Lunga tradizione

Guido Tabellini su economia, pensiero liberale, etica nella tradizione liberale e in quella cattolica. Passando per Adam Smith e l’Enciclica papale Caritas in veritate.

[...] La questione dei rapporti tra etica ed economia ha una lunga tradizione, lunga almeno tanto quanto la storia delle idee in campo economico. Adam Smith, il fondatore del pensiero economico moderno, vedeva nell’empatia tra esseri umani, prima ancora che nella massimizzazione del benessere materiale, la principale motivazione delle azioni individuali. Più in generale, l’idea che il buon funzionamento di un’economia di mercato e di uno stato di diritto si regge anche su precisi presupposti morali è parte integrante di un’antica tradizione di pensiero liberale in economia. Il rispetto per i diritti di proprietà, il mantenimento della parola data e degli impegni presi, il rispetto delle aspettative e delle intenzioni tra le parti contraenti devono discendere anche da un comune sistema di valori, non solo dagli incentivi economici o dal timore di essere sanzionati dalla legge.

Senza questi presupposti, un sistema basato sul libero scambio difficilmente potrebbe funzionare. Inoltre, e indipendentemente da incentivi e sanzioni, chi svolge determinate professioni ha obblighi e responsabilità anche morali nei confronti della società: il medico nei confronti dei pazienti, l’avvocato verso i clienti o, per ricordare un esempio recente in cui questo principio era evidentemente venuto meno, l’auditor verso i risparmiatori.

Infine, senza un diffuso senso civico e un generalizzato rispetto per le istituzioni e per il bene pubblico, la convivenza politica e sociale sarebbe gravemente compromessa e la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche sarebbe a rischio.

Tuttavia la tradizione liberale si ferma qui. Essa sottolinea l’importanza di condividere un particolare insieme di regole di comportamento che facilitano le interazioni sociali. Ma si guarda bene dal chiedere che vengano condivisi anche i fini, se non nel senso che gli individui devono sempre essere riconosciuti come fini e mai usati come mezzi per raggiungere un altro fine.

Al contrario, nel pensiero liberale l’economia di mercato in uno stato di diritto è molto di più di un mezzo per produrre ricchezza e allocare con efficienza risorse scarse. Essa è anche e soprattutto un sistema che consente a ogni individuo di perseguire il suo fine, i suoi obiettivi personali, di autodeterminarsi in linea con il suo particolare sistema di valori.

La tradizione cattolica, e in particolare la recente enciclica papale, Caritas in veritate, condivide alcuni presupposti della visione liberale, ma si spinge oltre. Essa parla di “persona”, più che di individuo, e attribuisce alla persona un particolare contenuto di valori e di fini ultimi. E il bene comune è visto come principio guida dell’azione individuale anche in campo economico, e non solo con riferimento alla politica.

Nel libro Il buono dell’economia. Etica e mercato oltre i luoghi comuni scritto da Gianpaolo Salvini e Luigi Zingales con Salvatore Carrubba, un economista liberale e un filosofo gesuita discutono tra loro di questi argomenti, prendendo lo spunto dai recenti sconvolgimenti dell’economia mondiale, per affrontare alcuni dei più spinosi interrogativi che ci stanno davanti. La più grande crisi economica del dopoguerra è anche una crisi di valori, o le sue cause sono prevalentemente tecniche ed economiche? Quali saranno le conseguenze politiche della crisi, e in che misura i nuovi equilibri politici interni ai paesi occidentali porteranno a una trasformazione del capitalismo moderno? Dobbiamo davvero ripensare ai confini tra economia e politica, come suggerisce il pontefice nella sua enciclica? E come dovremmo rivedere i contenuti di ciò che viene insegnato nelle università, per indurre a prestare più attenzione ai fondamenti etici delle interazioni economiche? Queste sono alcune delle questioni discusse da due tra i più profondi e lucidi osservatori dell’economia e della società moderne, sotto la magistrale regia di un grande giornalista economico.

