Confronto che abbia al centro le riforme?

Paolo Franchi e Giuliano Ferrrara scrivono sull’argomento e tutti e due erano alla presentazione del libro di Ciccio Cundari (ne parla qui anche lui): “Comunisti immaginari. Tutto quello che c’è da sapere sul PCI, lì dove D’Alema ha lanciato la provocazione. “Mettiamoci in gioco“.

Il bipolarismo selvatico di Paolo Franchi

E’ difficile non convenire con Eugenio Scalfari, L’inciucio «è cosa non buona e ingiusta». Dunque, avrebbe torto marcio, smentite o non smentite, Massimo D’Alema. Che ne rivendica la funzione positiva e sembra rappresentarlo come un dovere delle classi dirigenti politiche. Un dovere soprattutto in frangenti particolarmente difficili della vita nazionale, come questo che stiamo vivendo.

Tutto qui? Neanche per idea. Perché la questione, come si diceva un tempo, è un’altra. D’Alema, che da un pezzo dell’inciucismo (ricordate il Dalemone?) viene indicato da mezzo mondo come la vivente incarnazione, non aiuta certo a metterla in chiaro, quando per vezzo o per arroganza intellettuale, e comunque per un eccesso di dalemismo, fa orgogliosamente (e provocatoriamente) sua la parolaccia di cui sopra. Ma la sostanza del problema non cambia. Compromesso e mediazione, in politica, sono sempre e comunque imbroglio, pateracchio, svendita a prezzo stracciato di valori e di principi? E il compito dei gruppi dirigenti qual è: gridare così forte da sovrastare anche i cori dei tifosi più accesi? Oppure provarsi a indicare una prospettiva al Paese, fare opera di civilizzazione della lotta politica, e cercare di aprire uno spiraglio non a improponibili ammucchiate, ma a un confronto che abbia al c’entro le riforme?

Chiedo scusa per qualche annotazione di carattere personale. Con lo stesso D’Alema e Giuliano Ferrara (al quale rubo, facendola mia, una feroce definizione di quel che sta purtroppo capitando in Italia: «Una parodia di guerra civile combattuta a colpi di souvenir»), ero, giovedì scorso, tra i presentatori del bel libro di Francesco Cundari, «Comunisti immaginari»: quelle parole incriminate le ho ascoltate dal vivo. Magari sarà perché a sessant’anni non si hanno più i riflessi scattanti del giovane cronista politico. 0 perché mi era parso che lì si parlasse non solo, ma soprattutto del passato e del presente di comunisti e di postcomunisti, e non delle polemiche, o delle risse, di giornata. Ma tutto avrei immaginato, inciucio o non inciucio, tranne che fossero destinate a provocare tanto subbuglio. Così che, confesso, sono rimasto un po’ stupito leggendo sui giornali tante reazioni indignate. Poi ci ho riflettuto su, e una risposta ho cercato di darmela.

Non è tanto l’inciucio, malauguratamente tirato di nuovo in ballo da D’Alema, a fare scandalo, ma l’idea stessa che, in specie nei passaggi più aspri e pericolosi, la ricerca del compromesso possa essere un compito cui non è lecito ai gruppi dirigenti politici (sempre che siano davvero tali: e questo è tutto da dimostrare) sottrarsi. Meglio, molto meglio, continuare a stendere proclami di guerra totale. Meglio, molto meglio, rilanciare, con tromboni, grancasse, e anche qualche putipù, una concezione selvatica del bipolarismo e del maggioritario per la quale la contesa potrà dirsi conclusa solo se e quando l’avversario sarà stato, una volta per tutte, sgominato: la concezione che ci ha portato dove ci ha portato.

Proclamarsi apertamente fautori della difficile ricerca di un compromesso onorevole (che ci consenta di toglierci gli elmetti, smettendola, per esempio, di accapigliarci su chi siano i mandanti morali dei lanciatori di statuette, per occuparci, invece, delle riforme, e insomma di tornare a fare politica invece di gridarci l’un l’altro epiteti sanguinosi dalle rispettive curve) significa, è evidente, mettere in conto una fortissima impopolarità, non solo nelle due contrapposte tifoserie e tra i contrapposti capi tifosi. Ma una politica che sia solo ricerca di consenso e di popolarità non va da nessuna parte, e può fare danni incalcolabili. D’Alema la questione, seppure non nel migliore dei modi, la ha sollevata; e forse non è un caso che lo abbia fatto parlando dei tanti vizi ma pure delle non poche virtù del suo vecchio partito, il Pci, che il ruolo del compromesso in politica lo aveva chiaro anche prima che Enrico Berlinguer ne proponesse uno addirittura storico. Invece di indignarsi, forse bisognerebbe chiedergli di entrare nel merito, di indicare anche solo a grandi linee quale potrebbe essere, per lui, il compromesso possibile: potremmo scoprire che vale la pena di ragionarci su, oppure che è disonorevole e inaccettabile. Ma nessuno glielo chiede. E magari non è un caso nemmeno questo.

