considera le coseguenze “funeste“. «Non si può non pensare alle funeste conseguenze che un simile provvedimento potrebbe generare all’intera collettività messinese. Senza considerare poi l’enorme facilità con cui i mezzi di soccorso raggiungono la struttura di viale Europa».

Ci passo ogni giorno, è a due passi da casa mia. Presidio, occupazione e bandiera bene in vista. Commenti? Nessuno, si commentano da sole le dichiarazioni, le prese di posizione e i presidi. Poi, però, che nessuno di questi signori si lamenti e chieda di accertare le “responsabilità”, sempre “altre”, quando gli edifici crollano e ammazzano le persone.

Il prof. Silvio Garattini, oggi sul Messaggero: I tre pilastri di una riforma necessaria, parla anche di questo.

Le regioni che oggi si occupano in modo diretto della gestione del Servizio sanitario nazionale (Ssn) hanno sempre ritenuto che la regionalizzazione fosse importante per adeguare le strutture sanitarie alle esigenze locali. In particolare si trattava di mettere ordine in un Servizio che era sorto in modo un po’ disordinato con una pseudo-programmazione centralizzata a livello del ministero della Sanità, spesso ignaro delle realtà periferiche.

Sono così sorti ospedali grandi e piccoli, in modo occasionale senza regole; in alcuni casi non sono mai arrivati alla fine della costruzione, in altri casi non sono mai stati atfivati, in tutti i casi i tempi sono stati biblici. Grande importanza ha avuto la sponsorizzazione politica: gli esponenti più autorevoli ottenevano consensi se riuscivano a realizzare un ospedale nella loro area di influenza. I sindaci hanno sempre considerato un grande risultato avere un ospedale, anche minuscolo, nel loro paese. Anche i cittadini hanno ovviamente applaudito alla possibilità di disporre di letti ospedalieri in prossimità delle loro abitazioni. Per tutti l’ideale sarebbe stato poter disporre dell’ospedale “sotto casa“.

Quando le Regioni hanno iniziato la loro attività di revisione dell’appropriatezza delle localizzazioni ospedaliere, si sono subito accorte delle grandi difficoltà che comportava un piano perla loro riduzione. Proteste e agitazioni hanno contrassegnato ogni proposta di modifica non solo perché i Comuni si sentivano declassati, ma anche perché un ospedale rappresenta pur sempre una possibilità di occupazione e una risorsa economica per il territorio circostante.

Perché si devono eliminare molti ospedali? Per varie ragioni. La prima e la più importante è che rappresentano un pericolo per la salute dei pazienti. Quando un ospedale è troppo piccolo e quindi ha un piccolo numero di interventi non raggiunge l’efficienza che si può raggiungere in un ospedale che abbia invece un numero importante di interventi. Eseguire un piccolo numero di appendicectomie o di riduzioni di ernie rappresenta certamente un rischio per il paziente.

Presentarsi con un infarto in un piccolo ospedale senza unità coronarica può comportare una maggiore probabilità di morte rispetto a quanto avverrebbe in un pronto soccorso che ha invece raggiunto una grande esperienza nel trattamento di questo grave evento. Così i risultati a distanza della terapia di un ictus sono migliori se si può arrivare ad una unità specializzata nel trattamento delle ischemie cerebrali rispetto all’essere trattati in un ospedale magari grande ma privo di questa specializzazione. Esiste ormai una notevole letteratura scientifica che indica come il volume dei trattamenti – dalla dialisi all’angioplastica coronarica – determini l’efficacia degli interventi e quindi il benessere dei pazienti.

La seconda ragione è il tipo economico. Il costo dei piccoli ospedali è elevato perché è necessario un minimo di personale – medici, infermieri e altri operatori – che garantiscono alcune attività essenziali nell’arco delle 24 ore. Spesso questi ospedali svolgono la funzione di degenza di persone anziane e di malati cronici che potrebbero essere collocati in altre strutture molto meno costose di un ospedale. Infine alcune apparecchiature sofisticate devono essere disponibili anche nei piccoli ospedali, ma il loro ridotto impiego non ne giustifica la presenza.

Una terza ragione è data dall’evoluzione tecnologica. Oggi servono meno letti che in passato, perché molli interventi – anche chirurgici – si possono fare in day-hospital senza necessità di degenza. La necessità poi di giustificare la presenza di un ospedale comporta spesso degenze più lunghe, nonché un eccesso di esami diagnostici con notevole aggravio delle spese senza che ciò apporti alcun vantaggio ai pazienti.

E’ tempo di rivedere tutta la rete ospedaliera a livello regionale con un’attenzione particolare agli ospedali localizzati ai confini tra due regioni perché la spesa ospedaliera è una parte maggioritaria nel fondo sanitario che incide per circa 100 miliardi di curo all’anno. Chiedere maggiori risorse in assenza di una riforma ospedaliera significa solo aumentare gli sprechi che caratterizzano il nostro Servizio sanitario nazionale.

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