Non saranno tollerati

Non saranno tollerati i blocchi stradali” ha tuonato oggi con fermezza la lady di ferro del Viminale Annamaria Cancellieri, parlando delle manifestazioni di protesta in corso nel Paese. “Fin dove si può – ha aggiunto il ministro – useremo tolleranza e dialogo, però bisogna anche tenere presenti i diritti dei cittadini“.

Il che, alla luce di quanto accaduto nei giorni scorsi in Sicilia, potrebbe significare almeno tre cose.

Uno, che il ministro Cancellieri ha avuto altro da fare. E semplicemente non lo sapeva che in Sicilia c’era un blocco stradale “a ogni punta cantoniera”.

Due, che in una settimana il ministro ha cambiato idea.

Tre, che i cittadini siciliani hanno un po’ meno diritti degli altri.

via Il risveglio del ministro

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La lobby delle lobby

Mentre le principali città italiane erano bloccate dai tassisti in sciopero, con i farmacisti e i notai in agitazione, la lobby delle lobby ha consumato in silenzio il suo nuovo colpaccio. Sto parlando ovviamente di Mediobanca e del trasferimento del controllo del gruppo FonSai a Unipol. Il rapporto incestuoso tra Mediobanca e Fondiaria è antico.

[...] Ben vengano le tanto attese (anche se troppo modeste) liberalizzazioni dei tassisti, dei farmacisti, e dei notai. Se l’Italia sta affondando, però, non è perché abbiamo due farmacie o tre taxi in meno. È perché i meccanismi di selezione della nostra classe dirigente sono distorti. Nel Far West privo di regole prevalevano i pistoleri più veloci, non i manager più capaci. Nell’Italia senza regole prevalgono i Gardini, i Ligresti, i… È l’incapacità di manager come questi a competere sui mercati internazionali che sta facendo affondare il nostro Paese. È ora che Consob, Agcom, e governo agiscano. Altrimenti hanno ragione i tassisti.

di Luigi Zingales – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/36EVA

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I prossimi mesi ci daranno qualche risposta

L’editoriale di Giuseppe De Rita sui “mutamenti sottotraccia”, pubblicato oggi sul Corriere. “L’Europa è fragilissima e l’Italia è sempre più eterodiretta” sostiene il Presidente del Censis.

[...] La seconda apparizione della dimensione tecnica nel governo del Paese avvenne nella tanto ricordata crisi del ’92-95 sotto la guida di protagonisti decisamente elitari (Amato e Ciampi, e poi Dini) che riuscirono a mettere al governo personaggi altrettanto elitari, da Savona a Maccanico a Guarino a Baratta, solo per fare gli esempi che tornano più facilmente alla memoria. Erano diversi dai «beneduciani» del dopoguerra, ma furono altrettanto decisi nell’affrontare le enormi difficoltà di quel periodo; ed altrettanto discreti (con la raffinatezza un po’ occulta dei normalisti pisani) rispetto alla dialettica politica. Ma specialmente essi si qualificarono giuocando la loro forza e il loro prestigio nel perseguire un disegno di futuro: far crescere il processo di unificazione europea (parametri di Maastricht e moneta unica compresi). Nessuno di loro però si rese conto che quel processo andava gestito sia nel governo dell’Europa, per ovviare al vuoto spinto degli organismi comunitari, sia nella gestione delle cose italiane per contrastare il vuoto altrettanto spinto della cosiddetta Seconda Repubblica e del berlusconismo.

È dal contemporaneo non-governo delle vicende europee e delle vicende italiane che nasce la crisi che attraversiamo da qualche mese, crisi che è insieme europea e italiana, quale che siano le reciproche attribuzioni di colpa. L’Europa è fragilissima e l’Italia è sempre più eterodiretta; ed allora ritorna alla ribalta la dimensione tecnica, con una terza stagione elitaria. La compagine è più eterogenea delle due precedenti l’aggettivazione «bocconiana» le sta stretta visto il peso di alcuni leader cattolici e di alcuni alti burocrati; ma il mandato è praticamente lo stesso: fronteggiare un potenziale disastro «salva Italia» e impostare un possibile futuro «cresci Italia».

