Di Fini bisogna ancora capire molto

Continuano le riflessioni politologiche e la futurologia, qualcuno le ritiene anche assolutamente autoreferenziali, intorno al Presidente della Camera, in carica. Attorno a Fini prove tecniche di Partito modernista di massa

Ecco i primi segnali di qualcosa di nuovo che va da Martini al Secolo d’Italia passando per Flores d’Arcais e i radicali

E’ presto per dire se la “conversione” di Gianfranco Fini alla laicità repubblicana e alla “destra dei diritti”, come scrivono sul Secolo d’Italia, trascinerà con sé altri neofiti. Ma senza dubbio le recenti prese di posizione del presidente della Camera in tema di etica e bioetica, di diritti individuali e di autonomia della politica da ogni influenza religiosa stanno provocando un inedito “rassemblément” tra posizioni un tempo inconciliabili.

L’uomo (nuovo) della destra usa parole comprensibili a sinistra. E, ancor più, dice cose che non dispiacciono nemmeno a una vasta zona del mondo cattolico: paradossalmente, quella etichettata come progressista. E più in generale quella convinta che vadano trovati nuovi parametri per il rapporto tra fede e società. [...] Difficile battezzare tutto ciò come un inedito fronte progressista. Si potrebbe forse utilizzare, con le dovute virgolette, il termine “modernista”. Intendendo con ciò una zona, una galassia di posizioni in grado di coagularsi in nome delle “idee moderne”. In cui i sostenitori di destra e di sinistra di una laicità “forte” e di una netta separazione tra politica e fede potrebbero incontrarsi con quei cattolici che da tempo lamentano, più o meno esplicitamente, il peso dell’intransigenza politico-dottrinale della gerarchia. Don Verzé con Flores d’Arcais, il Secolo d’Italia con Repubblica, i laici alla Fini con i “diversamente credenti”, quella fetta di italiani cattolici fotografati da Marco Politi in “La chiesa del – no”

[...] Galli della Loggia: “Ma dov’è la novità?” Possibile? Il politologo Ernesto Galli della Loggia, da buon storico di professione, inorridisce solo all’idea:

“Il modernismo nella storia della chiesa è stato tutt’altro, e non vedo cosa possa avere a che fare Fini con quella storia”.

Ma al di là della filologia, Galli della Loggia non è convinto né di Fini, né della sua conversione:

“Ripete peggio, con meno cultura, le cose che Bobbio o Zagrebelsky dicevano più di dieci anni fa. Quali sarebbero i contenuti nuovi? L’unica novità è che queste banalità di sinistra le dice uno di destra, ma il risultato non cambia. La sua esposizione mediatica può spaventare un po’ la chiesa, che scopre di avere un nuovo nemico, ma non mi pare che possa essere qui il punto di incontro di un nuovo rapporto tra religione, politica e stato”.

Il sociologo torinese Franco Garelli fa invece ricorso ai dati statistici: “C’è un’area sempre più ampia di cattolici che non segue i principi della chiesa in materia sessuale, o su altro. E ci sono cattolici che sentono il bisogno di maggiore autonomia di giudizio nella politica, nella società. Di Fini bisogna ancora capire molto, ma di certo ha indicato che serve un nuovo tipo dì equilibrio tra chiesa, fede, mediazione politica”.

Benedetto della Vedova, deputato del Pdl, non ha dubbi invece:

“La posizione finiana, che qui sembra così dirompente, è la maggioranza in tutti i centrodestra d’Europa. E se si guarda al nostro elettorato lo è anche da noi. E’ evidente che sia la strada maestra di un rapporto sano e costruttivo tra religione e politica. L’errore sarebbe pensare il contrario, cioè che il Pdl rappresenti in toto solo il blocco cattolico conservatore. Il nostro elettorato è pluri-etico. La scommessa di Fini è basata su una visione realista della società”.

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