Non lo sappiamo

Scuola. i riformisti del no

[...] ormai da tempo in Italia, nel dibattito tra maggioranza e minoranza, e di conseguenza nel discorso pubblico, la realtà, i dati, non riescono ad avere alcun peso, dal momento che su di essi sembra lecito dire tutto e il contrario di tutto. Nulla è vero e nulla è falso, contano solo le opinioni e i fatti meno di zero.

Esemplare di questo disprezzo per la realtà continua a essere il dibattito sulla scuola. C’è un ministro, Mariastella Gelmini, che dice che la scuola italiana non funziona. Porta delle cifre: sul numero eccessivo d’insegnanti, sull’eccessiva percentuale assorbita dagli stipendi rispetto al bilancio complessivo, sui risultati modesti degli studenti, sulla discutibile organizzazione della scuola nel Mezzogiorno; evoca poi fenomeni sotto gli occhi di tutti: l’allentamento della disciplina, gli episodi di vero e proprio teppismo nelle aule scolastiche. E alla fine fa delle proposte. Discutibilissime naturalmente, ma la caratteristica singolare dell’Italia è che nessuno, e men che meno l’opposizione, men che meno il sindacato della scuola che pure si prepara a uno sciopero generale di protesta, sembra interessato a discutere di niente. Né dell’analisi né di possibili rimedi alternativi a quelli proposti. Cosa pensa ad esempio dei dati presentati dal ministro Gelmini il ministro ombra dell’istruzione del Pd, la senatrice Garavaglia? Sono veri? Sono falsi? E cosa indicano a suo giudizio? Che la scuola italiana funziona bene o che funziona male? E se è così, lei e il suo partito che cosa propongono?
Non lo sappiamo, e bisogna ammettere che per delle forze politiche e sindacali che si richiamano con forza al riformismo si tratta di un atteggiamento non poco contraddittorio. Riformismo, infatti, dovrebbe significare prima di tutto la consapevolezza di che cosa va cambiato, e poi, di conseguenza, la capacità di indicare i cambiamenti del caso: le riforme appunto. Non significa dire solo no alle riforme altrui, e basta. continua

Oggi, invece, le cronache ci parlano di proteste e occupazioni negli atenei e le adesioni alle proteste si arricchiscono, momento per momento, di nuove partecipazioni: “cresce ancora il clima di mobilitazione negli Atenei italiani per protestare contro la legge Gelmini. Continuano i vari sit-in e manifestazioni nelle varie città iatliane. A Roma, gli universitari della Sapienza si sono riuniti in assemblea davanti al Rettorato e hanno chiesto il blocco della didattica.”

A Torino, professori universitari che fanno lezione per strada. A Roma, cortei interni nella cittadella della Sapienza. A Firenze, trenta istituti superiori occupati. E poi giù, o su, per la Penisola, da Genova a Palermo, da Napoli, a Perugia, a Venezia, scuole e atenei in ebollizione.

Marciano, uniti, studenti, professori e genitori di tutte le classi e di tutte le età, dall’asilo alla laurea. [...] le rivendicazioni, quale più quale meno, delle varie categorie, non si pongono in termini di trattativa con il governo, o di emendamento del decreto che sta per essere trasformato in legge dal Senato, ma piuttosto di rifiuto in blocco di quel che è stato deciso. Che la legge finanziaria debba essere costruita in un certo modo, per rientrare nei parametri europei, non importa.
Le polemiche sono contro «la distruzione» e non contro «la ristrutturazione» della scuola. Agli insegnanti che denunciano – in parte anche legittimamente – la povertà dei loro stipendi, non interessa il fatto che, riducendo il numero dei professori e introducendo reali meccanismi di merito, forse la paga di molti di loro potrebbe anche crescere. No, loro sostengono di sentirsi trattati da parassiti dal governo, e tutte le sere vanno in tv per dichiararsi offesi e rivendicare il livello della loro professionalità [...]

