Finirebbe in manicomio

Il nostro sistema istituzionale? Parodia delle vecchie monarchie di Piero Ostellino

Non siamo inglesi. Ma ciò non giustifica il balletto – maggioranza, opposizione, Presidenza della Repubblica – che, da noi, va in scena ogni volta che si profila una crisi di governo. Né assolve i media che fanno il tifo per le parti in conflitto e tirano il presidente della Repubblica per la giacca, fingendo di difenderne ovvero di discuterne le prerogative. Le istituzioni fanno acqua da tutte le parti. Se non le si adegua allo «spirito del tempo» la macchina dello Stato va fuori giri.

L’articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non spetta agli eletti dal popolo, che ne hanno solo l’esercizio, porre limiti alla sovranità popolare. Che non deve trovare nelle procedure un ostacolo, bensì la propria piena realizzazione. Il soggetto è la sovranità, non sono le forme e i limiti nei quali il popolo la esercita. È quanto aveva presente Costantino Mortati – il grande costituzionalista che aveva messo in bella calligrafia una Carta pasticciata – quando parlava di prassi (ciò che noi, oggi, chiamiamo impropriamente «Costituzione materiale»). Che egli non intendeva in contrapposizione alla «Costituzione formale», ma a sua integrazione.

Di fronte a certe insinuazioni, il presidente della Repubblica si è risentito e ha invitato gli esponenti del Popolo della libertà che le avevano formulate a metterlo formalmente sotto accusa se credono davvero che egli tradisca la Costituzione. Ma Giorgio Napolitano non la tradisce. Anzi, vi si attiene in modo esemplare. Il guaio è che, così, egli perpetua, suo malgrado, gli equivoci e alimenta i sospetti. Il nostro sistema istituzionale è una parodia delle monarchie costituzionali dell’Ottocento, quando il re aveva l’ultima parola e la democrazia rappresentativa faceva i primi passi. La parte del re la fa il presidente della Repubblica in un contesto politico che non è lo stesso in cui operava la monarchia. Ma le sue «prerogative», in quanto tali, finiscono con avere persino un margine di discrezionalità più ampio dei «poteri» codificati del sovrano.

Innanzi tutto, il re era ritenuto «sopra le parti», anche se, poi, non lo era affatto. Non è così per il presidente della Repubblica. Per il solo fatto di essere appartenuto a una parte politica, che lo ha indicato e votato, egli è inevitabilmente percepito come «uomo di parte». Del resto, di parte, e non di rado, lo sono stati – più o meno esplicitamente tutti gli inquilini del Quirinale. In secondo luogo, la sua stessa funzione di «filtro» del processo legislativo che esercita rimandando alle Camere i progetti di leggi per vizio di costituzionalità – finisce con essere percepita, più che una garanzia, un’indebita interferenza nell’attività del governo e sull’indipendenza dello stesso Parlamento.

In Inghilterra, nessuno potrebbe insinuare che la regina congiuri contro il primo ministro in carica. La Corona – a differenza del nostro presidente della Repubblica – non mette naso nelle leggi che il primo ministro le porta a firmare. Tanto meno va alla ricerca, in Parlamento, di un’altra maggioranza – se il primo ministro ha perso la sua – perché l’ipotesi di un governo non eletto dal popolo non è neppure prevedibile. A fondamento della democrazia rappresentativa, e liberale, inglese c’è la sovranità popolare espressa dal voto. E il primo ministro – nel pieno possesso di poteri che gli derivano dall’essere stato eletto – che decide di verificare se nel Paese gode ancora del consenso che ha perso in Parlamento, di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Chi, da noi, ha proposto un siffatto sistema istituzionale è stato tacciato di fascismo dai custodi della (ben scarsa) sacralità istituzionale.