E qui Giuliano Ferrara da “IL FOGLIO” di lunedì 21 dicembre 2009

Il D’Alema natalizio. e “inciucista” che fa arrabbiare la nota lobby

Dietro questa storia della legittimità del compromesso, che ha tanto scandalizzato le anime buone dei lanciatori di merda, c’è uno slittamento natalizio del carattere di un leader. D’Alema è meno insopportabile di una volta. Può mandare a quel paese la cultura azionista del gruppo Espresso-Repubblica, che un certo peso a sinistra lo mantiene, e può farlo con un tratto di serenità e perfino di soavità che non gli conoscevo.

Ho presentato con lui a Roma il libro di storia del Pci di un comune amico, Francesco Cundari, e ho potuto ascoltare e osservare cambiamenti significativi. Il primo della classe accetta che si sbirci il suo compito. Il velista au grand large si sperimenta ora nel piccolo cabotaggio e si appresta a curare la Fondazione delle fondazioni del Partito socialista europeo (invece di fare il ministro degli Esteri dell’Unione). Ha incassato numerose sconfitte, da premier, da ministro degli Esteri di un governo rivelatosi improvvido ed effimero, da spettatore annoiato di quello che ha sempre considerato il circo veltroniano, per non parlare delle cariche stabili e dirimenti, la presidenza della Camera e il Quirinale, che gli erano sembrate alla portata della sua leadership cinica e volitiva, dopo tante scelte di alta rappresentanza istituzionale, e invece no, gli sono sempre sfuggite.

E’ che ora si sente sicuro, il compagno segretario, perché ha ripreso in mano lo strumento decisivo della politica, il partito. Si è finalmente visto, pensa, che l’apparato e gli elettori della sinistra democratica postcomunista e postdemocristiana coincidono, solo che si esprima un candidato capace di despettacolarizzare e normalizzare la vita di partito e di costruire una tranquilla maggioranza. Più o meno riluttanti, i cattolici democratici seguiranno; da tempo sono un lievito evangelico, magari un po’ acido, ma non più un partito o una classe di governo. D’Alema sì appresta a usare la mano leggera con amici e oppositori interni, per consolidare il risultato, per non irritare il campione titolare di quest’operazione (Bersani). Intende usare quel che c’è, il maggior partito d’opposizione, per fare politica e non solo testimonianza o generico casino, per ottenere spazi e vantaggi nello scontro e nel confronto con l`avversario ormai storico e strategico del centrosinistra, Berlusconi; intende affermare idee, metodi e compromessi capaci di disinnescare gli aspetti più esplosivi dell`avventura berlusconiana e di stabilire un tracciato in cui si possa anche solo immaginare quel che oggi è arduo a pensarsi, una alternativa politica al centro destra imperante, al Pdl.

A me, che azionista non sono e non sono mai stato, tutto questo sembra estremamente ordinario, necessario, utile e corrispondente ai canoni della lotta politica, quando questa abbia un qualche significato. Quindi anche bello. Tonino Di Pietro non è d’accordo, Veltroni eccepisce, Franceschini si lamenta, tutti se la prendono con il dalemiano Latorre che chiede tempo ed esorta a diffidare dei miti della spallata e del colpo di mano: capisco, capisco bene le ragionì rispettive, la politica è anche ricerca di garanzie e protezioni, e prevale nel demagogo di Montenero come nella minoranza del Pd un sentimento genuino di paura, la paura che D’Alema sia il primo che agganci Berlusconi, il primo che riesca a stabilizzare il sistema e ad architettarne qualche cambiamento positivo.

E’ sempre lo stesso problema, quello che si pose all’epoca della discussione sulla possibilità di avere un presidente della Repubblica eletto sulla base di un manifesto politico di pacificazione (operazione Quirinale, 2006). Nessuna garanzia di riuscita, oggi come allora. Siamo il paese in cui fu meschinamente affondato il progetto di riforma della Costituzione e della giustizia concepito in una solida e apertamente pattuita commissione Bicamerale. A proposito, onorevole D’Alema, spero ella ricordi che la Bicamerale si infranse contro il tentativo palese, da lei messo in campo, di isolare Berlusconi con l’aiuto di Fini. Per riuscire dove si è fallito una volta, basta non ripetere l’errore.

Il dibattito sulle riforme sui quotidiani. I possibilisti:

I contrari pronti a tutto.

Qui invece Bersani su D’Alema: “Confronto, ma no inciuci” e il post di The Frontpage commentato oggi da Vittorio Macioce: Il giustizialismo è anche un business (e ha intossicato l’Italia).

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