il Riformista in prima pagina oggi titolava: Il fenomeno Gelmini, odiata nelle piazze, ma amata dai sondaggi. Berlusconi e il suo governo ai massimi storici di gradimento. Ci sono proteste che affossano un ministro e altre che lo rafforzano …

Il gradimento verso il ministro dell’Istruzione è cresciuto di 4 punti nell’ultimo mese. [...] A sei mesi dalla vittoria elettorale del centrodestra il premier tocca il picco storico di gradimeno: 62 per cento, Di contro, a un anno dalla vittoria alle primarie Walter Veltroni vede il Partito democratico arrancare sotto il 30 per cneto, soglia che il vecchio Ulivo prodiano aveva sempre superato in scioltezza.

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11 Commenti »

  1. rino scrive

    17 ottobre 2008 @ 08:00

    Più che della Gelmini il merito è di un approccio governativo detrminato nel mettere mano al “merito” delle questioni. E’ sul “merito” che diviene difficile per sindacati ed opposizione mettere in coerenza una serie di argomenti che possano contraddire e contrastare credibilmente quello che tenta di realizzare il Governo Berlusconi. E più che un limite pratico quello di sindacati e opposizione è ul deficit culturale. Il riformismo di cui tanti a sx si riempiono la bocca è il metro che ci consnete di misurare l’incapacità di un ceto politico, che pur avendo a lungo governnato, manca di cultura di governo. Manca cioè di di quella capacità di dare una direzione di marcia alla alle questioni che affronta. La scuola , e le analisi lo hanno ampiamente cristallizzato, presenta una cridi che andrebbe affrontata con rigore e serietà, con un confronto aperto e con poca propaganda: invece …

  2. Paolo Bizzarri scrive

    17 ottobre 2008 @ 18:58

    I dati sulla spesa che il ministro Gelmini indica sono veri, ma la conclusione che ne trae è assolutamente falsa.

    Infatti, è probabilmente vero (non ho i dati sottomano, ma non ho motivo di credere che su questo menta) che il ministero dell’Istruzione spende il 97% del suo bilancio degli stipendi.

    Tuttavia, è sbagliato dedurre da questo che il 97% delle risorse destinate dallo Stato italiano alla scuola sia costituito da stipendi.

    E’ infatti noto (forse non al ministro Gelmini) che tutte le attività di manutenzione e adeguamento dei complessi scolastici sono svolte dalle amministrazioni locali: tipicamente comuni e provincie.

    Per fare solo l’esempio del Comune di Pisa, e facendo riferimento ai soli investimenti, parliamo di una spesa complessiva per tre anni di oltre due milioni di euro.

    Questo ovviamente esclude il funzionamento (mensa e scuolabus, per esempio) che è ovviamente a carico del Comune, e gli investimenti della Provincia.

    Infine, vorrei ricordare che la Scuola è per definizione un’organizzazione ad elevato utilizzo di capitale umano. Poichè il grosso degli investimenti è già stato fatto (le scuole ci sono, e vanno caso mai manutenute e aggiornate), è ovvio che la gran parte della spesa sia sul funzionamento e gli stipendi.

    Che NON rappresentano il 97% delle risorse che lo stato italiano investe nella scuola.

  3. Paolo Bizzarri scrive

    17 ottobre 2008 @ 19:00

    Solo una precisazione: i 2 milioni di euro riguardano il solo 2007, come si vede da qui:

    http://www.comune.pisa.it/finanze/pdf/bilancio2007/Piano-Pluriennale-degli-Investimenti-2007-2009.xls

  4. DestraLab scrive

    17 ottobre 2008 @ 20:10

    Sul sito del Ministero è consultabile il bilancio del 2008 dell’area Istruzione.

    il bilancio del 2008 per l’area Istruzione
    Sintesi tabella 7 allegata alla Legge di bilancio di previsione 2008 (area Istruzione)

    Le spese per il personale sono pari a 41.174.698.165, ovvero il 96,98% del totale. Appena il 3% a tutto il resto e di questi solo lo 0,3% per l’innovazione. Da questi vanno tolti i 329.168.908 destinati ai dipendenti degli uffici amministrativi. Per il personale delle scuole restano 40.845.529.257 che vanno per l’82% agli insegnanti, per il 16,5% al personale Ata (bidelli e amministrativi), e per l’1,53% ai dirigenti. Nello scorso anno scolastico in organico risultavano 776.192 docenti, 253.931 Ata e 10.191 dirigenti scolastici.

