I figli dei manga: colonnelli siete vecchi

da Panorama del 20 Luglio 2006

di Alberto Castelvecchi

Dentro Alleanza Nazionale non c’è una disponibiltà al rinnovamento culturale e al ricambio generazionale. Mentre i giovani dell’area sono flessibili e immersi in processi fluidi.

“I politici pensano che i giovani intellettuali servano a due cose: fare il simpatico rompiscatole oppure il portatore d’acqua al mulino del partito”.
Angelo Mellone, 32 anni, scrive per il Giornale ed è uno dei tre (con Federico Eichberg e Gennaro San Giuliano) che hanno steso le tesi programmatiche per il Congresso di An nel 2002 a Bologna. “Ma la cultura e il politico sono campi distinti e soprattutto autonomi. Noi facciamo ricerca, non ci interessa stare al libro paga per il gusto di sentirci contigui al trono”.
MelloneCon il suo libro “Dì qualcosa di destra” (Marsilio, 2006) Mellone è venuto alla scoperta, mostrando in filigrana tutta una nuova generazione under 40 di scrittori, saggisti, ricercatori universitari che stanno oggi commpletamente modificando il rapporto tra giovani, destra e cultura.

Ma i colonnelli ormai cinquantenni non ascoltano, questa è l’accusa dei coetanei di Mellone, tra cui Luigi Di Gregorio, politologo che insegna alla Luiss. Perchè non c’è nel partito di An una disponibilità al rinnovamento culturale e, in definitiva, al ricambio generazionale.

Loro lavorano e lavorano sodo. Organizzano convegni e dibattiti, collaborano a programmi radiotelevisivi e giornali con un arco che va dalla rivista mensile Area, al Giornale, da Libero al Riformista, al Foglio. Aperti alla contaminazone e al confronto, sono nipoti di Ezra Pound e di Giovanni Gentile, ma figli dei manga, del cyberpunk e di internet.
Primo punto in gioco: l’identità non è cristallo duro e puro. I giovani della destra sono flessibili e si vedono immersi in processi fluidi, che continuamente disegnano i rapporti umani e le soluzioni di vita.
Se gli dici che per decenni le case editrici sono state a sinistra, e che la cultura a destra ha contato pochi nomi, rispondono che questo non è un limite ma un’opportunità.
Hanno scavallato il confine del millennio gioiosamente, vogliono parlare con i coetanei della sinistra, c’è addirittura chi, come il trentenne Michele De Feudis, ha organizzato incontri all’Università di Bari per discutere con i giovani di Rifondazione di economia, miti, globalizzazione:”Noi, per esempio, il discorso sull’usura di Ezra Pound lo caliamo nella nostra realtà quotidiana, qui a Bari. La politica vuol dire buona amministrazione d’accordo. Ma poi la Presidenza della Regione Puglia se l’è presa un politico poeta come Nichi vendola. E’ di questo tipo di immaginazione trasversale che avrebbe bisogno anche la nostra proprosta politica”.
I giovani destri leggono Antonio Gramsci e Che Guevara, non hanno il mito del Ventennio, semmai l’urgenza di vivere creativamente i prossimi vent’anni. Non hanno il culto di Benito Mussolini come conservazione, perchè a loro del fascismo interessano gli aspetti di modernizzazione, da Fiume al Futurismo, dal design all’architettura. “Non si può stare ripiegati sul passatismo, sui miti esoterici del guerriero senza sonno, tutto contento di abbeverarsi alla fonte della sconfitta. Noi non ci sentiamo perdenti. E soprattutto io non mi devo scusare di nulla. Chiedere conto a me delle leggi razziali di Mussolini è come chiedere conto a Nunzio D’Erme dei crimini di Stalin” continua Mellone.
E sei fai domande banali, del tipo “ma voi siete fascisti?“, alzano gli occhi al cielo: il problema spiegano, non è definirsi, ma è liberarsi dell’ossessione dell’antifascimso. Accettare che il periodo fascista, nelle sue contraddizioni, è stato uno dei momenti di affermazione della modernità in un paese arretrato come era l’Italia degli anni Venti.
E oggi? Riferimenti mitici sono il raduno del Campo Hobbit, di cui ricorrono trenat’anni, e il primo centro sociale della nuova destra, la Comunità di Busto Arsizio, che osò proporsi nel 1989 a tutti i cittadini come spazio aperto per musica, dibattiti, cultura.
Tra gli altri la fondò Luca Pesenti, 37 anni, sociologo all’Università Cattolica, che fa parte, Ansalonecon Andrea Ansaloni (nel gruppo di Forza Italia alla Regione Lombardia) e Federico Eichberg, raffinato geopolitico ben intridotto in ambienti vaticani che contano, della consistente diaspora cattolica di giovani di provenienza neofascista.
Oggi è con Comunione e Liberazione (è uno dei ghost writer di Roberto Formigoni) e ha pubblicato un’antologia di scritti teo-con. La ragione e il desiderio (per Marietti). Dice: “Da Busto Arsizio la destra giovanile cominciò a cambiare. Il rischio oggi è che a quel lavoro manchi una base di opere sul territorio. Le nuove occupazioni della destra sono interessanti, ma la loro idea di comunità rischia di rimanere troppo chiusa“.
Aggiunge Salvatore Santangelo, 30 anni, abruzzese, che sta in Azione Giovani e scrive di globalizzazione (Frammenti di un mondo globale, editore Pagine Nuove Idee): “Pensavamo che il territorio fosse superato dalla realtà virtuale, e invece si ripropone. Pensavamo che lo stato e la politica fossero superati dalla globalizzazione e dalla finanza, e ci accorgiamo che l’unico soggetto in grado di evitare la disgregazione sociale e di rappresentare interessi collettivi è proprio lo stato nazionale. Altrimenti ci tribalizziamo“.
E un altro trentenne, lo storico medievista Alessandro Sansoni, da Napoli: “Il lavoro nella cultura può essere preziosissimo per la politica, che invece va alle scadenze come semplice rastrellamento di consenso elettorale. In questo la sinistra di Veltroni e Bassolino è stata molto più lungimirante”.
Insomma, la nuova destra intellettuale non ce l’ha con Gianfranco Fini, ma dice che il capo è circondato da gente che ha fatto il suo tempo. I colonnelli sono avvertiti.

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