Tale coincidenza, però, non permette di fare previsioni sul destino dell’attuale «terza élite». È possibile pensare che i suoi protagonisti, come fecero i «beneduciani», possano tornare nei riservati luoghi di potere da cui erano usciti; oppure che essi, come i protagonisti della seconda élite, vadano a presidiare luoghi di istituzionale prestigio; oppure che si trapiantino in qualcuna delle forze politiche e parlamentari oggi in via di ridisegno; o che diventino essi stessi, in forme oggi non prevedibili, una componente politica autonoma e competitiva.

Ognuna di queste ipotesi è verosimile, ma la loro attualizzazione dipende da due condizioni fondamentali: la consistenza dello spazio che i protagonisti politici concederanno alla terza élite; e la capacità di essa di restare una entità unitaria. Per la prima condizione, se da un lato si può constatare una dinamica delle forze partitiche molto più povera che sessanta o venti anni fa e quindi la possibilità che si possa creare uno spazio vuoto invitante e tentatore per chi nella terza élite voglia far politica; dall’altro lato è certo che un giorno o l’altro si ritroveranno in campo l’istinto e la voglia di sopravvivenza di una classe politica che può accettare una supplenza temporanea ma non una sostituzione di lungo periodo.

I prossimi mesi ci daranno qualche risposta, anche per la seconda condizione, quella relativa alle strategie della attuale compagine di governo, che è forte nella sua immagine di vertice in termini di serietà, competenza, ironia, determinazione ma potrebbe esprimere due debolezze sostanziali: la prima, e più profonda, sta nel fatto che essa non ha per ora espresso un traguardo futuro preciso nei contenuti e coinvolgente per l’emozione collettiva «cresci Italia» è più labile del mito dello sviluppo degli anni 50 e della utopia europea degli anni 90; e l’altra debolezza sta nel carattere composito dell’élite attuale, nella quale a medio termine ci saranno ambizioni diversificate fare un partito, magari cattolico; sviluppare grande leadership europea; consolidare un ruolo politico nazionale; restare come mitici salvatori della patria; ed altro ancora e quindi diversificate strategie individuali o di piccolo gruppo. Anche per la terza élite come per tutti noi, il futuro non presenta scelte e vie facili, ma essa non ha la possibilità di sottrarsi ad esse; ne va la sua stessa legittimazione di élite.

via Politica spenta e terza élite – Corriere della Sera.

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Addio a Vincenzo Consolo

Lo scrittore Vincenzo Consolo è morto a Milano dopo una lunga malattia. Legato a Leonardo Sciascia, per lunghi anni consulente editoriale della casa editrice Einaudi per la narrativa italiana, aveva raggiunto la grande notorietà nel 1976 con il romanzo rivelazione “Il sorriso dell’ignoto marinaio”. I funerali si svolgeranno lunedì a Sant’Agata di Militello (Messina) dove Vincenzo Consolo era nato nel 1933.

Giornalista e scrittore, era arrivato a Milano nel 1968 dopo aver vinto un concorso in Rai.

Il suo esordio letterario è datato però 1963, con “La ferita dell’aprile”. La notorietà la raggiunge però solo nel 1976 con “Il sorriso dell’ignoto marinaio“, nel quale si ripercorrono alcuni eventi svoltisi in Sicilia nel passaggio dal regime borbonico a quello unitario e culminati nella sanguinosa rivolta contadina di Alcara Li Fusi nel maggio 1860.

via Milano, morto lo scrittore Vincenzo Consolo

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Attenzioni

Neanche i due anni di recessione che ci attendono, secondo il Fmi, smuovono il Corriere dal “giallo della ragazza in plancia“. Inamovibile.

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Valutiamo sanzioni

“Dalle notizie che risultano all’Autorità di garanzia sugli scioperi, i blocchi in corso da giorni in Sicilia, da parte degli autotrasportatori, stanno gravemente ledendo i diritti costituzionali dei cittadini ad usufruire di servizi pubblici essenziali.

Il diritto di sciopero, riconosciuto e garantito espressamente dalla Costituzione, deve essere, tuttavia, esercitato nelle forme e nei modi previsti dalla legge che lo disciplina”. Lo dichiara in una nota Roberto Alesse, Presidente dell’Autorità di Garanzia sugli scioperi.