    Per onestà linko anche come la Cgil ha contestato queste cifre, con relativo volantino.

    Paolo il senso del discorso, che facevo mio, era che le posizioni possono essere discutibilissime, ovvio, ma stare sulle “barricate”, non serve a nessuno, in più vivendo al sud ritengo che non solo molto si debba e possa fare, ma che sia necessario farlo. Sul come disponibilissima a qualsiasi discussione.
    Quello che ritengo assolutamente incredibile, come sottolinea Galli della Loggia che nessuno sembra interessato a discutere di niente.

    p.s.: e aggiungo questa dichiarazione odierna del Presidente:
    Non si possono dire soltanto dei “no”, nè bisogna farsi prendere dalla paura. Si può essere d’accordo su alcuni cambiamenti e non su altri”, ha detto Giorgio Napolitano.

  5. Paolo Bizzarri scrive

    17 ottobre 2008 @ 21:42

    No, perdonami.

    Tu hai argomentato che non si stava discutendo delle cifre proposte dalla Gelmini, che rappresentano la base della discussione.

    Infatti, SE è vero che il 97% delle risorse che lo stato italiano spende per l’istruzione servono a pagare stipendi, ALLORA è impossibile fare investimenti e QUINDI è impossibile migliorare la scuola.

    Io ho contestato la premessa e la deduzione conseguente.

    Infatti, lo stato italiano NON spende il 97% in stipendi (quello è il Ministero dell’Istruzione, e quindi si escludono Comuni, Provincie e Regioni e tutti gli altri ministeri).

    La premessa è falsa, quindi il ragionamento è fallace.

    E’ chiaro ora?

  6. DestraLab scrive

    17 ottobre 2008 @ 21:52

    Paolo era chiaro anche prima, infatti ti ho risposto con il link del Bilancio del Ministero e a quello della Cgil. La tua è la posizione chiaramente espressa dalla Cgil nel suo volantino. Molto chiara. Ed è figlia dello stesso ragionamento per me discutibile. Nulla è vero e nulla è falso, contano solo le opinioni e i fatti meno di zero. Non si discute né dell’analisi né di possibili rimedi alternativi a quelli proposti.

    Non discutiamo perché contestiamo la premesse e la deduzioni conseguente. La premessa è falsa, quindi il ragionamento è fallace.

    Per me basta e avanza che le spese “del ministero dell’istruzione”, anche esclusi enti locali etc siano quelle. I professori in Italia sono sopra le media Ocse (ed in più sono tra i peggio pagati) e i nostri studenti non sono per questo sicuramente tra i più preparati. La nostra spesa per l’istruzione (totale) è in perfetta media ocse e i nostri studenti sono tra i peggiori. Scuola primaria e secondaria assorbono troppe risorse rispetto alle scarsissime date all’Università. Gli studenti universitari, sempre studi Ocse aumentano e i finanziamenti diminuiscono. Non è affatto vero che il discorso sulla scuola verte solo sul: SE è vero che il 97% delle risorse che lo stato italiano spende per l’istruzione servono a pagare stipendi, ALLORA è impossibile fare investimenti e QUINDI è impossibile migliorare la scuola.

    Vero è che quello è uno dei problemi sul quale insieme ad altri, molti altri si potrebbe intervenire (imho). Io continuo a pensare che sarebbe utile discuterne con approcci diversi.

