Non mi avevano mai convinto
Grandi opere, Prodi lascia 28 miliardi di buco.
Abbiamo asciugato gli sprechi, abbiamo concentrato la spesa sulle infrastrutture davvero importanti, abbiamo costretto concessionari e general contractor a rispettare le regole del gioco…
Quanti proclami. Ma la verità è drammaticamente diversa. I grandi sforzi del governo Prodi per rivedere e ridimensionare i programmi faraonici del precedente esecutivo Berlusconi hanno centrato solo due risultati. Il primo risulta addirittura paradossale ricordando i reiterati impegni di scrematura della Legge Obiettivo: il valore complessivo delle opere approvate e teoricamente avviate verso una prospettiva di realizzazione dal governo Prodi risulta superiore di 44 miliardi rispetto a quello dell’accoppiata Berlusconi-Lunardi (allora ministro delle Infrastrutture).
E anche defalcando il costo del Ponte sullo Stretto e della Tav (la cui realizzaione il governo Prodi aveva rinviato a data da destinarsi) il valore degli investimenti approvati dal governo che vedeva Antonio Di Pietro al vertice delle Infrastrutture risulta comunque vicino ai 110 miliardi contro i 90 di opere effettivamente approvate dal Cipe dal Berlusconi bis. Se poi si considera che dalla lista delle priorità sono spariti il Terzo valico e la Milano-Verona, si scopre che l’eredità programmatoria sulle grandi opere lasciata all’attuale govemo risulta pesante al di là di qualsiasi anche più fosca previsione.
Ma c’è di peggio. Il nuovo governo da pochi giomi in carica scoprirà presto anche un vero e proprio tesoretto alla rovescia: il mancato rinnovo delle concessioni e la revoca dei general contractor, più la rinuncia ad alcune opere per la cui realizzazione era previsto un consistente apporto di capitale di rischio, fanno ad oggi mancare dal conto dei finanziamenti per le infrastrutture qualcosa come 28,419 miliardi di euro.
Ciò su una disponibilità globale pari a 75,592 miliardi di euro, di cui 38,863 provenienti da finanziamenti statali (15 derivanti dai contributi quindicinali della Legge Obiettivo), 3,674 con origine Ue e 4,636 miliardi di euro da Enti locali.
In altre parole al conto delle nuove infrastrutture manca all’appello circa il40% delle disponibilità che dovevano essere investite nella Pedemontana Lombarda, nella Val Trompia, nella Pedemontana Veneta, nel tunnel sottomarino di Genova, nella Nuova Romea, nella Cecina-Civitavecchia, nel corridoio tirrenico meridionale, nella Termoli-SanVitto, nella Statale Telesina e nella Catania-Siracusa.
Fra queste opere figurano alcune infrastrutture come le due Pedemontane (veneta e lombarda) con un alta possibilità di essere cantierate in tempi brevi e quella tirrenica Cecina-Civitavecchia per la cui realizzazione aveva insistito Di Pietro vedendosi poi la strada sbarrata da un Prodi in versione “verde”. Per il govemo in carica che inevitabilmente dovrà concentrare sul biennio 2009-2010 gran parte delle aperture di cantieri, la priorità assoluta non può quindi che essere rappresentata dal recupero, anche parziale, di una disponibilità dei fondi privati, attraverso una riapertura contemporanea dei tavoli con le concessionarie autostradali e con i general contractor, ma anche attraverso una brusca accelerazione delle procedure di approvazione di opere in stand by come la già menzionata Autostrada Tirrenica.
Nel programma approvato dal Cipe nel dicembre 2001 figuravano 138 macro interventi per un costo di 125 miliardi di euro; l’inserimento di nuove opere e gli aumenti di costo avevano determinato ad aprile 2006 un nuovo costo delle opere prioritarie pari a 173 miliardi, di cui solo 90 miliardi effettivamente approvati dal Cipe. Ampliato nel Dpef 2008-2012, poi asciugato anche tagliando fuori il Ponte sullo stretto e la Torino-Lione, nonché rinviando alcuni interventi nei contratti Anas e Rfi. Ma, ad onta dei tagli dichiarati, il pacchetto di opere licenziato dal governo Prodi e fatto approvare dal Cipe, risulta come detto ben più oneroso del precedente. Un’ultima annotazione: per le sole opere da avviare entro il 2011 il fabbisogno è pari a 34,192 milioni di euro.
E già in questa chiave la partita per il recupero degli oltre 28 miliardi di disponibilità private risulterà centrale e strategica.
Si chiede Oscar Giannino su LiberoMercato:
Come mai l’informazione economica e quella generalista non hanno svolto un’azione di guardiani verso l’operato del centrosinistra almeno altrettanto critica e precisa, rispetto a quella giustamente dedicata a Berlusconi?
E si risponde:
Se volete vi do la mia risposta, forse stupendovi un po’. Non c’entra il fatto che molti colleghi o molti direttori votino da una parte piuttosto che dall’altra, il giorno delle elezioni. Il problema è che Prodi e Di Pietro hanno usato la mazza ferrata verso concessionarie e general contractors privati, e se avete dubbi chiedete ai Benetton per Auto-Abertis o a Impregilo per il Ponte o a chi era impegnato sul Terzo Valico in Liguria, quanto pesanti siano stati i colpi sui bilanci e sulle vicende societarie. Mi spiace, per una volta, per il caro amico Franco Debenedetti, ma veramente la questione televisiva ascritta a Berlusconi è poca roba, rispetto alla durezza spietata con cui il governo del centrosinistra è intervenuto a piedi uniti nel mercato. Tanto che le maggiori proprietà editoriali hanno preferito mettere la sordina, ai veri conti delle infrastrutture, per evitare di esporsi a nuove mazzate.
Qualcosa di analogo rischia di avvenire sui mutui, e sul protocollo governo-ABI ieri presentato da Tremonti e Faissola. Tutti a minimizzarne l’effetto di reintegro fino a 800 euro annui e oltre per famiglie che stanno sul filo, tutti a dimenticare che la surroga precedentemente decretata da Bersani non otteneva l’effetto né era praticata dalle banche. C’è qualcosa che non torna, quando i conti si fanno a senso unico.
Mentre qui si parla di Genova: Sulle grandi opere le mani di tre coop. In 10 anni hanno acquisito quasi tutte le commesse comunali.

