I giornali fiancheggiatori del centrosinistra che teme di perderle – sono contro eventuali elezioni anticipate e a favore della nascita di una maggioranza parlamentare alternativa a quella uscita dalle urne. Peccato che dello stesso avviso non siano quando in gioco è un governo diverso, ad essi più gradito. Dicono che il sistema parlamentare puro, senza vincolo di mandato, sarebbe una garanzia per l’indipendenza dei parlamentari rispetto alle oligarchie dei partiti. Peccato che la realtà sia opposta. L’articolo 67 della Costituzione – «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» esautora il popolo della sua sovranità, in quanto ne affida l’esercizio alla discrezionalità dei suoi rappresentanti, conferendo istituzionalmente un carattere elitario, oligarchico, trasformista e autoritario alla democrazia rappresentativa così intesa.

Nei sistemi istituzionali anglosassoni, chi presiede i lavori di un ramo del Parlamento è lo Speaker. Il suo è un «lavoro» – his o her job, si dice della sua funzione – che consiste nel dare la parola a chi la chiede. È del tutto impensabile che si metta in concorrenza con il primo ministro, costituisca un proprio gruppo parlamentare distinto e promuova «politiche» diverse da quelle del governo. Se lo Speaker della Camera dei Comuni inglese lo facesse, nessuno ne chiederebbe le dimissioni. Finirebbe in manicomio. Da noi, il presidente della Camera è stato espulso dal suo partito – per dissidi interni col leader massimo – che ora ne chiede le dimissioni non sapendo, peraltro, come giungervi perché il sistema, non contemplando tale eventualità, non ne prevede neppure la procedura.

A difendere il sistema istituzionale vigente sono rimasti gli epigoni di oligarchie politiche e sociali fondamentalmente ostili alla democrazia liberale. Gente convinta che la democrazia non debba essere «il governo del popolo» – ancorché esercitato dai suoi rappresentanti – ma la Repubblica dei filosofi di Platone, lo Stato etico di Hegel, la «volontà generale» di Rousseau, l’«avanguardia del proletariato» marxista-leninista. È la Reazione, malattia senile del progressismo. Avevo sempre pensato che il (solo) modo di cambiare i governanti senza spargimento di sangue fossero, in democrazia, le libere elezioni. Ma pare che molti non la pensino così. I miei lettori di sinistra – che mi hanno scritto, contestando il mio articolo di fondo in difesa della sovranità popolare – vogliono cacciare Berlusconi, ma aggiungono anche di non voler votare. Contano, se cade il governo, che il presidente della Repubblica non indica nuove elezioni e confidano nelle «manovre» parlamentari dell’opposizione. Un singolare caso, di abdicazione alla propria sovranità! Mi chiedo se, di questo passo, non arriveranno a volere l’abolizione delle elezioni quando ci fosse la prospettiva che a vincerle siano «gli altri». Personalmente, del destino elettorale tanto del Cavaliere quanto dei suoi avversari non me ne può importare di meno, perché non voto da secoli. Ma, a questo punto, sono preoccupato per il futuro del Paese.

Da “Il Corriere della Sera” di lunedì 23 agosto 2010

Variazioni sul tema.

Le due consultazioni referendarie sono l’unico richiamo alla sovranità del popolo che abbia veramente senso

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Ha ragione lui

Le uniche parole di buonsenso – nella sostanza, non nella forma – sono arrivate da quel signore rozzo, matto, furbo, ipocrita e scaltro che si chiama Umberto Bossi. L’ha detta lui la verità su questo tormentone estivo: Berlusconi tentenna e per la prima volta sembra non capire. Non capisce che il paese che l’ha votato e sostenuto non è il paese degli editoriali in prima pagina sul Corriere o delle anime belle di Capalbio ed Ansedonia. E’ un paese molto più spiccio e molto più serio. Che non vuole bizantinismi e che l’ha mandato lì per governare. Se non può farlo, torni a casa. E si faccia dare un altro mandato. Giudicheranno i cittadini se non ha governato per demeriti suoi o per democristianissimi motivi altrui.

via Freedomland » Ha ragione Bossi.

Grandinate

Il bestiario di Giampaolo Pansa sui “servi”. Il vizietto antico del “servo del padrone”. Non la pensi come me? Sei un servo.