    Ti rilinko, avvertendoti che non ho il dono della sintesi, cose scritte in un altro commento dato che non ti posso invitare a rileggere le decine di post che ho dedicato all’argomento :-)

    1. in percentuale del pil è vero che spendiamo meno, ma in termini di spesa complessiva siamo in media Ocse. Per quanto riguarda la scuola primaria investiamo più risorse della media Ocse – 6.835 dollari per alunno contro 6.252 dollari – mentre per la scuola secondaria siamo in linea con la spesa Ocse – 7.648 dollari contro 7.804. Le differenze sostanziali si manifestano per la spesa terziaria (università) dove siamo abbondantemente sotto la media Ocse e nonostante questo per spesa complessiva siamo in media. E’ proprio il contrario di quanto lei poi sostiene: in italia, nella scuola primaria, almeno secondo il report, c’è il più alto numero di insegnanti, pagati male (il salario è stato incrementato in media dell’11% contro una media ocse del 15%), il più basso numero di alunni per classe (18.4 students per class) in OECD countries at this level of education (the OECD average is 21.5) (Table D2.1). Con un sistema simile nelle superiori. A cui dobbiamo aggiungere un tempo di presenza a scuola molto più alto (At 990 hours, Italy has the second longest annual intended instruction time for a 7 to 8-year-old among the 30 OECD and partner countries with comparable data (the OECD average is 796 hours), che non porta ad un innalzamento della qualità. I risultati dei test Pisa ne sono la dimostrazione, sempre secondo l’Ocse.
    Il tutto partendo dalla realtà non discutibile (sempre report ocse) che la popolazione studentesca delle scuole primarie e secondarie è diminuita e continuerà a diminuire nei prossimi anni, mentre quella terziaria è aumentata e continuerà ad aumenterà in italia, come nel resto dei paesi Ocse (anche se ancora non si riesce a fare previsioni precise), sembrerebbe chiaro a questo punto che l’approccio giusto dovrebbe essere quello di intervenire su una ridistribuzione delle risorse e tutto indicherebbe che esistono necessità e spazi per una migliore allocazione delle risorse, valutando però che l’efficienza ed i risultati non sono strettamente collegati all’utilizzo di maggiori risorse (test Pisa e risultati paragonati alle risorse erogate e disponibili, comparare anche la spesa complessiva della Gran Bretagna, come ha detto Alesina sul sole, che è simile alla nostra complessiva con una qualità indiscutibilmente superiore).
    Ha detto Schleicher, il reponsabile Ocse del report, testuale: Il vero problema dell’Italia è «come vengono spesi i fondi elargiti dallo Stato.” Aggiungendo “I governi devono quindi valutare accuratamente le scelte ed acquisire una maggiore comprensione di come tali scelte influiscano sul rapporto tra qualità e costi, se desiderano aumentare l’efficienza dei servizi scolastici”.

    L’Ocse dice ancora nella sua sintesi (copia e incolla):
    I finanziamenti privati rappresentano in media il 27% della spesa complessiva, e superano la soglia del 50% in Australia, Giappone, Stati Uniti e in Israele (paese partner), raggiungendo oltre il 75% in Corea e in Cile (paese partner), (Indicatore B3). L’equilibrio tra finanziamenti pubblici e privati da un lato e la capacità dei governi di fornire diverse forme di aiuti pubblici per le istituzioni terziarie dall’altro lato, sono i due fattori che hanno contribuito a spiegare le differenze osservate nei modi di finanziamento dell’istruzione terziaria. Alcuni paesi hanno trovato nuove fonti private, altri hanno aumentato i finanziamenti pubblici, mentre per quelli che non fanno né l’uno né l’altro è sempre più difficile conciliare incremento della partecipazione e qualità.

