Il fardello
Pietro Garibaldi su spesa per pensioni, prudenze eccessive e riforme non più rinviabili. Eccezioni e riconoscimenti.
[...] L’industria automobilistica è forse il miglior esempio di come la recessione rappresenti il momento opportuno per mettere in atto grandi riforme. Il governo non sembra pensarla allo stesso modo, con l’eccezione del ministro Brunetta che sta cercando di far approvare un’importante riforma della pubblica amministrazione. Il ministro Sacconi, in particolare, ha dichiarato che la recessione non è il momento adatto per mettere in agenda una riforma delle pensioni e della disciplina dei licenziamenti, nonostante queste aree rappresentino importanti nodi strutturali del Paese.
Leggendo con attenzione la Relazione Unificata dell’Economia e delle Finanze (ndr se ne parlava anche qui), si capisce che la parte più importante di questo incremento di spesa pubblica sarà proprio legato alla spesa pensionistica. Come mostrato su lavoce.info, dei 20 miliardi di aumento di spesa pubblica del 2009, 10 miliardi saranno imputabili alla spesa per pensioni.
Durante il periodo di peggior crescita della storia repubblicana, quando il reddito del Paese diminuirà di più del 4%, la spesa per pensioni aumenterà invece del 4%! La recessione determinerà quindi un ulteriore spostamento di risorse pubbliche verso la spesa pensionistica. Una politica immobilistica in materia previdenziale causa una redistribuzione di spesa perversa, poiché finisce per premiare proprio quelle aree che più di tutte le altre dovrebbero essere tenute sotto controllo. Certamente molti degli incrementi di queste spese non sono controllabili nel breve periodo, anche perché grossa parte dell’aumento di spesa previdenziale è legato alla dinamica della popolazione. Ma questa recessione deve farci riflettere seriamente sulla sostenibilità del regime attuale. Come riconosciuto dalla stessa Ragioneria Generale dello Stato, nei prossimi cinque anni solo una crescita del 2% sarà in grado di contrastare l’inarrestabile aumento della spesa pensionistica in proporzione al reddito a legislazione vigente.
Procrastinare interventi inevitabili non serve. Lo stesso libro bianco (Libro Bianco formato .pdf 597 Kb), pubblicato da pochi giorni dal ministro del Welfare, parla esplicitamente di un innalzamento progressivo dell’età pensionabile, anche se non rilascia alcun dettaglio sui tempi e sulle modalità di una riforma. Il ministro Sacconi è uno dei padri e sostenitori della riforma Maroni del 2005, quella riforma poi in parte annullata dal governo Prodi con la sostituzione del famoso «scalone» con una serie di «scalini» più morbidi. È vero che lo scalone della riforma Maroni forse comportava un aumento dell’età pensionabile troppo brusco, ma la prudenza di oggi del ministro Sacconi appare poco giustificabile.
Esistono diversi interventi legislativi in grado di controllare la crescita della spesa previdenziale dei prossimi anni senza introdurre grossi scossoni. Si potrebbe, ad esempio, indicizzare la spesa pensionistica all’andamento del monte salari, in modo da legare i redditi dei lavoratori pensionati alla dinamica dei redditi dei lavoratori attivi. Se il monte salario sale a un tasso inferiore a quello dell’inflazione, come probabilmente avverrà durante la recessione, non si vede perché i redditi dei pensionati debbano crescere più velocemente. Si potrebbe poi accelerare la transizione verso il sistema pensionistico a capitalizzazione, quello introdotto nel lontano 1995 dall’allora governo Dini e non ancora completamente a regime. In altre parole, affrontare i nodi strutturali del Paese è possibile, ma durante la recessione è un dovere.
via Il fardello pensioni – LASTAMPA.it
Qui le reazioni dei sindacati al Libro Bianco. Per Epifani è “un ritorno al passato“, secondo Cisl e Uil è un «testo positivo», ma invitano Sacconi ad un maggiore coinvolgimento convocando le parti sociali.

















