Hegel, i servi e il futuro del Pd

Il senatore ex Pd Riccardo Villari, quel signore che qui viene definito in rapida successione, col “necessario” riferimento ad Hegel, che evidentemente serve a condire la raffica “aulica” di improperi:

Figura mediocrissima, peone d’altri tempi, democristiano di quarta fila e piccolo barone della medicina, riciclato non tanto in virtù di dubbie doti politiche, quanto per la conclamata cortigianeria. Cioè la principale e a volte unica competenza richiesta per fare carriera in politica. E’ noto tuttavia, dai tempi di Hegel, che un servo gode di un vantaggio decisivo sul padrone: può sempre trovarsene un altro. Magari più ricco e potente. Villari, a giudicare da come si muove, deve averne trovato uno ricchissimo. Non perché fosse un traditore, un opportunista dei tanti, un cialtrone insomma…

Con il solito mandante ricchissimo e potente che difende il suo regno privato e una vaga critica alla leadership democratica, non per come ha gestito la questione, ma per non aver saputo intervenire con la giusta e necessaria severità nei confronti del “traditore di turno“, difeso dall’intoccabile D’Alema. Senza un seppur minimo accenno al fatto che il senatore ex Pd Villari potrebbe essere (eventualmente per infinitesima parte, mica si pretende troppo) il risultato, forse, anche, di questo percorso qui: Veltroni: liste aperte e innovative, condizione necessaria del nuovo partito democratico. Nuova stagione, nuove liste, scelte rivoluzionarie e di “qualità” effetto delle primarie democratiche che venivano per la prima volta a sconvolgere il panorama politico italiano, che lo stesso – che oggi scomoda Hegel, Mastella e i democristiani di quarta fila per delinerare le caratteristiche ontologiche del protagonista di tante bassezze – salutava così e così? Sarebbe stato troppo chiederselo?

Stesso personaggio, stessi fatti, stessi giorni, che aldilà del solito copione rappresentato da qualcuno, fanno chiedere a qualche altro:

non tanto quale sarà il futuro del Partito democratico, quanto piuttosto se un futuro il Partito democratico lo abbia, o se invece siamo già all’inizio di una fine annunciata. Come se al Pd stesse capitando qualcosa di simile a quello che capitò, quaranta e passa anni fa, al Partito socialista unificato, con la differenza che allora, nel momento della separazione, fu comunque possibile ai contendenti, peggio che ammaccati, rientrare nelle vecchie case, il Psi e il Psdi, mentre stavolta non ci sarebbero tetti, seppure malcerti, sotto cui trovare riparo nella bufera. O stesse succedendo qualcosa di simile a quello che potrebbe succedere ai socialisti francesi, paralizzati dai contrasti insanabili, di potere e di linea, tra prime donne che non riescono a prevalere l’una sull’altra, ma a bloccarsi reciprocamente sì. Esagerazioni, forzature, indebite drammatizzazioni? Può darsi. Ma a chi trovasse ingeneroso porre la questione in questi termini, basterebbe suggerire di scorrere le cronache di questi giorni, con il loro ampio corredo di reciproci sospetti sempre più velenosi e di reciproche accuse (dall’insussistenza politica all’intelligenza con il nemico) sempre più infamanti.

Perché come dice Paolo Franchi ci si può benissimo esercitare nel tentativo di stabilire chi porti le responsabilità maggiori:

Ma non è questo il punto. Il punto è se il tutto il Pd è in grado di provarsi a stabilire subito, non domani o dopodomani, come e perché si è andato a cacciare in una situazione come questa, che non si lascia spiegare soltanto con una batosta elettorale prevedibile ma mai davvero indagata, e che la gente del Circo Massimo non merita; e se è ancora possibile uscirne, e per quali vie. Il punto è, in altri termini, se stiamo parlando di un organismo malato sì, ma vitale. In caso contrario, sarebbero guai seri. Per il Pd, si capisce. Ma anche per la democrazia italiana. Che, come tutte le democrazie, di un’opposizione degna di questo nome ha un bisogno vitale. Specie in tempi calamitosi come quelli che si avvicinano.

Il futuro a rischio del Pd.

E che giustificare e assolvere l’attuale leadership del partito democratico per principio così come è stato fatto per Prodi (e qualcuno fa per Berlusconi), forse non lo aiuta affatto. Perché è vero che questo, forse, rientra nel gioco dei ruoli che il “sistema” assegna a ciascuno nel teatrino politico e mediatico, ma che è proprio questo, temo, il vero problema della nostra “democrazia senza qualità“. Ragionare sui fatti non è vietato: è inutile perché irrilevante (citazione liberamente tratta e rielaborata da un recente intervento su Libero di Massimo Giannini).

Qui si cerca di discutere di partiti, rifondazioni, paradossi, istruttorie e, ovviamente, del caso Villari, tra anarchia e stalinismo.

Qui qualcuno dissente apertamente. Caro Walter io me ne vado.

Caro Walter, ti scrivo perché ho deciso di dimettermi dalla Direzione nazionale del Partito democratico [...] Il Pd aveva un’obiettivo ambizioso al quale avevo aderito con entusiasmo e che ora faccio fatica a riconoscere in questo partito, in numerosi ambiti. Dalle posizioni ambigue su importanti temi etici e valoriali, alla gestione di processi politici locali e nazionali, ma soprattutto alle posizioni in quegli ambiti più cruciali per la crescita del Paese: istruzione, ricerca e innovazione. Era su questi temi che coltivavo le aspettative maggiori verso il Pd. Ero stata molto delusa dalle politiche del Governo Prodi, ma speravo che con il Pd si aprisse una stagione nuova, fatta di elaborazione di idee e proposte significative. Di fronte alle posizioni del Pd su questi fronti non posso che essere sconcertata. Non ho visto nessuna proposta incisiva, se non “andare contro” la Gelmini. Peraltro tra tutti gli argomenti che si potevano scegliere per incalzare il ministro sono stati scelti i più scontati e deboli. Il mantenimento dei maestri, le proteste contro i tagli, la retorica del precariato, tutte cose che perpetuano l’immagine della scuola come strumento occupazionale. È questa la linea nuova e riformista del Pd?

Il peccato originale.

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