    Molto diverso è invece il quadro offerto dall’istruzione terziaria. Tra il 1995 e il 2005, la crescita della spesa per studente nell’istruzione terziaria è stata inferiore all’espansione della popolazione universitaria. Considerato il continuo aumento del numero di studenti e la maggiore pressione finanziaria imposta dalla mobilità degli studenti nell’area OCSE, in quei paesi dove gli studenti stranieri non pagano la totalità delle spese d’istruzione, è chiaro che la mancanza di nuovi investimenti comporterà un’accelerazione della tendenza alla riduzione della spesa per unità (Indicatore C3). molti paesi europei pur non avendo aumentato gli investimenti pubblici in modo da consentire il mantenimento dei livelli passati di spesa per studente, continuano a vietare alle università di far pagare agli studenti le spese d’istruzione. Di conseguenza, soffrono di penuria di fondi e questo potrebbe inficiare la qualità dei programmi offerti. Il risvolto sorprendente di questa situazione è costituito dal fatto che, nella maggioranza dei paesi europei, la spesa media per studente nell’istruzione terziaria è oggi inferiore di oltre la metà di quella degli Stati Uniti (sorprendente rispetto all’idea che si ha). Se da un lato è difficile scegliere tra incremento degli investimenti pubblici e maggiori fondi privati, non fare né l’uno né l’altro a fronte di una domanda crescente per un’istruzione terziaria migliore e accessibile a tutti non è di certo un’alternativa.
    Nel riformare i loro sistemi scolastici, i governi devono prendere in considerazione diversi aspetti affinché l’istruzione sia adeguatamente finanziata. Oltre ad assegnare la priorità all’istruzione nell’allocazione della spesa pubblica, essi devono anche valutare come incrementare i finanziamenti privati nell’istruzione terziaria, identificare le aree prioritarie per il miglioramento della qualità e i modi più efficienti di utilizzare le risorse. In questo contesto, la sfida è rappresentata dal raggiungimento di questi obiettivi senza compromettere le pari opportunità nei sistemi d’istruzione.

    Poi è chiaro che per quanto riguarda le opinioni personali e le ricette risolutive ognuno ha le sue posizioni e su queste non esiste, ovviamente, nessun criterio oggettivo.

  7. Paolo Bizzarri scrive

    17 ottobre 2008 @ 22:46

    No. Io (non la CGIL: possiamo per favore evitare di incasellare il prossimo ogni volta? grazie), io dicevo non ho espresso “opinioni”. Io

    ho riportato fatti, ripresi pari pari da dati ufficiali disponibili pubblicamente o da dichiarazioni pubbliche, ossia:

    - l’affermazione del ministro Gelmini;

    - i dati sugli investimenti del comune di Pisa.

    Qui non ci sono “opinioni”. Gli investimenti sulle scuole del Comune di Pisa non sono una opinione mia o della CGIL: sono un fatto.

    Se i fatti rappresentano opinioni, allora è impossibile discutere.

    Su questo spero che ci sia chiarezza.

    “Non discutiamo perché contestiamo la premesse e la deduzioni conseguente. La premessa è falsa, quindi il ragionamento è fallace.”

    Certo. Si chiama logica elementare. Non capisco cosa ci sia di sbagliato.

    Scusami, che altro metodo di discussione alternativo proponi?

    Per me la discussione funziona così:

    - io faccio alcune premesse, esprimo un ragionamento attraverso una serie di deduzioni e arrivo a una conclusione;

    - tu o accetti tutto il procedimento, o evidenzi che una delle premesse è sbagliata, che una deduzione è sbagliata o che la conclusione è in contrasto con la realtà, e proponi premesse diverse, deduzioni diverse o conclusioni diverse;

    - tocca a me e procediamo nel ragionamento e nella discussione.

  8. DestraLab scrive

    17 ottobre 2008 @ 23:15

    Ho notato solo che è la stessa. Punto. Non voleva essere né offensivo né etichettante.

    Non ho contestato le tue cifre sugli investimenti del Comune di Pisa. Mi pare. Né contesto la tua logica elementare. Ma se esasperata non contempla la possibilità di dialogare, “Non si possono dire soltanto dei “no”. Si può essere d’accordo su alcuni cambiamenti e non su altri”. E pensavo fosse chiaro che la premessa fondamentale da cui tutto discende per me è che il Ministro Mariastella Gelmini, dice che la scuola italiana non funziona, che è la stessa cosa che penso io.

