Inner circle

E’ da tempo che tutti i grandi quotidiani nazionali sembrano impegnati solo a darne i numeri. Sport praticato con più insistenza: stabilirne la consistenza numerica. Si è parlato di tutto, laboratori, pretoriani, divisioni, truppe. Ferrara è riuscito a misurare l’ipotetico consenso anche intervistando i deputati di maggioranza per chiedere loro cosa ne pensassero dello scioglimento anticipato delle Camere, sostenendo di avere l’incredibile risultato di una netta maggioranza di contrari. Come se non è da sempre che la gran parte dei deputati è contraria all’ipotesi di andare a casa anticipatamente. Come se fosse una novità fiorita improvvisamente in questa legislatura e in questo contesto politico. E’ come se le Camere si fossero mai sciolte in qualche occasione con il consenso della maggioranza dei deputati semplici, una volta chiamati peones. Ma sono loro su cui sono appuntate tutte le maggiori attenzioni. Le ormai “battezzate” da tutti truppe finiane. Tristi, solitari y finiani.

A proposito di numeri, tra le ipotesi più strane che si sono potute leggere che parlano di 70% di deputati provenienti da An con Fini fino alla morte, quella più vicina alla realtà attuale, e anche all’idea che mi sono fatta io, in questo momento sembra essere quella che viene data qui, su The Front Page la nuova creatura che rimette insieme Velardi e Rondolino. Il tandem velardian-rondoliniano che ha come intento di “far uscire quello che solitamente non viene richiesto dai capiservizio”, solidale “con il cronista che a sera si ritrova il taccuino ingombro di cose che spesso vengono cestinate: ormai i giornali chiedono il gossip oppure il retroscena che elimina la scena. Nell’infinito flusso di informazioni, sappiamo tutto e non sappiamo niente. Noi faremo lo sforzo di mettere ordine e dare un senso a ciò che accade”:

Quanti sono? Le cifre che circolano sono le più disparate. In pratica, da 75 in giù ogni numero è buono.

“Diciamo la verità, in questo momento i sicuri sicuri non sono più di venti, anzi di meno”. Per un motivo semplice: nell’inner circle dell’ex capo di An c’è molta dialettica sulla strada da seguire.

Fermiamoci alle divisioni di Fini. [...] Fin qui sedici deputati, in qualche caso anche componenti del governo. Al Senato il numero dei sicuri non supera i quattro: Filippo Berselli, Mario Baldassarri, Maurizio Saia e, volendo, anche Andrea Augello. In tutto venti, tra Montecitorio e Palazzo Madama. Una truppa più adatta alla guerriglia che alla guerra, a vederne la consistenza.

Che riassumendo sono, senza tema di smentita: Italo Bocchino, Andrea Ronchi (da qualche tempo insolitamente silenzioso), Adolfo Urso, Flavia Perina, il siciliano Fabio Granata, il radicale Benedetto Della Vedova, l’anziano Donato Lamorte, l’avvocato Giulia Bongiorno e l’umbro Pietro Laffranco. A cui aggiungere i dissidente del Pdl-Sicilia: Antonino Lo Presti, Giuseppe Scalia e Carmelo Briguglio (un tempo considerato braccio destro siciliano del duo Alemanno-Storace). Marcello de Angelis (un tempo considerato anche lui altro braccio destro di Gianni Alemanno) e alcuni cani sciolti come Silvano Moffa (anche lui ai tempi della presidenza della provincia di Roma, poi persa in libere elezioni, considerato alemanniano-storaciano e quindi allora rientrante tra gli acerrimi nemici di Fini che impediva a detta loro qualsiasi dibattito interno), Enzo Raisi e il sottosegretario Roberto Menia (l’unico forse legato, per quello che può valere, da un qualche rapporto di amicizia personale con Fini).