Le discussioni dai diversi punti di vista sono illuminanti, così come lo sono i molti punti in comune. Due idee in particolare meritano di essere sottolineate. Primo: come ci ricorda Luigi Zingales, sarebbe un errore cercare solo nell’etica e in una supposta degenerazione del capitalismo le cause principati della crisi finanziaria. La crisi è riconducibile a ben identificabili distorsioni nella gestione del rischio all’interno delle banche, e a un’errata impostazione della regolamentazione e della supervisione. Questi errori possono e devono essere corretti, e incolpare solo l’etica e i valori senza correggere le distorsioni di fondo non ci aiuterebbe a evitare la prossima crisi. continua qui

Il testo è la prefazione al libro «Il buono dell’economia. Etica e mercato oltre i luoghi comuni» di Gianpaolo Salvini e Luigi Zingales con Salvatore Carrubba (Bocconi Editore)

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Funziona la stretta?

Crollano le domande di pensione per invalidità civile

Funziona la stretta sull’invalidità civile: nei primi due mesi del 2010 le domande di pensione per invalidità civile presentate all’Inps sono state 150mila con un calo del 58% rispetto alle 350mila presentate nello stesso periodo del 2009. Lo annuncia il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ricordando che la riforma ha previsto dall’inizio dell’anno la presentazione delle domande all’Inps per via telematica piuttosto che alle Asl.

[...] «Sapremo solo nei prossimi mesi se il trend sarà confermato – ha spiegato Mastrapasqua – ad oggi c’è una riduzione del 58% delle domande presentate all’Istituto. Siamo già presenti nel 55% delle commissioni mediche delle Asl e in parte del 45% delle commissioni nelle quali non siamo presenti abbiamo riscontrato atteggiamenti poco collaborativi. A breve invieremo una lettera per invitare le Asl a comportarsi così come prevede la nuova normativa».

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La trasparenza tra ideali e realtà

Lectio:  Lawrence Lessig: “Il web e la trasparenza tra ideali e realtà.”

Saluto e introduzione di Gianfranco Fini. Ne discutono:

  • Franco Bernabè
  • Umberto Croppi
  • Fiorello Cortiana
  • Juan Carlos De Martin
  • Paolo Gentiloni
  • Stefano Quintarelli
  • Paolo Romani

Modera e conduce: Riccardo Luna.

L’evento è realizzato e sviluppato grazie a: Telecom Italia, Fondazione Romaeuropa, Wired, Assessorato Politiche Culturali e Comunicazione Comune di Roma. In collaborazione con: Università La Sapienza (Cattid) e Provincia di Roma. E con il supporto di: Creative Commons e Centro Nexa.

La conferenza sarà trasmessa in diretta streaming su capitaledigitale.webcasting.it oggi a partire dalle ore 15.00.

update: Dalla WebTV della Camera il video del convegno con la «lectio» di Lessig.

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Altro che fare siluro

Altro che “fare siluro” come diceva Andrea Marcenaro su “Panorama”:

Gianfranco Fini è un uomo sincero. Più che sincero. E al di là delle sue opinioni, che sono tutte legittime, qualche volta perfino interessanti, ha un altro grande pregio: il senso dei tempi. È tempestivo. Da questo punto di vista, Fini è un vero innovatore.

Se una consunta tradizione di malintesa solidarietà, e non chiamiamolo per carità cameratismo, pretendeva di mostrare affinità, o quantomeno di non esibire inimicizia, ai compagni di strada che si trovassero in un momento di intralcio e di complicazione, egli ha rovesciato questa discutibile consuetudine: menare gli amici, esattamente in quel momento, sembra a lui la scelta migliore. In pieno marasma elettorale con il caso Polverini, ha infatti menato duro sul Pdl: «Questo partito proprio non mi piace».

In futuro chissà, ma non adesso. Ciò che ha procurato indubbio sollievo ai suoi compagni smarriti.
Esistono altri esempi. Innumerevoli, infiniti esempi. Il suo compagno di strada Silvio Berlusconi è attaccato come capo mafioso da un pentito rivelatosi alquanto ciarlatano? E Fini entra in campo: «Sono accuse gravi, altroché».

Intercettano a raffica, sputtanando sul niente e per niente, perfino la seconda cugina di una cognata di un lontano parente dell’aiuto utista di Sandro Bondi? E Fini: «Le intercettazioni sono uno strumento decisivo». Gli viene dal cuore, è la sua idea di squadra. Utile per costruire il domani. Solo per questo ha costituito una fondazione culturale dall’impegnativo nome di «Fare futuro». Nell’attesa del quale s’impegna oggi allo spasimo (soprattutto contro i suoi) a «Fare siluro».

via Panorama – E Fini gioca contro la sua squadra.