Ormai i “servi di” grandinano tutti i giorni sulle teste dei refrattari

p.s.: Dedicato ai vari commentatori censurati (eh sì sono una violenta e antidemocratica fascista) che così mi appellano graziosamente e ripetutamente (più in uso schiavi e mafiosi senza virgolette, non trascurato vermi). Quando non si esercitano anonimamente e con variegati nick – come è loro consuetudine – sulle mie abitudini sessuali.

Il tutto accompagnato da poliedriche variazioni sul tema, con email che vanno dal pippo@pippo.it al sietedeipoveretti@tutti.it.

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Battesimi

A proposito del battesimo fulmineo e simultaneo dei nuovi squadristi da parte di Corriere e Stampa. Ultimi nati di quest’agosto del 2010.

update: avevo trascurato “i ricordi più che sinistri” del Riformista.

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Chiarezza chirurgica

Le reazioni negative alle decisioni prese dalla Fiat sono tantissime e maggioritarie, come dice lo stesso Oscar Giannino, la sua è una delle poche controcorrente.

La Fiat a Melfi ha ragione, chi l’accusa no.

Come purtroppo c’era da attendersi, la FIOM-Cgil si è attestata su una linea durissima a Melfi. I tre attivisti sindacali che erano stati licenziati dall’azienda per danni indebiti alla produzione durante lo sciopero dello scorso 7 luglio, sono stai reintegrati dal giudice del lavoro e ieri l’avvocato del sindacato li ha riaccompagnati in azienda, pretendendo che venissero riassegnati alle funzioni produttive. Ma l’azienda aveva chiarito in precedenza che, pendente il ricorso e partita anche l’azione penale per danni nei loro confronti, la riassegnazione sarebbe stata rifiutata. La giornata si è chiusa con l’annuncio di un’azione penale anche da parte dei lavoratori e del sindacato contro la Fiat, oltre che con un nuovo passo verso il giudice del lavoro, a cui si chiederà in dettaglio di circostanziare tutto ciò a cui l’azienda sarà obbligata dal giudice. Nei commenti, prevale la condanna alla Fiat. Anche sul Corriere della sera. Io dico che sbaglia, chi la pensa così. E lo penso ragionando, non per cercare dannose prove di forza. Prevale la condanmna alla Fiat non solo da parte di chi, come la sinistra antagonista e naturalmente la Cgil, si oppone apertamente alla svolta di produttività iniziata con l’accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l’accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l’azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale. Anche da parte di molti che pure sono comprensivi verso le richieste Fiat, è stato espressa una aperta delusione perché l’azienda starebbe cadendo in una sorta di trappola. Tirando troppo la corda, farebbe il gioco preferito da chi si oppone per principio. Mettendo in difficoltà chi invece intende assecondare la svolta, ma senza per questi passare come indifferente o addirittura nemico dei diritti dei lavoratori.

Penso che questo atteggiamento sia anche comprensibile, in un Paese che da sempre è abituato a pensare che le innovazioni si fanno solo molto, ma molto gradualmente. E anzi, più sono importanti e delicate, più devono essere graduali. Figuriamoci quando poi si tratta della prima azienda manifatturiera italiana, di un contratto simbolo per definizione, come quello dei metalmeccanici, e del sacrosanto diritto di sciopero. Penso però che questo atteggiamento sia semplicemente sbagliato. Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora. Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero, che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell’azienda, ma la Fiat doveva comunque far finta di niente – come si è letto ieri sul Corriere della sera – a mio giudizio rischia di accrescere solo la confusione.

Si ha come l’impressione che in Italia ancora pochi abbiano capito la portata vera di questa sfida. Sommando il fatturato 2010 atteso di Fiat auto – 27,7 miliardi di euro – e di Chrysler – 20,1 miliardi di dollari, il gruppo torinese si colloca oggi stesso nel mondo subito dopo i 61 miliardi di euro di Volskwagen, i 64,6 miliardi di dollari di General Motors, i 59 miliardi di dollari di Ford. Fiat si piazza d’autorità al quarto posto nel mondo, alla pari con i 46 miliardi di euro di Mercedes, staccando di parecchie misure BMW e Peugeot sotto i 30 miliardi, e Renault che starà sotto i 20.