Al Senato il numero dei sicuri non supera i quattro: Filippo Berselli, Mario Baldassarri, Maurizio Saia e, volendo, anche Andrea Augello (vicino ad Alemanno). In tutto venti (20), tra Montecitorio e Palazzo Madama. Perché sarà pure vero che “son pronti alla morte”, ma qualcuno se la farà anche l’ipotesi di cosa farà da grande. E i componenti del governo (Ronchi, Urso e Menia) sono ragionevolmente da escludere dal conteggio. Perché se mai votassero contro se stessi, non sarebbero più componenti del governo. Almeno si presume, a meno che non si scoprisse che anche questo sarebbe consentito dalla sacra lettura della Costituzione.

Nessuno però, neanche loro, nonostante l’obiettivo dichiarato di mettere ordine nell’infinito flusso di informazioni che ci porta a sapere tutto senza sapere niente, da quando è iniziata la maturazione e si è manifestata l’ulteriore crescita filosofica ed europeista di Gianfranco Fini si è preoccupato in qualche modo di misurarne la consistenza reale e la eventuale partecipazione alla strategia (a parte la distribuzione di casacche parlamentari) da parte di qualcuno altro che non siano loro stessi, la partecipazione cioè di quelli che dovrebbero condividerne gli obiettivi e dovrebbero partecipare alla realizzazione del progetto politico.

Nessuno (con questa lodevole eccezione con risultati imbarazzanti) che, in questi mesi di movida scatenata nel Pdl e nel governo al quale appartengono, abbia provato a spiegare quale sarebbero le differenze reali e sostanziali tra la politica virtuale e leaderistica di Berlusconi che tanto danni secondo loro avrebbe causato e quella altrettanto virtuale e leaderistica di Fini e della sua pattuglia di uomini nelle istituzioni. Nessuno che abbia provato a spiegare cosa sia realmente cambiato tra chi in pochi mesi è passato dall’essere nominato dal nemico pubblico numero 1° Berlusconi all’esser diventato un nominato che risponde esclusivamente a Fini. Nessuno che provi neanche a spiegare o cercare di capire quanto queste posizioni siano condivise. Cosa cambierebbe e cosa è cambiato a me e ai tanti che li hanno votati (come rappresentanti del Pdl perché quella era l’unica possibilità che ci era data), se Bocchino ieri parlava a nome del “califfo” e oggi improvvisamente rappresenterebbe solo la vera voglia di cambiamento che proviene dal popolo pidiellino, che continua a non avere nessuna voce in capitolo, né più né meno come prima. A causa di regole, regolamenti, criteri di nomina, identificazione dei “padri fondatori” che sono state, con piena soddisfazione di tutti, stabilite in perfetta sintonia Fondatore-Co-fondatore, solo pochi mesi fa e che nessuno si sta preoccupando di cambiare. Sentiamo e leggiamo di prese di posizioni e di guerre infinite su candidature, percentuali, ghedinate, bongiornate, diritto alla libertà assoluta di voto, lettere in cui si chiede che a comandare siano in due e non uno solo, diritti delle minoranze di contare quanto le maggioranze, inserimenti nella Commissioni che controllano l’operato del governo, manifesti in cui si chiede la sostituzione di un coordinatore con un altro più amico, nomine di assesssori amici con il benestare di Roma (in Sicilia), nomine di amici degli amici nei consigli di amministrazione (sempre in Sicilia), richieste insistenti di fare passi indietro (da parte di chi la volta scorsa à la Finocchiaro in Sicilia, si è candidato alla guida della Campania perdendo abbondantemente e sonoramente e abbandonando la “barca” dopo pochi mesi, preferendo tornare a Roma in lidi più sicuri. Che qui, partecipa ad un altro sport molto praticato, quando i pentiti sono farabutti e cocainomani solo se fanno i loro nomi). Ma nessuno anche tra gli amici che oggi sostengono e pensano che l’ora delle scelte irrevocabili stia per arrivare (e affermano che sarebbe inevitabile per tutti noi scegliere tra il socialcomunista Tremonti e il liberale e libertario Fini e che chi si permette di criticarlo si pone fuori e danneggia la “causa” liberale) che in qualche modo si sia posto il problema di cosa sia effettivamente cambiato a parte le parole che vengono riversata in quantità industriale da media mainstream e media non mainstream su di noi. A parte le dichiarazioni e le querelle giornaliere, a parte le affermazioni di principio su diritti civili e autodeterminazione, cosa cambia nel partito, nella sua democrazia interna, nella partecipazione di noi tutti se oggi le decisioni invece di prenderle solo Berlusconi le prendessero sempre insieme Berlusconi-Fini? Si passa da uno a due? E’ questa l’idea per cui io dovrei battermi?

