Stretto di Messina s.p.a.
Addio alla “Stretto di Messina Spa”. Anzi no, arrivederci. Situazione confusa ma, trattandosi di una società che rivolge il suo sguardo alla Sicilia, una certa quantità di gattopardismo è quasi d’obbligo: accontenta gli amanti del folklore, diffusi assai anche in Parlamento.
La storia è questa: la maggioranza, dopo un’apposita riunione, ha presentato in Senato 12 emendamenti condivisi alla Finanziaria – quelli che portano la firma del relatore Natale Ripamonti – e, tra questi, compare anche la liquidazione della società pubblica “Stretto di Messina Spa” a partire dal marzo 2008.
Sembrerebbe tutto a posto. Di più, un provvedimento di buon senso visto che governo e Parlamento hanno stabilito da tempo che il ponte non è opera prioritaria. Purtroppo non è così: il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro infatti, che è titolare della materia, non è affatto convinto di questa decisione.
“E un falso problema, innanzi tutto la Stretto di Messina dipende dall’Anas, che la controlla al 100 per cento, e poi, pur potendo intervenire, dobbiamo pensarci due volte perché ci sono contratti in essere”.
Di Pietro si riferisce al pasticcio combinato dal centrosinistra l’anno scorso: da una parte venne deciso di rinunciare al Ponte, dall’altra però si lasciò in vita la società consentendole addirittura di fare investimenti all’estero. Come ha rivelato Il Sole 24 Ore, ad oggi la “Stretto di Messina” è partner di un’associazione di imprese in Albania (per la costruzione della strada Levan-Tepelene) ed è impegnata in gare in Serbia e Algeria.
C’è poi il contenzioso aperto con Impregilo, general contractor del ponte, che vuole un sostanzioso risarcimento per il blocco dell’opera. Questioni, secondo l’emendamento dell’Unione, che vanno risolte con un decreto, mentre alla ricollocazione del personale – oltre 100 persone – ci dovrebbe pensare proprio Di Pietro. A questo va aggiunto il fatto che la società guidata da Pietro Ciucci che è pure presidente dell’Anas – continua dal 2003 a veder aumentare i propri costi, che ad oggi ammontano a 21 milioni di euro l’anno. Decisamente troppo per una struttura che non ha più una ragion d’essere.
La soluzione individuata dalle Infrastrutture è lineare: fermare la liquidazione della “Stretto di Messina” fino alla fine delle attività già avviate, svuotandola però gradualmente di personale e investimenti. Per questo, a quanto pare, è in preparazione un contro-emendamento governativo da presentare alla Camera.
Risultato: la società, almeno per il momento, resta in vita. Tutto molto confuso, certo, ma non e una novità per quanto riguarda il ponte sullo Stretto: basta citare il caso del miliardo e mezzo di euro di fondi Fintecna che, invece che il Ponte, nel 2006 avrebbero dovuto finanziare strade e ferrovie in Sicilia e Calabria. Dopo oltre un anno, ancora nulla di fatto: l’accordo di massima tra governo e regioni per la spartizione della cifra è di due settimane fa. Ora basta armarsi di pazienza ed attendere i decreti attuativi. Per i cantieri si vedrà.
[Marco Palombi - L'Indipendente]
