E’ una competizione durissima, se pensiamo a quanto i tedeschi siano al momento più avanti di tutti, in Cina. Se vogliamo difendere l’auto italiana, non c’è alternativa. Su questo John Elkann e Sergio Marchionne hanno ragione. Bisogna che sindacato e politica si mettano in condizione di capire che o si abbraccia ora e subito la via della nuova produttività e delle nuove relazioni industriali, oppure semplicemente il treno è perduto. I magistrati del lavoro a quel punto potranno anche reintegrare tutti i lavoratori che scambiano il legittimo diritto di sciopero con l’illegittimo procurato danno, ma non sarà questa via a difendere l’auto italiana nella competizione mondiale. Né si è visto mai uno stabilimento che resta aperto a dare lavoro oggi e domani perché lo ordina un magistrato, se quello stabilimento non ha più margini di utile e competitività.

E’ verissimo che, nei passaggi più delicati e decisivi, gli attori di grandi scelte devono attentamente misurare toni e decisioni. La realizzazione di quella grande svolta nazionale che riguarda non solo Fiat, ma l’intera industria italiana per realizzare quel salto in avanti reso possibile dall’accordo del 2009 e dalla detassazione del salario di produttività, chiede a tutti una grande responsabilità. Lo chiede alle aziende e al sindacato, come alla politica. Ma richiede anche una chiarezza oserei dire quasi chirurgica. In Italia nessuno ha chiesto di accettare, per difendere l’occupazione, i 14 dollari l’ora per i giovani che pure il sindacato americano ha accettato. Né tanto meno è stato chiesto di lavorare una settimana in più l’anno a parità di salario, come ottennero Volskwagen e Siemens e molte imprese tedesche alcuni anni fa, la svolta che le fa oggi così forti. A maggior ragione, è pura miopia autolesionista accusare di fascismo aziendale chi si è messo in condizione di contare di più nel mondo lavorando di più, ma anche pagando di più i lavoratori che lo accettano.

via CHICAGO BLOG » La Fiat a Melfi ha ragione, chi l’accusa no.

Qui il Foglio: Cosa c’è dietro il muso duro di Marchionne a Melfi e sul Sole Tre operai non sono gli operai.

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Che bella soddisfazione

Cous cous su Italia Oggi.

Stavolta chissà… Capito mi hai?

E qui la risposta all’interrogativo finale.

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Preconizzatori ed evoluzioni

L’ultima di Bocchino: vuole “salvare” Berlusconi. Da Bossi e Tremonti.

E intanto l’altro evoluzionista preconizzatore, lasciato cadere momentaneamente il governo di garanzia a guida Pisanu fatta pochi giorni fa da uno dei suoi amici, lancia l’altra proposta finale, Martino al governo. Perché? Ovvio, loro non hanno intenzione di consegnare: «il paese all’asse Bossi-Tremonti».

Mentre per Giorgio Merlo, Pd, vice presidente della Vigilanza Rai: “Gli scenari politici che disegnano Bocchino e Granata sono divertenti perché ogni giorno cambiano e quindi sono in continua evoluzione”. “Oggi abbiamo appreso che sarebbe auspicabile una sorta di governo ammucchiata che vedrebbe anche la presenza dei moderati ‘delusi’ del Pd. E’ una tesi curiosa e simpatica. Restiamo in attesa del prossimo scenario politico previsto, secondo copione, per domani sera”, conclude Merlo. Anche da quelle parti hanno iniziato a notare la continua e a questo punto solo comica evoluzione futurista.

Qui invece siamo ai presagi.

Perché, preconizza Bocchino…

p.s.: il tempo è sempre galantuomo…

update: E dopo le “provocazioni” la nota congiunta di dissociazione del portavoce ufficiale arrivò anche questa volta. Intanto da sottolineare che secondo qualcuno ieri abbiamo assististo al “contrattacco” dei finiani. E che qualche altro (o lo stesso?) rientrato dalla meritate vacanze, torna subito in campo a supporto del teorema repubblicones-finiano, con ulteriore e prontissimo restroscena. Il vero problema è ovviamente “l’incubo Tremonti“. D’altronde l’aveva detto chiaro il capogruppo nel contrattacco di ieri in cui auspicava un nuovo governo «con un profilo alto e riformatore e una maggioranza più ampia: oltre a Pdl e Lega, anche Fini, Casini, Rutelli» e, già che c’era, pure i «moderati del Pd ormai delusi».