E’ vero abbiamo una stampa (quella stessa stampa che fa le battaglie per la libertà che noi tutti “comprati” dai soldi del Capo, con il nostro voto, avremmo collaborato a distruggere e limitare) che ha trasformato il Presidente della Camera nell’icona del politicamente corretto, della destra che loro vorrebbero, del necessario sostituto di colui che ha portato l’Italia alla perdizione e alla rovina. Mentre se da qualche altra parte provengono critiche o perplessità, anche attraverso attacchi altrettanto sgangherati, si chiede la testa dei direttori che inquinerebbero il dibattito e si accusa chiunque si permette di dissentire dal progetto e dalla strategia, di non essere in grado di partecipare ad alcuna discussione (per limiti strutturali) o essere un pazzo ossessionato (per il proprio vissuto personale e politico). Tertium non datur.

E’ vero abbiamo un giornale, il Secolo (qui la “lectio magistralis” appena tenuta in Campidoglio dal Presidente della Camera sui diritti), che come giornale NEL Pdl, detta per bocca di quelli di cui sopra (sempre i soliti 16-20) nominati da qualche legislatura, senza che si fosse mai alzata una voce di dissenso e di critica rispetto ai criteri personalistici o alla mancanza di partecipazione di alcuno. Senza che mai nessuno degli stessi si fosse mai sognato non dico di fare una battaglia e neanche una guerriglia, ma almeno un’alzata di mano e un intervento in qualche assemblea di partito, a favore della individuzione di criteri diversi per selezionare la classe dirigente e per scegliere i designati da far sedere a Montecitorio: loro SONO la classe dirigente e l’avanguardia per virtù dello spirito santo (o non forse per volontà esclusiva di un altro capo assoluto?). Loro si sono oggi autonominati e parlano per nome e per conto dei loro ipotetici elettori senza mai essersi preoccupati prima, e senza mai preoccuparsi oggi, di misurarsi e confrontarsi in qualche modo con loro sul territorio o in qualsiasi organo di partito periferico e centrale, che come non esiste per i berluschines-berluschini, non esiste per i finiani-finini. Come non esisteva prima, né in An né in F.I., senza che nessuno degli stessi se ne sia mai preoccupato in alcun modo.

Chi se non un monarca assoluto ha deciso che Perina dovesse essere nominata deputato della Repubblica per cooptazione, non riuscendo in quasi due lustri a trovare ed identificare neanche un sostituto come direttore (che non facesse contemporaneamente il deputato) di quel giornale che da 15 anni sopravvive solo per gli abbondanti contributi pubblici e che non riesce a vendere più di 3000 copie al giorno? Giornale virtuale per la politica virtuale, verticistica e autoreferenziale decisa nelle stesse stanze dei palazzi, che tanto oggi criticano. In quel caso il Palazzo stava a Via della Scrofa, prima di raggiungere ed essere ammessi anche loro, senza nessun fastidio manifesto, Palazzo Grazioli. Chi se non ancora un capo assoluto e indiscutibile ha deciso di nominare, sempre per cooptazione personale, l’avv.Bongiorno, con gli stessi criteri, catapultandola in una realtà politica con cui niente aveva a che fare e che vedere, sia come storia personale che come impegno e partecipazione politica? Chi catapultava lo chic avv. Consolo, padre della chicchissima Romanoff, compagna del fighissimo Giorgio Pasotti in un territorio che mai aveva visto neanche con il cannocchiale, pensandolo collegio sicuro e perdendo anche il seggio? Quale sarebbe il loro modo diverso di fare politica oltre il presentismo? Dove starebbe il loro “altrove”, che non sta nella novecentesca piazza e nelle ottocentesche sezioni? Cosa dovremmo fare per non rimanere bloccati in una concezione di trincea che appartiene più alla logiche della prima guerra mondiale e alla sua concezione di possesso del territorio che al mondo globale e immateriale che vivono ogni sul web? E cosa stanno facendo loro?