”Ricordo che l’Autorità, nella seduta del 9 gennaio scorso, ha dichiarato la legittimità dello sciopero proclamato degli autotrasportatori siciliani aderenti all’Aias. Successivamente, l’Autorità ha scritto ai Prefetti e ai sindacati interessati per ricordare che il codice di autoregolamentazione, nel settore del trasporto merci, prevede che ”La proclamazione della protesta non deve prevedere l’effettuazione di blocchi stradali o di iniziative già sancite e sanzionate dal codice della strada in materia di circolazione stradale.” Alla luce di tutto ciò – prosegue Alesse – l’Autorità di garanzia sugli scioperi, sulla base degli elementi istruttori già in suo possesso, valuterà se ricorrano le condizioni per esercitare il potere sanzionatorio di cui dispone ai sensi di legge”.

via Sicilia: garante scioperi Alesse, blocchi vietati. Valutiamo sanzioni.

Mentre qualcuno a livello nazionale si accorge (dopo 4 giorni) che esiste anche la Sicilia, le polemiche si fanno sempre più accese. Il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, a margine della manifestazione Con gli occhi di Paolo, dedicata al giudice Borsellino, dichiara: “Infiltrazioni mafiose? Allarme giustificato“. Per l’ex sottosegretario Gianfranco Micciché, creatore di Grande Sud, ci troviamo invece davanti ad “una grande protesta di popolo”.

Nel frattempo gli autotrasportatori bloccano la A19 nell’Ennese. Altri blocchi sulla Statale 640, svincolo di Capodarso, in direzione Caltanissetta e ancora sulla A19, in direzione Catania, allo svincolo di Motta Santa Anastasia. Cento camion sono fermi a Villa San Giovanni.

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Varrà la pena di pensarci

Angelo Panebianco sulla voglia sempre più diffusa (specie tra alcuni partiti) di ritorno al proporzionale.

Adesso che la sentenza della Corte costituzionale ha aperto un’autostrada di fronte a coloro che sono interessati a chiudere la stagione maggioritaria iniziata nei primi anni Novanta e a reintrodurre la proporzionale comunque camuffata, diventa tempo di bilanci. Che cosa resta di positivo di quella stagione? Due cose. La legge sulla elezione diretta dei sindaci. E il fatto che gli italiani, sia pure per poco, hanno potuto sperimentare ciò che non avevano mai conosciuto ai tempi della Prima Repubblica e che è la regola in altre democrazie: primi ministri e governi scelti tramite un confronto elettorale aperto fra forze politiche contrapposte anziché tramite giochi parlamentari post-elettorali.

Il sistema non ha funzionato bene? Forse, ma occorre tempo (a volte, qualche generazione) perché le innovazioni vengano davvero assimilate, diventino parte della tradizione politica di un Paese e possano dare il meglio di sé. Non si è concesso alla rivoluzione maggioritaria il tempo necessario perché fosse assimilata. Soprattutto, non si è verificato ciò che i riformatori degli anni Novanta speravano: non c’è stato l’effetto- trascinamento allora auspicato. Non sono seguite (tranne nel caso dei governi locali) quelle trasformazioni istituzionali che avrebbero dovuto accompagnare il cambiamento della legge elettorale: non sono stati toccati i rapporti fra presidenza della Repubblica, governo e Parlamento, e i rispettivi poteri. Abbiamo così accoppiato – provocando gravi disfunzioni – una legge maggioritaria (che carica di una fortissima legittimazione, e di pari aspettative, i governi così eletti) a relazioni fra le suddette tre istituzioni rimaste invariate, più adatte all’epoca precedente, quando i governi, nati da accordi parlamentari, avevano legittimazione debole e precaria. Continue reading

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Sicilia in ginocchio

Adesso basta. La protesta che sta mettendo in ginocchio la Sicilia deve finire all’istante prima che il danno diventi irreparabile.