«Non consegneremo il paese all’asse Bossi-Tremonti».

Qui ennesima smentita dei tanti virgolettati odierni su Tremonti e Bossi. Provocazione che tanto per cambiare, oggi nei titoli del Corriere, diventa a tutta prima I finiani vogliono l’Udc al governo e all’interno invece “Finiani al governo con Pdl, Udc e altri moderati”, facendo magicamente sparire la provocazione che tanto successo e reazioni positive aveva ricevuto, soprattutto da parte di tutti quei moderati del Pd ormai delusi. Rendere più soft nei titoli la provocazione (o contrattaco che dir si voglia) nelle intenzioni di Via Solferino potrebbe servire forse a “tranquillizzare” i lettori moderati?

Qui invece l’altro fronte aperto tempestivamente nel contrattacco dai finiani. O solo riaperto? Era l’aprile del 2009 e ci preparavamo alle europee, quando la politologa per antonomasia del gruppo trattò meno rozzamente l’argomento: e fu l’inizio della movida sotto le insegne del presidente della Camera.

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Ma ecco, c’è anche quella

Il teologo-commercialista, ultima novità del moralismo italiano

Il teologo-commercialista, ultima novità del moralismo italiano Alice era piena di fantasia, esplorava mondi, voleva l’impossibile e lo trovava nel nonsense; in quel Paese delle Meraviglie che è per lui la militanza etico-politica, abbracciata di fresco con la collaborazione a Repubblica, Vito Mancuso è diventato un contabile della propria coscienza, che misura e quantifica sul piano morale con il tassametro fiscale della Mondadori. Già che c’è contabilizza anche le coscienze degli altri, da Citati a Scalfari, comprendendoli in un appello obliquo a rivoltarsi contro un editore che dice di amare, in nome della battaglia contro un politico che non dice mai di odiare, ma legittimamente detesta.

Spero che Citati o altri, una volta registrati nella partita doppia dell’etica ragionieristica mancusiana, vogliano spiegare al volenteroso tributarista e teologo dove sta non si dica la sapienza del mondo, ma almeno il common sense, amico del nonsense e dell’ironia e inimicissimo dei sillogismi sghembi e dei paralogismi morali considerati in tutta la loro tetraggine. Uno può certo disfarsi di un editore perché regola a modo suo una vecchia partita fiscale, approfittando di uno dei milioni di conflitti di interessi che sono il sale del mercato, del credito bancario, dell’industria manifatturiera, del mondo cooperativo: ma è sicuro Mancuso di ritrovarsi un’anima amministrativamente impeccabile nell’Università per cui lavora, capoluogo morale di un vasto sistema commerciale e sanitario il cui scopo precipuo è far vivere 120 anni almeno Berlusconi, il premier mandato all’Italia dalla Provvidenza secondo il datore di lavoro universitario del professor Mancuso, il sempre da lodare don Verzè?

Possibile che un uomo così intelligente, e buon scrittore, non capisca gli elementi fondamentali, di un’etica che intenda essere credibile, dunque universale come i suoi imperativi? Ma su un altro piano nemmeno sospetti del fatto che, come diceva Hume, “le regole della morale non sono le conclusioni della nostra ragione”? Uno scrittore può ben porsi un aut aut, ma deve stare attento a farlo valere sempre, deve essere sicuro che il suo giudizio di coscienza non vale in un caso per poi restare sehza effetti in un altro caso contiguo. Gli intellettuali, i professori, i pubblicisti non sono monaci, non hanno un microcosmo da coltivare con le mani del corpo e dello spirito, hanno davanti a sé il mondo reale, ci vivono e lo migliorano quando riescano a definire un’adesione alla norma estetica e morale, pratica e di ragione, con gli strumenti loro propri: il pensiero, la scrittura, la diffusione e circolazione delle idee. Il teologo-commercialista è una figura assolutamente nuova nel panorama morale italiano, ma ecco, c’è anche quella.

