Diaspora o sfida?

Su questa cosa si può essere autoironici o si può invocare più visibilità, si può far finta di nulla o si possono rivendicare “meriti” a secondo delle sensibilità personali. Ma prima o poi la si deve affrontare in modo più articolato.

Sto parlando naturalmente del destino di An dopo la fusione “a freddo”, come molti l’hanno definita, protagonista vittoriosa, in utile coabitazione, della campagna elettorale appena archiviata. Fusione a freddo perché venuta, dopo che lo stesso Fini ha fatto correre al centrodestra italiano per qualche mese, allora insieme a Pier Ferdinando Casini, la sensazione imminente della catastrofe, in nome e per conto delle caratteristiche identitarie “storiche” del suo partito, del radicamento sociale e territoriale (non ci scioglieremo mai, dopo un annuncio dal predellino)  e di contrapposizione netta al populismo berlusconiano. La serietà insomma, contro l’improvvisazione. Ricordate?

Contrapposizione che lo ha portato “addirittura” a riunire la Direzione Nazionale di An, per convincere i pochi riottosi, e che è stata accompagnata dal conseguente immediato allineamento del Secolo d’Italia (che ha sfiorato ripetutamente il ridicolo) e dalla totalità della classe dirigente di An. Il tutto condito dalla frattura insanabile (fortunatamente) con il duo Storace-Santanchè, che aveva pensato bene di sfruttare l’occasione sul piano personal-politico.

Elaborazioni politiche finiane (esaltate dalla stampa “indipendente”), giuste o sbagliate che fossero, miseramente naufragate alla prova dei fatti: la caduta del governo Prodi.

Nel giro di pochi giorni il Presidente, ha “saggiamente” messo da parte l’armamentario e ha firmato un accordo con “quello del predellino e delle comiche finali” stabilendo di nominare insieme i futuri rappresentanti del popolo (con percentuali precise e quote proporzionalmente paritarie), per affrontare quelle che verranno ricordate nella storia d’Italia come le elezioni che – grazie a due anni e mezzo di esperienza al governo del centrosinistra e nonostante una legge elettorale che dalla stessa sinistra era stata identificata come la responsabile di tutti i mali, ingovernabilità compresa – hanno permesso un drastico ridimensionamento della frammentazione politica (eliminazione delle estreme) e hanno portato ad una maggioranza indiscutibile (che non si vedeva da anni) e che da molti osservatori viene letta come l’inizio della Terza Repubblica. E di cui tutti, nei vari dibattiti, fanno a gara per riconoscersene il merito e la primogenitura, sottraendola ai soli che l’hanno veramente voluta e causata: gli elettori.

Questi i fatti, raccontati con un certo disincanto.

Il termine fusione a freddo, quindi, viene preso a prestito, per raccontare l’ultima, in ordine di tempo, decisione presa da Gianfranco Fini, in nome e per conto del suo partito, senza minimamente preoccuparsi di sentirne gli umori, le paure e le speranze. Senza aver mostrato mai la minima intenzione di aprire un qualche serio dibattito sulla forma-partito e sui rapporti di questa rappresentanza politica con la sua “base”( si diceva una volta). Ma discese direttamente dalle decisioni personali di un uomo politico abile e qualche volta spregiudicato fino al cinismo.

Ora al di là delle reggenze, dei congressi annunciati e dei primus inter pares fioriti improvvisamente, credo che per molti la questione vera che si pone è la seguente: Chi sono io oggi? I “nostri” chi sono? Esistono più i “nostri”? Che fare?

Che fine hanno fatto quei 4.706.654 milioni di persone che nel 2006 si erano identificati e avevano votato An e che oggi stanno dentro i 12.092.998 del Pdl lo presumiamo già, e per i particolari saranno gli studiosi dei “flussi” a preoccuparsene, cosa faranno quelli che vorrebbero continuare a “far politica” e a riflettere sulle cose della politica è affare diverso. Perché non è una questione che attiene solo alla maggiore visibilità di un leader, al manuale Cencelli del totoministri o al peso numerico nella compagine governativa. Sarebbe come fare e discutere di una corrente.

E allora mi domando, perché, oggi, per la gente che in questi ultimi anni si è sentita poco rappresentata dalla classe politica di AN, dovrebbe cambiare qualcosa? Perché chi ha creduto nel percorso progettuale e strategico del partito unico del centrodestra e ha “tremato” alle uscite del Presidente di An, dovrebbe improvvisamente dimenticarlo? In nome di cosa? Del risultato elettorale? In nome delle sue personali capacità politiche? In nome del suo “pragmatico cinismo”? In nome della simpatia?

Ieri sera Maurizio Gasparri all’Infedele ha dato prova, se ce ne fosse stato bisogno, della distanza abissale che esiste tra larga parte di questa rappresentanza politica e la sua “gente” o  “societa civile” che dir si voglia, confondendo volutamente il risultato elettorale con la “promozione” di un sistema dei partiti arrogante e autoreferenziale. E non c’è nulla di peggio, per lo spirito e l’identità di un uomo politico che rispecchiarsi in una immagine deformata della sua dignità, del suo ruolo, della sua storia.