Che dire? Più che il racconto di uno sciopero sembra la descrizione di un’offensiva militare con azioni di guerriglia mirate per portare il massimo disagio alla popolazione. Ed è proprio su questo punto che dobbiamo interrogarci: chi sta pagando i prezzi più alti di questa protesta? Non certo la classe politica che anzi, con un ordine del giorno dell’Ars si è affrettata ad affiancarsi ai promotori della protesta dei tir. Sicuramente non il governo di Roma che occupato ad occuparsi d’altro non ha certo né il tempo né la voglia di occuparsi del lamento dei padroncini siciliani. Alla fine gli unici a sentire sulla loro pelle i danni dello sciopero sono i cittadini. La popolazione incolpevole che assiste alla strage dei suoi diritti senza poter fare nulla. Chi deve spostarsi deve stare attento perché i rifornimenti di carburante non sono garantiti. Le merci arrivano a singhiozzo, nei supermercati i prodotti freschi fra oggi e domani potrebbero diventare merce rara. Inutili le proteste. Il «movimento dei forconi» come si è auto-definito, non guarda in faccia a nessuno. Va avanti per la sua strada infischiandosene dei diritti degli altri. Prepotenza e arroganza sono le cifre di questa protesta. Purtroppo non c’è nessuno che si alzi a difendere i diritti dei siciliani. Non discutiamo i diritti degli scioperanti. Ma non possiamo dimenticare che l’aumento della pressione fiscale non colpisce solo le accise sulla benzina ma l’intera platea degli italiani. In ogni caso è di tutta evidenza che la difesa dei propri interessi non può danneggiare i diritti degli altri. Ed è proprio quello che stanno facendo gli autotrasportatori imponendo forti disagi alla popolazione. Un autentico abuso che va fermato. Difendere la legalità è impedire a una minoranza di attivisti di arrecare danni e disturbo alla maggioranza della popolazione. Cosa sono i soprusi se non una forma di illegalità?

via Tir, chi paga sono i cittadini.

Qui un altro commento ai blocchi indiscriminati che stanno mettendo in ginocchio la Sicilia. Viene da parte del presidente regionale di Confindustria, Ivan Lo Bello, in un’intervista data ieri a La Stampa.

L’imprenditore Lo Bello: “Troppi demagoghi e infiltrazioni criminali”.

La protesta? Ci sono due cose che noto, purtroppo. Da un lato ci sono evidenti strumentalizzazioni politiche di demagoghi in servizio permanente effettivo, dall’altro credo che all’interno di alcune frange dell’iniziativa ci siano realtà criminali organizzate che mirano a far saltare tutto». Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, artefice del nuovo corso legalitario dell’associazione con le grandi iniziative antiracket, non nasconde la sua preoccupazione. E boccia senza appello la protesta: «Purtroppo – dice – non ha prevalso il buon senso».

Ancor prima che la protesta si trasformasse in caos, lei aveva puntato il dito contro la Regione siciliana, che non ha fatto abbastanza per fermare gli autotrasportatori…
«Non soltanto non ha fatto nulla per fermarli, ma il presidente della Regione Raffaele Lombardo, che spesso fa aspettare diversi giorni prima di concedere un incontro, li ha accolti subito, esprimendo solidarietà e sostegno alle ragioni della protesta. Francamente mi sarei aspettato che il governo siciliano si adoperasse per chiedere la sospensione dello sciopero appellandosi al senso di responsabilità che deve accomunare tutti nell’affrontare l’attuale situazione dí crisi che colpisce ogni settore».

Loro manifestano per questo…
«Intanto c’è un problema di metodo. Io rispetto tutte le manifestazioni, quando si svolgono in maniera pacifica e tutelando la libertà e il diritto di tutti gli altri. Bisogna sottolineare infatti che la maggior parte delle sigle degli autotrasportatori non aderiscono a questo sciopero e che purtroppo gran parte dei camionisti dell’ala morbida sono stati coinvolti loro malgrado. Costretti a fermarsi nelle piazzole dei manifestanti».

Anche sui contenuti hanno torto?
«Sono irresponsabili, al di là del fatto che alcune delle loro rivendicazioni possano essere giuste. Protestano contro la crisi, ma nel modo peggiore, perché così si rischia di dare il colpo letale a un’economia siciliana già fragilissima, che adesso è in piena recessione. Molte aziende hanno difficoltà di accesso al credito, le amministrazioni pubbliche pagano nella migliore delle ipotesi a otto-dodici mesi, il Pil è in calo drammatico. E loro cosa fanno? Bloccano ì trasporti. Il colpo finale, ripeto».