E’ vero un gruppo di persone ha fatto anche una serie di siti web che si sono dati come obiettivo “alto” lo sviluppo di un serio dibattito nel centrodestra italiano:

sviluppare un dibattito di qualità

peccato però che poi non possano fare a meno di aggiungere:

che porti alla luce le energie e lo spessore della nostra area, troppo spesso in ombra.

alcuni dei quali (a cominciare da FfwebMagazine l’elaboratore strategico e culturale) esclusi anche da qualsiasi tipo di partecipazione virtuale o reale, privi dello strumento minimo di collaborazione: la possibilità di commentare. Puoi solo eventualmente “condividere”, bene che vada ti è data la “grazia” di portare altrove il loro verbo. Ti viene concessa con somma magnanimità solo questa eventale possibilità di partecipazione alle loro elaborazioni. Così viene intesa la costruzione di qualcosa e la collaborazione per il futuro. E questi sono sempre secondo loro i risultati sul campo: L’analisi sui risultati “concreti” ottenuti dall’ala autorappresentatasi modernizzatrice del Pdl. Del Pdl che si autodefinisce plurale. Dove per dibattito interno si continua a definire la discussione “tra di loro” e per successi le decisioni che “loro” sono riusciti a far passare, come se la vita di un partito e la partecipazione delle minoranze al dibattito interno si riducesse a questo. Come se il dialogo nel centrodestra italiano fosse ristretto alla partecipazione o non partecipazione di 20/50 individui e ai meriti che loro si attribuiscono. Si sono dimenticati solo che per dialogare e costruire partecipazione serve anche ascoltare gli altri a cui dare voce, sentirli, confrontarsi e misurarsi con loro e con chi tra loro la pensa in modo diverso. Un piccolo e ininfluente particolare che poi rimproverano venga fatto nei loro confronti. Se no continua ad essere un monologo. Berlusconiano o finiano che sia.

Dove stanno, in tutto questo, il radicamento sociale, territoriale e il progetto politico condiviso? Ci domandavamo allora e ci chiediamo oggi.

E’ che la cruda e triste verità che nessuno dice e si dice è che se effettivamente semmai si attivassero e si lavorasse per un minimo di democrazia interna oggi nel Pdl, Fini smetterebbe di esistere. E smetterebbero di esserci le “legioni” di futuristi che occupano spazi di potere tanto quanto e non meno dei berluscones. Per qualcuno questo lavorare per il futuro, significa evitare oggi il vero confronto democratico, continuando però ossessivamente a richiederlo, sperando che un domani, disintegrato l’esistente, possano reggerlo.

E’ vero ognuno di noi, vede ampliarsi, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, la fascia di amici e conoscenti che mai si sognerebbero di votare per il centrodestra, che ad ogni uscita del Presidente della Camera, si dicono molto contenti e soddisfatti. E che alla domanda che inevitabilmente poniamo ma tu lo voteresti eventualmente, continuano coerentemente a risponderti: Giammai. Mai e poi mai potrei votare, per la mia storia personale e per il rispetto che devo ai miei principi e ai miei valori uno come Gianfranco Fini.