Secondo il Foglio Un Cav. tosto apre la campagna elettorale e fa tirare il fiato al Pdl, “Il fatto è che il Cav. ci metterà la faccia, girerà e farà comizi – così dicono – dedicandosi particolarmente al Lazio” e loro che fanno? Ora fanno futuro non “biasimando l’astensionismo”. Prima dice Alessandro Campi sul Riformista, che sarebbe stato meglio rinviarle le elezioni, così come proposto dal “saggio e responsabile” Pannella:

“Da qui la proposta di Pannella di rinviare le elezioni di un mese. Un proponimento saggio e responsabile che proprio per questo c’è da scommetterci non sarà seguito”

per poi sentenziare:

non c’è da meravigliarsi se il 28 marzo un buon numero di italiani deciderà di starsene a casa. Non votare, a questo punto, sarebbe un atto di civile protesta che nessuno potrebbe biasimare.

update: Politica deludente? Caro Campi ma tu dov’eri?

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Summa e specchio

Un partito prigioniero di Angelo Panebianco

La tragicommedia non è ancora finita. Per ora il «golpe » (come certi oppositori, dotati, come ognun vede, di senso della misura e dell’equilibrio, hanno subito definito il decreto salva-liste) è stato bloccato da un Tar. Ieri la lista pdl nella provincia di Roma ha subito un nuovo stop. Vedremo gli sviluppi. Al momento, si constatano due conseguenze. La prima è data dal grave danno d’immagine che il centrodestra si è auto-inflitto e di cui è il solo responsabile. La seconda riguarda gli effetti sull’opposizione.

La reazione del Partito democratico fa riflettere. È possibile che abbia ragione Giuliano Ferrara («Il Foglio», 8 marzo): il Pdl aveva fatto un clamoroso autogol ma il Pd non è stato poi capace di approfittarne. I dirigenti del Pd avrebbero potuto dire: accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione. Sarebbero usciti da questa vicenda a testa alta, come l’unico partito importante dotato di senso delle istituzioni. Ma ciò avrebbe anche richiesto che il Pd fosse un partito diverso da ciò che è, un partito forte, capace di decidere da solo la propria agenda politica, non un partito debole e etero-diretto, un partito che l’agenda, nei momenti critici, se la fa dettare sempre da altri, si tratti dei giornali di riferimento o di Antonio Di Pietro.

All’indomani del decreto, incapaci di sfruttare il grande vantaggio tattico che il Pdl aveva loro offerto, i dirigenti del Partito democratico si sono subito infilati in una trappola. Parlo della manifestazione di sabato prossimo. Se non verrà annullata, risulterà per il Pd un boomerang e un pasticcio politico, in qualche modo summa e specchio di tutte le sue debolezze. I dirigenti del Pd possono negarlo quanto vogliono ma la manifestazione avrebbe necessariamente il carattere di una presa di posizione contro il capo dello Stato e non solo contro il governo. Il decreto salva-liste, infatti, è stato firmato e difeso da Napolitano. In questa situazione, la stella di Di Pietro, oggi vero leader morale dell’opposizione, brillerebbe: egli è infatti il solo non-ipocrita della compagnia, quello che dice pane al pane, quello che ha chiesto subito l’impeachment per il capo dello Stato. Si badi: se fosse vera la tesi (ma i costituzionalisti sono assai divisi) secondo cui il decreto crea un grave vulnus al processo democratico, allora Di Pietro avrebbe mille volte ragione a proporre l’impeachment. Quello del Pd risulterebbe dunque un capolavoro politico alla rovescia. Consentirebbe (e ha già consentito) al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica.

L’intera vicenda si presta a considerazioni amare sulla qualità, la tempra e la professionalità della classe politica, di destra e di sinistra. Sulle debolezze (tante e complesse) del centrodestra avremo modo di ragionare in seguito. Per quanto riguarda il Pd, basti ricordare che esso, incapace di tracciare una linea di divisione netta fra sé e il movimento giustizialista, incapace di combattere i giustizialisti (apprezzati da tanti anche al suo interno), ha finito per abbracciarli. E questo è il risultato.