Faccia un esempio concreto…
«Bloccare per una settimana i trasporti in maniera così violenta può avere un effetto micidiale su moltissime aziende. Pensiamo soltanto a chi commercia prodotti deperibili, e che dopo un blocco di tre giorni deve buttare tutto al macero e pagare i debiti. Ma pensi anche al colpo di credibilità che tutto questo può avere sul sistema produttivo siciliano, soprattutto rispetto ai mercati esteri».

I siciliani pagano la benzina a carissimo prezzo, nonostante otto raffinerie che lavorano il 40 per cento del greggio che passa per l’Italia.
«Guardi che l’ultima cosa che bisogna mettere in discussione oggi è la manovra di un governo che sta cercando di risollevare un Paese che era sull’orlo del baratro. Ci sono sacrifici per tutti, ma sappiamo che sono sacrifici indispensabili, non c’è alternativa. E proprio da questo governo sono arrivati segnali di disponibilità rispetto alle rivendicazioni del settore. Cinque giorni fa, il viceministro Caccia ha incontrato le associazioni di categoria dell’autotrasporto merci e ha assicurato concrete iniziative per raffreddare l’impatto dell’aumento delle accise, il costo delle assicurazioni, oltre a interventi finanziari a favore del settore. Dopo questo incontro, infatti, è stato sospeso lo sciopero nazionale previsto a partire dal 23 gennaio».

Ma sono rimasti i cani sciolti…
«Sì, non a caso gli stessi protagonisti delle rivolte di dieci anni fa. I nomi ricorrono purtroppo, professionisti della protesta».

Pd e Fli chiedono invece con i loro rappresentanti più attenzione:

«Il governo regionale e quello nazionale convochino subito i manifestanti e intervengano per bloccare la protesta che rischia di mettere in ginocchio la Sicilia», dice il parlamentare nazionale del Pd Giovanni Burtone che intervenendo in aula a Montecitorio ha sollecitato «opportuni interventi in favore dei produttori agricoli e degli autotrasportatori».

«Sono sempre stato coerentemente ostile allo strapotere della grande industria petrolifera in Sicilia, dove raffiniamo oltre il 40% del greggio per l’Italia senza avere alcun vantaggio fiscale, sopportandone tutte le enormi controindicazioni ambientali e le conseguenti problematiche su salute e qualità della vita», dice il vicecoordinatore nazionale di Fli, Fabio Granata. «Ma la politica deve fare autocritica – conclude – poiché, dopo anni, non siamo mai riusciti a ottenere sgravi sui costi dei carburanti e piena applicazione delle previsioni statutarie sui versamenti dei tributi sul territorio. Oggi scoppia la rivolta e, al di là dei metodi, non possiamo fare finta di nulla o minimizzarla, ma farci carico di un’azione politica nei confronti del governo».

E il Corriere con una delle sue penne di punta (Aldo Cazzullo) oggi ne approfitta per interessarsi, nel suo viaggio siciliano, soprattutto del dimissionario sindaco di Palermo, in una regione dove, se non se ne fosse accorto, da qualche annetto governano, Pd, Udc, Fli e Mpa.

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Bizzarrie

Le interpretazioni complottarde di alcuni editorialisti sul declassamento dell’Italia e le pecche indubbie dei signori del rating.

Mentre le Borse sembrano aver già digerito il declassamento di mezza Europa, anche il finlandese Olli Rehn, commissario all’Industria, riconosce che “le agenzie di rating non sono imparziali”. Alla buon’ora. I tecnici del debito non sono puri. Ma siamo sicuri che abbiano sbagliato la diagnosi? Sui giornali italiani durante il weekend se ne sono lette di cotte e di crude. Il sublime è arrivato come sempre dalla Repubblica dove la penna del Fondatore ha tradotto direttamente dall’inglese il comunicato di Standard & Poor’s per sostenere che “il downgrade ha rafforzato la statura di Monti e del suo governo”. Intanto, il Corriere della Sera in prima pagina si chiedeva chi possiede queste agenzie e all’interno pubblicava una pignola disamina degli “errori fattuali”.