    So di essere stata lunga e prolissa, ma mi sa che non sei arrivato neanche alla terza riga. Il mio evidentemente è stato un tentativo “poco convincente” di evidenziare premesse sbagliate e di proporre premesse, deduzioni e conclusioni diverse.
    Ho detto (premessa diversa):
    Per me basta e avanza che le spese “del ministero dell’istruzione”, anche esclusi enti locali etc siano quelle. I professori in Italia sono sopra le media Ocse (ed in più sono tra i peggio pagati) e i nostri studenti non sono per questo sicuramente tra i più preparati. La nostra spesa per l’istruzione (totale) è in perfetta media ocse e i nostri studenti sono tra i peggiori. Scuola primaria e secondaria assorbono troppe risorse rispetto alle scarsissime date all’Università.

    Ho detto ancora (contestazione della premessa):

    Non è affatto vero che il discorso sulla scuola verte solo sul:

    SE è vero che il 97% delle risorse che lo stato italiano spende per l’istruzione servono a pagare stipendi, ALLORA è impossibile fare investimenti e QUINDI è impossibile migliorare la scuola.

    Vero è che quello è uno dei problemi sul quale insieme ad altri, molti altri si potrebbe intervenire (imho). Io continuo a pensare che sarebbe utile discuterne con approcci diversi.

    Analisi, deduzione e conclusioni diverse nel lungo prolisso link.

  9. Paolo Bizzarri scrive

    18 ottobre 2008 @ 00:55

    No, perdonami, ricominciamo dall’inizio. Questa è l’apertura del post:

    “Esemplare di questo disprezzo per la realtà continua a essere il dibattito sulla scuola. C’è un ministro, Mariastella Gelmini, che dice che la scuola italiana non funziona. Porta delle cifre:

    .. sull’eccessiva percentuale assorbita dagli stipendi rispetto al bilancio complessivo … Cosa pensa ad esempio dei dati presentati dal ministro Gelmini il ministro ombra dell’istruzione del Pd, la senatrice Garavaglia? Sono veri? Sono falsi?”

    E’ il tuo post, scritto sopra.

    Io ti ho risposto, su questo punto (non su tutti gli altri, visto che se vogliamo fare una discussione seria dobbiamo necessariamente procedere per punti da sviscerare).

    In particolare, che le cifre fornite dal ministro sono corrette ma incomplete. Quindi, il problema dell’eccessiva percentuale di risorse assorbite dagli stipendi degli insegnanti è un problema posto scorrettamente, perchè si basa su cifre incomplete.

    Inoltre noto una contraddizione nelle parole del ministro:

    “Io voglio una scuola con meno professori, più pagati e in cui viene riconosciuto il merito di tanti bravi che ogni giorno lavorano tra mille difficoltà.”

    Ora, se si usano le risorse risparmiate per pagare meglio i professori, il bilancio del ministero continuerà ad essere costituito al 97% da stipendi. Ma questo è solo un dettaglio.

    Siamo d’accordo che

    - le risorse che lo Stato italiano paga la scuola attraverso i suoi enti centrali e locali?

    - le risorse impiegati dagli enti locali sono una percentuale non trascurabile?

    - il 97% di cui parla il Ministro Gelmini sono SOLO il bilancio del suo ministero?

    - la manutenzione ordinaria e straordinaria è a carico di Comuni, Provincie e Regioni?

    Almeno mettiamo qualche punto fermo. Poi si parla di OCSE, test PISA e quant’altro.

  10. DestraLab scrive

    18 ottobre 2008 @ 09:28

    il 97% di cui parla il Ministro Gelmini sono SOLO il bilancio del suo ministero?
    E’ vero che arredi e manutenzione corrente, sono nei bilanci delle province e dei comuni, ma la stessa cgil nel volantino linkato (alla prima mia risposta), ipotizza questa spesa ulteriore (42 mld dello stato, più 10 mld di regioni ed enti locali, in totale 52 mld) cambia la sostanza? abbiamo scuole più moderne o minor personale? Io potrei aggiungere anche, per abbassare la media (se questa fosse la cosa principale) i mld spesi (sprecati) come finanziamenti europei, senza che questo in realtà cambi di una virgola il tutto.
    1. Paolo il post diceva tante altre cose e tu hai “logicamente” stabilito che quello era il punto principale e su quello hai fatto girare tutta la discussione ignorando tutto il resto.
    2. I dati ocse sono quelli che in modo “neutro” analizzano la situazione complessiva. Non sono cosa “altre” su cui discutere.
    L’aspetto principale che veniva evidenziato (secondo me ovvio) nel post era proprio quello che anche qui Cladia Mancina (sul riformista) evidenzia.