Il loro continua ad essere, virgole comprese, l’obiettivo che da decenni si è dato in modo fallimentare il centrosinistra italiano, “levati tu che mi metto io” che sono più bravo, colto, bello, “studiato”, elegante ed intelligente. I progetti costruiti a tavolino senza un minimo di contatto, né voluto né cercato, con la realtà. La copia scolorita (almeno lì si era liberi di commentare) del veltronismo che pensava di fare un partito su facebook, senza lontanamente sentire o preoccuparsi di sentire cosa voleva, provava e desiderava il popolo reale del centrosinistra. Di chi si autonutre e si rispecchia in se stesso. La stessa spocchia e lo stesso complesso di superiorità che non sente mai il bisogno di confrontarsi con nessuno e con i problemi della gente, disprezzandola né più né meno come da 20 anni fa il centrosinistra. Lo stesso trattare chi vota la lega e i leghisti come la parte “peggiore del paese”, lo stesso ritenersi a priori indiscutibilmente la “parte migliore”. Gli stessi sorrisini davanti alle telecamere mentre spiegano urbi et orbi, a reti e giornali di sinistra, che loro stanno “guidando” il cambiamento, contro la destra xenofoba che non vuole il bene della nazione. E ora si lamentano pure di stare “troppo spesso in ombra“, non riuscendo a portare alla luce le energie e lo spessore della loro area. Vadano sul territorio e mandino i loro deputati a parlarci sul territorio e con il territorio, a meno che non credano anche loro che la politica si faccia in tv e sui giornali o nei palazzi romani dividendosi e contrattando le candidature. E invece di lamentare la “normalità” del dibattito politico, lo organizzino loro il pubblico dibattito all’interno del centrodestra (che le persone che da anni li mandano a Montecitorio non sanno neanche che faccia hanno). E invece di invocare qualcosa di destra quando gli conviene, dopo averci ampiamente spiegato a più riprese che le novecentesche categorie erano morte e sepolte, perché impegnarsi a leggere Gianfranco Fini

attraverso la lente di categorie, come quelle di destra e sinistra, che appartengono a un repertorio obsoleto e logorato, a uno schema della rappresentanza politica tramontato, a un linguaggio che non è più in grado di descrivere la realtà.

evidenziava solo le difficoltà di chi lo legge, le facciano loro per primi le cose che chiedono agli altri. A noi basterebbe questo, nessuna categoria e nessun repertorio logorato. La sana dialettica in un partito può portare all’unanimità o può determinare una maggioranza e una minoranza, ma la minoranza non fa mai azioni politiche ignorando quello che pensano tutti gli altri e sentendosi autorizzati per designazione divina a farlo. I partiti continuiamo a presumere che funzionino così e continuerò a pensarla semplicemente così, rispettando le più elementari regole di democrazia. Che è la cosa che continuo a credere personalmente sia di gran lunga la preferibile.

a guidare un paese, un partito, un universo parallelo o un condominio dovrebbe deciderlo la maggioranza dei cittadini, elettori, iscritti, abitanti o condomini.

E a guidare un gruppo parlamentare idem. E gli spettacoli di insipienza politica a cui qualcuno ci fa assistere sempre più spesso e con invidiabile tempestività (qui l’ultimo andato in onda), come dice lui, continuo a ritenerli sempre, senza virate e innamoramenti “tendenziali”, senza alcun senso politico.

e non saranno una trucida battuta o una celestiale cravatta a poter distrarre dal non edificante spettacolo.

Lo stesso noi vogliamo avversari e non nemici, a parole, è la riproposizione scolorita e paradossale del Veltroni del Lingotto che tanti sfracelli ha causato nel suo di partito. Loro che finora si sono distinti e hanno avuto come obiettivo principale l’identificazione del nemico assoluto all’interno della coalizione e di quel che esiste del partito. Con la stessa distanza abissale verso i problemi che affliggono quotidianamente quel paese “volgare” e poco chic, che a misurarsi con le loro parole d’ordine fa fatica e se ne sente estraneo.

E la politica italiana, Berlusconi o non Berlusconi, continua ad essere sempre più virtuale.

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