Un po’ su tutti i quotidiani imperversano trame e complotti, dietro i quali si nascondono, ça va sans dire, gli Stati Uniti. Vuoi vedere che il gruppo editoriale McGraw-Hill, principale azionista di S&P’s, è una copertura della Cia? continua qui

via Le bizzarrie dei giornaloni su S&P’s che rafforzano Monti – [ Il Foglio.it › La giornata ].

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Commenti superflui

Scambio di cortesie tra L’Unità e il Fatto.

Ieri il Fatto è tornato ad attaccare, con i consueti toni inquisitori, i giornali che usufruiscono del finanziamento pubblico. Scrive Marco Travaglio nel suo editoriale: «Alcuni giornali imbottiti di soldi pubblici si sono adontati perché abbiamo fatto notare la coincidenza del loro silenzio su Malinconico che li aveva appena imbottiti di soldi pubblici: ma, se la coincidenza non la fa notare l’unico giornale che rifiuta i finanziamenti pubblici, chi altri la farà notare?». Tra gli smemorati colleghi del Fatto ce ne sono molti che fino a poco fa si battevano in difesa dei giornali «imbottiti di soldi pubblici» e altri che ci lavoravano tranquillamente senza porsi alcun problema di coscienza. Se è lecito cambiare opinione, è altrettanto doveroso però spiegare il perché. Con questo spirito, in modo che i lettori sappiano, ripubblichiamo integralmente uno degli appelli che l’attuale direttore del Fatto Antonio Padellaro, allora alla guida de l’Unità, firmò il 1° agosto del 2006 insieme ai direttori di Europa, Liberazione, Secolo d’Italia e Padania, in difesa del finanziamento pubblico ai giornali. In quella stagione Marco Travaglio era una delle firme di punta del quotidiano. Ogni commento ci pare superfluo.

“In Italia esiste la tradizione dei quotidiani di partito. Questi giornali hanno avuto, e hanno, una funzione molto importante. Rappresentano la pluralità delle informazioni e delle opinioni in un mercato editoriale assai ristretto e controllato da pochi gruppi. I giornali di partito sono uno strumento fondamentale di dibattito, di informazione e di lotta politica. Un pezzo importante del nostro sistema democratico.

Oggi i giornali di partito sono in forti difficoltà economiche. Soprattutto perché sono tagliati fuori quasi completamente dagli investimenti pubblicitari. Vi forniamo questo dato: i grandi giornali di informazione ricevono 1 euro dalla pubblicità per ogni euro ottenuto dalle vendite. Giornali come «Liberazione» o «Il Secolo d’Italia» ottengono per ogni euro di incassi da vendite circa 3 centesimi di pubblicità. Si vede bene che c’è una disparità insopportabile e per sanare questa disparità occorre il finanziamento pubblico dei giornali di partito. Se si rinuncia al finanziamento pubblico si rinuncia a una parte fondamentale della libertà di informazione. I giornali di partito, oggi, in Italia, sono cinque (quelli che fanno riferimento a partiti presenti in parlamento e nelle schede elettorali, e che distribuiscono il giornale in tutte le edicole del paese). Questi giornali sono «l’Unità», «Il Secolo d’Italia», «Liberazione», «La Padania» e «Europa». Noi crediamo che questi giornali debbano poter accedere ad un sistema di finanziamento pubblico sicuro, puntuale e riservato solo a loro. E che l’entità di questo finanziamento (fermo da 15 anni mentre il costo e il prezzo dei giornali è triplicato) vada aggiornato e adeguato. Chiediamo al governo e ai gruppi parlamentari di destra e di sinistra di impegnarsi in questo campo e di farlo in tempi molto brevi”.

Antonio Padellaro (l’Unità)
Stefano Menichini (Europa)
Piero Sansonetti (Liberazione)
Flavia Perina (Il Secolo)
Gianluigi Paragone (La Padania)

via Quando il direttore del Fattofirmava appelli per fondi editoria – Italia – l’Unità.

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