Mancuso si domandi che cosa facciano nella vita coloro che si occupano di far tornare i bilanci, di difendere le aziende dall’invadenza flscale dello stato, di negoziare diritti e doveri del contribuente e applicare al meglio le leggi e le altre norme pubbliche. E vedrà che fanno il loro sporco mestiere, come il teologo che si occupa dell’anima e dei novissimi, come lo scrittore o il critico, l’attore e il musicista e il pittore. Gli italiani, secondo gli ultimi dati, sono quelli che pagano più tasse al mondo. La società è figura complessa, non riducibile alle pulsioni di giustizia di un’anima in equivoca pena. Che dovrebbe, per corripondere ai propri istinti settari, isolarsi dal mondo sedendo su un trespolo o cercandosi una grotta, ché il mondo reale è tutto un po’ sporco e bisognoso di redenzione, mica la sola Mondadori.

E’ Giuliano Ferrara che commenta l’uscita del teologo prof. Vito Mancuso. Qui i suoi due interventi su Repubblica.

Si due, perché “Le parole della Mondadori non sono bastate a Vito Mancuso per dissipare il «caso di coscienza» che lo arrovella da quando ha saputo i dettagli di quella che è stata ormai definita la «legge ad aziendam», la norma (di cui tutte le aziende nelle stesse condizioni possono beneficiare) che ha permesso al colosso di Segrate di sanare una controversia con il fisco lunga vent’anni pagando non i 350 milioni di euro reclamati, ma soltanto 8,6. Ieri, la casa editrice ha risposto con una lettera in cui viene contestata la ricostruzione fatta dal vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini, all’origine del «manifesto» di Mancuso pubblicato sabato”, scrive il Corriere della Sera. E Mancuso, continua Cristina Taglietti, ora “sembrerebbe a un passo dal lasciare la Mondadori, avendo, tra l’altro, già un incarico come direttore di collana per Fazi”.

All’elenco fatto dal prof. - invece si scrive qui – manca “forse per pudore, Carlo De Benedetti che quando smette i panni dell’editore (di Repubblica) e prende la penna, scrive articoli per il Sole 24 Ore e saggi proprio per Mondadori. Sia pure nella collana Strade Blu che, con il suo direttore Andrea Cane, gode di una sorta di extraterritorialità creativa a Segrate”.

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Balle

Le elezioni la norma e il Quirinale. Scrive Michele Ainis su La Stampa:

Balle: nel 2006 Prodi vinse con questa stessa legge elettorale, e quando due anni dopo inciampò in un voto di sfiducia nessuno s’appellò alla sovranità violata. Nessuno si strappò le vesti per il mandato esplorativo che Napolitano conferì a Marini. Dopo di che il Presidente sciolse il Parlamento, ma solo perché non aveva incontrato una maggioranza di ricambio.

Capisco che i costituzionalisti professori universitari hanno ben altro da fare, eppure bastava andarsi a rileggere le prime pagine di tutti i quotidiani italiani a partire dal 25 Gennaio del 2008 e ininterrottamente fino allo scioglimento della Camere, per rendersi conto che si stava scrivendo una balla colossale, grande come una casa.

Dalla Stampa (Silvio gongola: Subito alle urne) a l‘Unità (Berlusconi ripete subito alle urne. Veltroni: bisogna evitare il voto anticipato), dal Corriere al Messaggero (qui c’era anche il prossimo-futuro co-fondatore ad esprimersi: Berlusconi e Fini: al voto. Veltroni: Va evitato), da Repubblica (Berlusconi esulta: ora subito al voto e Veltroni bisogna evitare le elezioni ad ogni costo), dal Secolo d’Italia (An e Fi: alle urne) al Sole24ore (la Cdl chiede subito il voto) – e mi sono limitata in modo politicamente correttissimo ai grandi giornali liberi e democratici – per rinfrescarsi la memoria e scrivere correttamente chi allora come oggi, cerca in tutti i modi di evitarle le elezioni. E se il “nessuno” dell’esimio professore si riferisce al solo centrosinistra, è certo che non provarono neanche a strapparsi le vesti, allora come oggi cercarono in tutti i modi solo di evitarlo lo scioglimento della camere.