    CARO PD LA GELMINI HA RAGIONE

    [...] Sul piano proprio del riformismo, dopo la stagione di Luigi Berlinguer, in gran parte fallita proprio per gli ostacoli posti dal sindacato e dal tradizionalismo della sinistra, non è che si sia visto o si veda molto, al di là di un buonsenso democristiano anni Cinquanta, rimesso in circolazione dal passato ministro e dall’attuale governo ombra.

    Siamo oggi di fronte a una nuova titolare del ministero, che sta presentando qualcosa di simile a un progetto di riqualificazione della scuola pubblica in base a principi quali il merito, la responsabilità, l’autonomia e la valutazione.

    Sono principi che il Pd dovrebbe condividere. L’affermazione fondamentale è che la funzione della scuola è quella di formare le nuove generazioni e non quella di combattere la disoccupazione. A partire da qui (o, con le parole di Attilio Oliva, guardando la scuola finalmente dalla parte degli studenti e non da quella degli insegnanti) andrebbe disegnato l’intervento dell’opposizione. La Gelmini dovrebbe essere sfidata a realizzare davvero quello di cui parla. Poi le sue proposte si potranno criticare, e se ne potranno fare di diverse. Ma altra cosa è tirare fuori il solito armamentario dell’attacco alla scuola pubblica, al tempo pieno all’occupazione, ai precari eccetera. Guardiamo la questione della scuola elementare, l’unica sulla quale c’è un atto concreto (anche se ancora vago quanto all’attuazione).

    Si può dire che il ritorno al docente unico è solo una questione di tagli, ma è altrettanto lecito pensare che il passaggio al docente plurimo fu essenzialmente una scelta occupazionale.

    Poi ci sono argomenti pedagogici a favore dell’una come dell’altra opzione. E del resto, da quando i tagli in una struttura mastodontica, costosissima e inefficiente sono un disvalore? Si dovrebbe piuttosto ragionare su quali altri tagli, magari più produttivi, siano possibili, per esempio intervenendo sull’organizzazione del lavoro e sul dimensionamento delle strutture. Ma i tagli, che sono stati resi inevitabili dalla contrazione demografica prima ancora che dalle difficoltà finanziarie sono cominciati almeno col governo Amato (1992). Da allora, con la parentesi Berlinguer, la sinistra che si dice riformista non è stata capace di produrre un progetto per la scuola che non fosse la cieca battaglia per lasciare tutto com’era, magari spendendo di più.

    La scuola italiana com’è non funziona. Non funziona come agenzia di istruzione come risulta dall’alto numero di abbandoni e come può dire chiunque insegni all’università e si veda arrivare ogni anno studenti un po’ più impreparati.

    Non funziona come agenzia formativa, come risulta dall’evidente crisi di identità e di ruolo degli insegnanti, dalla diffusione di comportamenti devianti tra gli studenti, dalla crescente difficoltà dei professori di coinvolgere l’interesse degli allievi sulle materie eurrieolari. Non funziona neanche dal punto di vista democratico, perché non riesce a compensare le diseguaglianze di opportunità dovute alla nascita. Sono problemi grossi, e se Veltroni pensa davvero che la formazione sia vitale per il paese dovrebbe portare il suo partito ad analizzarli e a fare proposte per affrontarli. Vorrei sentir dire al Pd che l’insegnamento è una professione, e quindi bisogna introdurre una reale differenziazione di ruoli e di stipendi tra gli insegnanti; che bisogna formarli all’uso attivo e creativo delle tecnologie nella didattica, che bisogna formare i presidi alla direzione aziendale;