E credo che molti la loro scelta l’abbiano fatta molto prima del 14 o il 15 aprile, tutte quelle volte che in questi anni hanno assitito e ascoltato i vari rappresentanti presentarsi in tv e sentirsi dentro un grande disagio, pensare che fossero “impresentabili”, sentirsene distanti milioni di kilometri: per il loro linguaggio, per il loro non essere capaci non dico di risolvere, ma di dar mostra di aver cercato di confrontarsi con il binomio efficienza&modernità o di averlo solo in qualche modo analizzato. Per la loro contrapposizione sterile, spesso urlante, in difesa delle corporazioni, dei privilegi (taxi-Alitalia-pubblico impiego) e dell’antimercato che impediscono la concorrenza e lo sviluppo di questo paese. Difendendo nei fatti la sopravvivenza di uno Stato inefficiente. Tutte le volte che hanno rinunciato a priori alla lotta ad ogni forma di assistenzialismo. Tutte le volte che ci hanno detto ed hanno detto implicitamente ai nostri giovani che quello era l’unico modo di “fare politica”.

Quando da rappresentanti del passato governo sono stati tra i protagonisti della conflittualità permanente e dei riti da prima repubblica (chiarimenti & rimpasti). Quando tutti abbiamo assistito attoniti, senza riuscire a dare una spiegazione razionale e neanche pragmatica, all’incomprensibile scelta suicida delle 3 punte alle elezioni del 2006 (se non in funzione di attendere sulla riva del fiume l’arrivo… della testa di Berlusconi e la sconfitta del centrodestra).

Quando hanno visto quel partito rinunciare sistematicamente a selezionare una nuova classe dirigente, a proporre valori, a indicare programmi, a costruire partecipazione. Quando lo hanno visto attento essenzialmente a logiche interne e di perpetuazione di alcuni privilegi personali.

Quando non si sono sentiti vicini alle dichiarazioni di accettazione entuasiastica di Fini alle alleanze “anomale” in Sicilia, che non ha mai ritenuto necessario dover spendere una parola,  solo una, nel rappresentare o dare voce a quella parte dell’isola che chiedeva e chiede una rupture o un qualche segnale di discontinuità con un certo passato. Anzi quando di questa alleanza “anomala”, solo siciliana, Fini ne è stato insieme alla classe dirigente siciliana di An, uno dei principali ispiratori (e parlo dell’Udc, che grazie anche a questo ha visto scattare il quorum al senato proprio in sicilia, tanto per capirci).

Dove stanno, in tutto questo, il radicamento sociale, territoriale e il progetto politico? Il problema  non poteva e non può essere solo di ingegneria coalizionale, ma riguarda e doveva riguardare l’identità di una forza politica e i valori che la caratterizzano. Perché non ci può mai essere una forza politica senza un progetto politico alle spalle.

E sta tutta qua la sfida per Gianfranco Fini e per gli uomini di An. Se vorranno continuare ad essere protagonisti della vita politica, dovranno riuscire a dimostrare e rappresentare un qualche grado di credibilità e di utilità agli occhi degli italiani, spiegando, se lo hanno, in modo inequivocabile il loro progetto politico all’interno della coalizione.

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1 Commento »

  1. rino scrive

    25 aprile 2008 @ 11:47

    Ben vengano riflessioni di questa portata, che meritano attenzione e tempo di approfondimento. La destra italiana, nelle sue articolate recenti e passate enucleazioni, ha avuto sostanzialmente due direzioni di marcia: una orientata prevalentemente ad una revisione ed attualizzazione del messaggio culturale che dall’ottocento attraversando il fascismo ha condotto alla democrazia cristiana ed oggi al PDL, ed un’altra, prima per obiettivi affettivi e poi solo strumentali, ha ripescato nel nostalgismo quell’armamentario utile a fornire argomenti a chi non ne ha. Non mi attarderò sulla seconda ipotesi perchè la trovo, allo stato attuale, del tutto vuota di onestà intellettuale.
    Invece mi rivolgo a chi ha vissuto le dinamiche degli ultimi tempi con il “giusto” disincanto ed ha avuto modo di percepire come la cultura diffusa, intrisa di liquidità e di sfide, abbia dato la stura, oggi, per un ulteriore passaggio: chi vive, anche per mera intelligenza, questo fronte deve misurarsi, trovandone il coraggio, con un contesto la cui riformabilità non presenta più le coordinate di 5 anni fà. Sicché se oggi apppare forte il messaggio secondo cui vanno combattute tutte le mafie tutte le caste é tuttavia ancora difficile prendere coscienza e concepire quali contenuti dare a questo nuovo riformismo che più che alle “tecniche di controllo elettorale” della politica deve dare senso, con valori chiari (vedi l’ultimo libro di Tremonti) ed orizzonti certi, attraverso la rinascita di una visione statale più aderente ai tempi ovvero più dinamica nel cogliere che l’orizzonte europeo appare forse piccolo e forse non del tutto aderente ed idoneo a superare gli ostacoli storici del momento (una globalizzazione subita). Insomma le criticità presenti oggi vanno guardate ed analizzate senza gli occhiali ed i filtri culturali dell’altro ieri … ossia consapevoli del fatto che oggi dobbiamo vivere senza paracadute e dobbiamo ritrovare il coraggio delle scelte, giacché non si può più galleggiare e temporeggiare.

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