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Nessuno paga il biglietto per questo genere di repliche

C’è una repubblica costituzionale fondata sul lavoro e una materiale fondata sulle chiacchiere. Ai cittadini – come ha ricordato il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano – preme la prima. Sopra ogni cosa preoccupa il lavoro, risorsa che la crisi ha reso ancora più scarsa aumentando le file dei disoccupati. È questo che interessa agli italiani: sapere quando ripartirà davvero l’economia e arriverà la ripresa. La conferma viene dai sondaggi che Sole 24 Ore e Ipsos stanno conducendo nelle regioni al centro della contesa elettorale. E stavolta statistica e senso comune vanno a braccetto.

Non è la situazione politica a preoccupare se, ad esempio, in Piemonte solo il 25% dice di considerarla un problema grave (è poco di più, il 28%, il dato su scala nazionale) contro il 73% che ritiene problema urgente l’occupazione, da associare a un altro 22% che teme per l’economia in generale.

[...] Il “dilemma democratico” – che ora finisce al vaglio della Consulta – era questo: e ancora una volta la politica, l’esercizio nobile della gestione del bene comune, avrà abdicato agli avvocati la sua missione in nome di una ben più prosaica volontà di sopravvivenza. E mentre la tenzone si fa sempre più di carta, il paese chiede soluzioni vere. Che sono quelle legate all’economia, a una ripresa ancora frammentaria e ritardata, alle infrastrutture carenti – freno allo sviluppo di tutto il territorio -, alle riforme che non arrivano e invece servirebbero a dare slancio alle forze migliori del paese.

[...] È questo il paese di cui la politica non parla perchè persa nelle fumisterie di schieramento. Un’altra prova? Ancora dal sondaggio piemontese: la Tav, la sofferta tratta ad alta velocità Torino-Lione, è ormai obiettivo più che condiviso anche nella sinistra (del resto il 76% dei cittadini della regione lo considera un beneficio). A questo dunque deve guardare chi chiede consenso. Alla competizione sui grandi temi di modernizzazione del paese.

E nemmeno gridare sempre e solo all’emergenza democratica è una strada proficua. È auspicabile che lo comprenda anche il Pd cui alcuni vorrebbero imporre – da spalti d’inchiosto o da tribune web – la soluzione del tirare la corda al massimo della resistenza. Una volta che la corda fosse spezzata, si avrebbe solo un paese diviso in due, ferito e smarrito: Berlusconi a gridare al golpe comunista, i regicidi a cantare vittoria senza i voti per renderla verosimile. Gli italiani a guardare il triste spettacolo. Nessuno paga il biglietto per questo genere di repliche.

via IL VOTO E L’ECONOMIA / Cercasi leadership per un paese di gente seria – Il Sole 24 ORE.

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Parisi ha buona memoria

Parisi scrive a Bersani e pare avere buona memoria. Della serie proviamo a metterci la faccia. A parte sottolineare che: “E’ difficile difendere il presidente della Repubblica e allo stesso tempo ignorare le sue argomentazioni”, lo invita poi a fare come nel 1995:

Si respinga quindi concordemente la conversione del decreto e allo stesso tempo si facciano salvi con una apposita legge bipartisan gli effetti prodotti dal decreto.

via Parisi scrive a Bersani: trasgressioni generalizzate alle norme elettorali

Ne parlavo qui commentando:

Nel 1995 la leggina che permise di fare salvi gli effetti di un decreto assolutamente illegittimo e incostituzionale voluto allora principalmente proprio dai radicali (firmato Dini Scalfaro) ed emanato dal governo appoggiato dal Pds fu firmata e votata da tutti i capigruppo presenti in parlamento (Ayala, Berlinguer, Diliberto, Dotti, Filippi, Giovanardi, Gubetti, Petrini, Pinza, Tatarella). Nessuno scatenò la piazza e chiese l’intervento dei carri armati. La politica, tutta insieme intervenne per sanare gli errori.

Qui il decreto emanato e mai convertito, firmato Dini-Brancaccio ed emanato da Scalfaro, qui la leggina che fece salvi gli effetti firmata Ayala, Berlinguer, Diliberto, Dotti, Filippi, Giovanardi, Gubetti, Petrini, Pinza, Tatarella.