    che bisogna accorciare il ciclo di studi di un anno, per evitare che i nostri ragazzi siano svantaggiati nel confronto con gli altri paesi europei;

    che bisogna abolire l’esame di maturità e sostituirlo con prove scritte corrette da agenzie esterne;

    che bisogna dare alle scuole reale autonomia e quindi la libertà di assumere i docenti sulla base di liste di idonei; che i genitori sono chiamati a condividere la responsabilità educativa ma non devono intromettersi nella responsabilità professionale dei docenti. Sono scelte difficili e impopolari, e il Pd non sembra intenzionato a farle. Dubito che la ministra Gelmini ci riesca, visto il destino di chi prima di lei aveva tentato alcune di queste strade. In Italia si parla molto della centralità della scuola, della sua crisi, della sua mancata altissima funzione culturale ma poi si rifugge dallo sfidare il potentissimo blocco di opinione, trasversale agli schieramenti politici, che rifiuta qualunque intervento riformatore. Se però la ministra riuscisse a fare anche una sola delle cose di cui parla, sarebbe ancora una volta un punto per il governo e un’occasione perduta per il Pd.

    Spero che quest’ulteriore, lunghissima citazione, chiarisca qual’era il senso del post. Secondo me ovvio. E chiarisca anche come, ancora secodo me, se ne potrebbe discutere (soprattutto sui blog). Tema già affrontato ampiamente, da me, sul blog del prof. Fuggetta (che tu leggi spesso credo).

  11. Paolo Bizzarri scrive

    18 ottobre 2008 @ 22:02

    Dunque, l’incipit del post parlava di “dati” che vengono ignorati, e che sono sostituiti da opinioni. Io sono d’accordo che bisogna partire dai dati, e da questi sono partito.

    Se su questi dati siamo finalmente d’accordo, cominciamo a parlare di altro, in particolare dall’affermazione “la scuola italiana non funziona.”

    Noto anzitutto che questo NON è un dato e NON è un fatto. E’ un’affermazione generica e ambigua: cosa vuol dire che non funziona?

    Faccio la domanda non per spirito puramente dialettico ma perchè è proprio il cuore del problema. Capire cosa non funziona e dove vuol dire capire quali interventi fare, e soprattuto capire quali interventi sono inutili o addirittura dannosi.

    Alcune università sicuramente funzionano: per citarne solo alcune, la Scuola Sant’Anna di Pisa, i Politecnici di Milano e Torino, la facoltà di Fisica dell’Università la Sapienza di Roma. Tutte queste università o facoltà hanno score estremamente alti in tutte le graduatorie internazionali per ricerca e formazione.

    Si potrebbe limitare l’affermazione alla scuola elementare, media e superiore. In particolare, si fa in questo caso riferimento ai dati del famoso test PISA-OCSE.

    Ora, il test in se è interessante, ma fornisce un dato generale per l’Italia, disaggregato poi per macroregioni. E in questo caso si nota un fatto MOLTO interessante: in particolare, che le regioni del Centro Nord funzionano molto meglio, rispetto al test, delle regioni del Sud e delle Isole.

    Quindi, lo stesso sistema scolastico produce risultati sopra e molto sotto la media OCSE famosa. In questo caso l’affermazione che “la scuola non funziona” è semplicemente inutile: alcune scuole funzionano e altre no, e sarebbe bene capire perchè le prime funzionano e e le seconde no, visto che il ministero e le procedure sono le stesse.

    Inoltre, il test OCSE Pisa è un dato, ma non è l’unico. E’ noto ad esempio l’elevato livello delle scuole elementari che su molti test colloca gli allievi italiani fra il quarto e il sesto posto (sopra, ad esempio, alla Francia e alla Gran Bretagna).

    Se siamo d’accordo su questi dati (ripeto, dati. Non sto esprimendo nessuna opinione e sto riportando fatti facilmente documentabili), possiamo procedere con la discussione.

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