Addio a Nisticò
«Ognuno di noi giornalisti ha la sua storia personale (banale ovvero straordinaria), ma sono pochi quelli la cui storia personale si intreccia con la Storia» (Igor Man). L’ora dei ricordi
Si è spento ieri all’eta di 89 anni, il giornalista Vittorio Nisticò, storico direttore del quotidiano L’Ora di Palermo. Nato a Soverato (Catanzaro) nel 1919 e siciliano di elezione, Nisticò si avvicinò al Partito Comunista e si formò come giornalista nei quotidiani di area comunista, in particolare si affermò al Paese diretto da Tommaso Smith, come brillante notista politico. A 35 anni l’editore Amerigo Terenzi gli affidò la direzione dell’Ora, la testata fondata da Ignazio Florio, che aveva avuto come direttore, nel 1904, Edoardo Scarfoglio. Nisticò fu direttore per venti anni e diede prova di grande curiosità intellettuale e indipendenza di giudizio. Legò indissolubilmente il suo nome a quell’esperienza siciliana, che ha rievocato nel 2001 in un libro. Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’Ora di Palermo, in cui racconta da protagonista una lunga pagina di storia.
«L’Ora» ebbe la capacità e l’opportunità di connettersi a quel rinnovamento, divenendo voce di tutti gli ambienti che esprimevano desiderio di novità, e si aggrappavano al giornale come alla fonte di una libertà di parola riacquistata dopo tempi di silenzio vissuti come immemorabili; collocandosi anche nella prima linea della polemica contro la faccia negativa di quel rinnovamento: la nuova Mafia, l’emergere del sistema di potere clientelare, la nascita dei nuovi potentati economici abbarbicati alla spesa regionale e meridionalistica, la resistenza dei ceti feudali. 1955-1975: un ventennio di giornale in mano a un solo direttore, Vittorio Nisticò, che seppe circondarsi di tre generazioni di collaboratori, rappresentanti forse il meglio dell’intellettualità, oltre che del giornalismo siciliano.
Inventò quella grande scuola che fu il giornale L’Ora, il foglio che sfidava la mafia
Ora che se n’è andato, ora che i suoi occhietti guizzanti e lucenti sono stati per sempre sigillati dalla morte, la tentazione è quella di parlare della sua tenerezza e della sua caparbietà. Due doti con le quali riusciva a tenere insieme tutti noi, tre generazioni di giornalisti cresciuti alla sua scuola. La scuola de L’Ora, quel quotidiano del pomeriggio, che negli anni della mafia spavalda, seppe diventare a Palermo una fabbrica di coraggio e di controinformazione. Si chiamava Vittorio Nisticò, classe 1919. Lucido, curioso, lettore instancabile di libri e giornali, fino a poche settimane fa si divertiva ancora a dirci perché quel titolo andava fatto così e perché quell’articolo doveva essere scritto in modo diverso e “non con quel linguaggio che mostra solo la pigrizia di chi lo ha scritto”. E sì, per Nisticò il giornalismo stava tutto lì: nella capacità di trovare una notizia, un dettaglio, una fotografia. continua

