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Ancora su forma e sostanza

“La prima commissione del Csm, ha approvato all’unanimità una relazione del suo vice presidente Ugo Bergamo (ndr Csm: le denigrazioni del premier mettono a rischio la democrazia), con la quale si censurano aspramente i condizionamenti che la politica vorrebbe imporre alla magistratura. Da che pulpito viene la predica!”. Così commenta in una nota il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi. “Il vice Presidente Bergamo, mentre era già membro del Csm si è presentato candidato nel 2008 al Senato per l’Udc, nel 2009 è stato il dominus dell’Udc che ha stipulato gli accordi per gli assessorati nella provincia di Venezia, attualmente – sottolinea – è fervido e pubblico sostenitore con l’Udc della candidatura di Orsoni a sindaco di Venezia. Mi chiedo quale credibilità possa avere un Csm nel quale i suoi componenti, entrano ed escono come in una porta girevole dividendosi fra finta imparzialità e militanza partitica”.

via Berlusconi/ Giovanardi: Csm? Da che pulpito viene la predica – Politica – Virgilio Notizie.

A Giovanardi è sfuggito che l’ex Senatore Bergamo è stato, inoltre, candidato anche alle Europee del 2009 nella Circoscrizione Italia Nord Orientale (Trentino – Alto Adige – Veneto – Friuli V.G. – Emilia R.) e alla Presidenza della Provincia di Venezia, sempre da membro indipendente ed imparziale del Csm. E’ componente, in qualità di membro Laico di nomina parlamentare, del Consiglio Superiore della Magistratura infatti dal 2005.

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Sentenza di merito del Tar Lombardia

Il Tar della Lombardia ha confermato oggi la riammissione del listino di Roberto Formigoni. La sentenza di merito ribadisce dunque l’orientamento emerso nell’udienza cautelare di sabato scorso, quando i giudici milanesi avevano accolto la richiesta di sospensiva dei legali di Formigoni contro l’ordinanza della Corte di appello di Milano.

È possibile, però, che la vicenda giudiziaria non si fermi qui. Perché il Pd potrebbe a questo punto impugnare la sentenza davanti al Consiglio di stato. «Non abbiamo nessun problema – ha detto stamattina Formigoni -. Noto soltanto che Penati aveva detto che non avrebbe fatto ricorso: se poi lo fa è una scelta sua. Adesso dedichiamoci a illustrare i programmi ai cittadini». 

Qui Filippo Penati, candidato del Pd alla Presidenza della regione Lombardia, dichiarava 3 giorni fa: Mai fatto né faremo alcun ricorso. “Non abbiamo fatto e non faremo nessun ricorso”.

Per quanto riguarda la sentenza del Tar Lazio (qui il testo), che ieri ha respinto la richiesta del Pdl di sospendere il provvedimento con cui la Corte di Appello di Roma aveva escluso la lista circoscrizionale provinciale del Pdl di Roma dalle prossime elezioni per la Regione Lazio:

E’ vero che la Costituzione attribuisce la legislazione elettorale di valenza regionale alle regioni, ma la norma chiamata in causa dal Tar del Lazio, l’articolo 2 della legge regionale del Lazio n. 2 del 20 gennaio 2005, dispone che «per quanto non espressamente previsto, sono recepite la legge 17 febbraio 1968, n. 108 (Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale) e la legge 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario), e successive modifiche e integrazioni». Per tutto quello non espressamente previsto quindi la Regione Lazio si rimette alla normativa nazionale, che lo Stato ha tutto il diritto di interpretare.

E «successive modifiche e integrazioni», spiega il costituzionalista Ciro Sbailò a il Velino, significa che siamo di fronte a «un caso classico di “rinvio dinamico” che vincola la legge a un’altra legge. Quando, infatti, il rinvio è “statico”, “le eventuali variazioni apportate all’atto cui si rinvia sono indifferenti”. Nel caso di rinvio dinamico, invece, l’ordinamento “si adegua automaticamente a tutte le modifiche che nell’altro ordinamento si producono” (G. Pitruzzella). In altre parole – sostiene il professor Sbailò – con quel riferimento dinamico, il legislatore regionale ha aperto una strada che poi non può decidere di chiudere quando gli pare… Insomma, siamo di fronte a un atteggiamento a dir poco “creativo” dei giudici amministrativi».

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