Qui invece una lunga analisi di Ilvo Diamanti, a commento dell’ennesimo sondaggio fantasy (non si sa ancora come saranno le coalizioni, se nascerà questo ipotetico terzo polo e dove Fini eventulamente andrà, insomma non si sa quasi nulla). Questa volta però gli studiosi si sono presi la briga di testare la possibile area di scontenti del federalismo, trasformandola in area potenziale di voti per Fini (magari con Lombardo e Miccichè). Quel 19% (14,9 negativi + 4.1% molto negativi) che a fronte di un 64,4% che lui stesso certifica di giudizi complessivamente positivi. Altro capolavoro che riesce a fare il professore e quello di analizzare inspiegabilmente il trend teorico, non con le politiche come sarebbe ovvio fare, ma con altro tipo di elezioni che niente hanno a che fare con le politiche, come le europee e le regionali. Chissà perché. Qui il pezzo di Repubblica: “Perché il Cavaliere deve temere le urne“. Da condividere però totalmente (a parte i sondaggi fantasy) nella parte in cui approfondisce alcuni dei punti e trova le 5 buone ragioni per cui dovrebbero essere proprio Berlusconi e il centrodestra a temere le urne.

Tuttavia, non comprendiamo i motivi per cui Berlusconi e il Pdl debbano augurarsi nuove elezioni, al più presto. Anzi, nell’attuale situazione, vediamo 5 buone ragioni per cui Berlusconi, secondo noi, dovrebbe semmai temere il voto. E lavorare, almeno, per allontanarne la data.

Finalmente qualcuno lo dice. Berlusconi e il centrodestra, finora, a parte la solfa dell’incontrastato dominio da 15 anni a questa parte che ci viene servita in tutte le salse, in realtà non ha mai rivinto un’elezione dopo aver governato. 1996 vinse il centrosinistra. 2006 idem. Oggi l’opposizione non potrebbe avere una situzione più favorevole. Pdl diviso, governo immobile, il cofondatore pronto a creare un nuovo partito. Eppure la coalizione all’opposizione fa tutto come, si diceva qui, “tranne la sola cosa a cui in qualunque sistema parlamentare si penserebbe subito, e cioè il ritorno alle urne. Ma in quale paese del mondo non avremmo oggi un’opposizione al settimo cielo?

Solo che l’approfondita riflessione lui la limita come è abitudine al solo “nemico pubblico numero uno (vorrrebbe convincerlo per il suo bene del pericolo che corre?) e al suo pericolosissimo alleato. Peccato che non si domandi o non abbia voglia, contestualmente, di dedicare alcun acuto ragionamento e qualche spassionato consiglio, dopo il positivo sondaggio, all’attuale opposizione, e non ci spieghi perché, secondo lui, in queste favorevolissime condizioni è proprio la coalizione (qui ben supportata) che avrebbe tutto da guadagnare da un rapido ritorno alle urne, che sembra temerle di più e – che in tutti i modi – sembra intenzionatissima ad evitarle.

update: Da leggere Piero Ostellino sul Corriere della Sera. Il nostro sistema istituzionale? Parodia delle vecchie monarchie. Sempre per il troppo impegnato prof. Ainis e i suoi “nessuno”. Così un Fassino pre-crisi governo Prodi il 6 maggio 2006 esponendo i quattro punti di un «manifesto presidenziale» che proponevano la candidatura al Quirinale come «presidente che svolga un ruolo di garanzia» di Massimo D’Alema e che intendevano «anticipare il modo con cui si propone di interpretare il proprio ruolo», enunciò il primo punto:

«L’assicurazione che se il governo Prodi dovesse entrare in crisi si tornerà a votare, in base al principio tipico delle democrazie dell’alternanza per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini».

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