Il sindacato confessore

di Pietro Ichino

Imprenditore, hai peccato contro il diritto del lavoro? Hai finto che i tuoi dipendenti fossero “autonomi“, o “a progetto“, o addirittura li hai tenuti “in nero“, perché ti costassero molto meno? Ora vai a confessarti; constatato il tuo ravvedimento sincero e operoso, il confessore abilitato ti condonerà per intero le sanzioni e addirittura ti farà uno sconto per i contributi previdenziali omessi in passato: te ne sarà abbuonata metà se hai simulato il lavoro autonomo, un terzo se hai evaso totalmente; forse riuscirai persino a ottenere qualche sconto sui trattamenti futuri; vai e non peccare mai più.

Questo dicono in sostanza, al di là di qualche eufemismo e di molti tecnicismi ermetici, gli articoli 177 e 178 del progetto di Finanziaria. Ancora un condono, dunque, nonostante tutti i proclami contrari dei mesi scorsi. E questo lascia un pò l’amaro in bocca; soprattutto a quegli imprenditori che, invece, la legge l’hanno sempre rispettata.

Qui, però, a dire il vero, la politica del padre misericordioso verso il figliuol prodigo non sarebbe sbagliata: il recupero alla legalità di vaste zone di lavoro irregolare richiede non solo un grande rigore contro i renitenti (di cui al ministro del Lavoro Damiano si può, certo, far credito), ma anche molta comprensione e gradualità verso chi si ravvede; altrimenti, il rischio è che l’aumento brusco dei costi causi la perdita di centinaia di migliaia di occupati.

Una perplessità grave sorge semmai là dove la norma individua il confessore abilitato a ricevere l’imprenditore pentito, a concordare con lui i termini del ravvedimento, a graziarlo delle sanzioni per il peccato commesso e persino a negoziare una riduzione del suo debito contributivo, in deroga a norme altrimenti inderogabili.

Il progetto di Finanziaria usa a questo proposito una formula un pò barocca, tratta dal più puro legal-sindacalese: il ravvedimento, con i benefici che ne conseguono, deve essere negoziato “con le organizzazioni sindacali aderenti alle associazioni nazionali comparativamente maggiormente rappresentative”; ma per gli addetti ai lavori l’espressione è chiarissima: vuol dire Cgil, Cisl e Uil.

Un primo grave dubbio, qui, concerne l’ammissibilità costituzionale di un condono di sanzioni pubbliche condizionato all’accordo con soggetti privati, quali sono i sindacati (basti pensare al rischio dell’accordo simoniaco: il rischio, cioè, che il confessore subordini il condono al pagamento di una congrua decima alla parrocchia).

Ma la perplessità maggiore riguarda il consolidarsi, con una norma come questa, di un sistema di relazioni sindacali non veramente pluralista: un sistema nel quale nessuna scelta incisiva può essere compiuta se non unitariamente dalle tre confederazioni maggiori, e comunque solo da queste. Anche perché ci sono molti buoni motivi per ritenere che una parte rilevante di responsabilità per la diffusione del lavoro irregolare, soprattutto nel Mezzogiorno, vada imputata proprio alla strategia fin qui sostenuta con maggior forza dalla Cgil, ferreamente contraria a qualsiasi adattamento territoriale degli standard nazionali di trattamento. Fino a oggi Cisl e Uil, con maggiore o minore convinzione, hanno di fatto sempre seguito la Cgil su questo terreno, anche perché non possono fare diversamente.

[Corriere della Sera del 31 ottobre 2006]

Dopo le provocazioni a raffica sui dipendenti nullafacenti, lucido attacco di Ichino alla creazione, “concertata” con i Cgil, Cisl e Uil, della nuova figura del “confessore abilitato” e ai condoni mascherati in finanziaria da parte di questo governo, che per bocca di tutti i suoi maggiori rappresentanti non aveva fatto altro che denunciare l’immoralità di quelli targati Tremonti.

“Con l’Ulivo al Governo mai più condoni”. In questo caso, a quanto pare, il ravvedimento è morale, con tanto di “confessore” autorizzato!

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